A sorta fairytale

stardust 

Bene bene bene, stavo giustappunto (eh?) riflettendo sul fatto che non vado al cinema dal 43. E che pure di film scar… ehm, noleggiati non è che ne veda così tanti, ultimamente. E il mio andare a periodi: l’anno scorso ho passato un paio di mesi in cui mi recavo alla Grande Sala anche due o tre volte alla settimana. Negli anni passati c’è stato il periodo Bunuel, il periodo W.Allen, il periodo Truffaut, il periodo Bergman, il periodo Kubrick. La passione improvvisa per ciascuno di questi registi mi ha spinto a vedere tutto di loro, in pochissimo tempo, anche le opere minori ed inutili. Magari fra poco ricomincio, con qualcun altro. O magari no. Fatto sta che i film visti nelle ultime settimane si contano sulle dita di una mano: curiosamente (e casualmente) ho avuto l’occasione di vedere una specie di trilogia su truffe&affini, e cho trovato anche qualcosa di interessante. E’ roba che tiene sveglio il cervello, o che almeno dovrebbe provarci, come la Settimana Enigmistica, il Cubo di Rubik o “indovina la radice quadrata di” del liceo. Parlo dell’argentino “Nove regine“, un film davvero eccellente, di “La casa dei giochi“, più vecchio e morboso, e di “Il genio della truffa” (di Ridley Scott), trasmesso stanotte da Rete4, prevedibile, almeno quando si conoscono già gli altri due. Poi ho visto la versione de “Il lungo addio” realizzata da Altman, carina e assai distante dal plot del libro. Una personale interpretazione di un classico della letteratura. C’è una truffa anche qui, nemmeno a farlo apposta.

E, a proposito di libri, ho letto un banale e breve racconto di Flaubert (“Un cuore semplice”, ma due straordinarie palle) e una favola di derivazione tolkeniana, “Stardust” di Neil Gaiman. Gaiman l’ho sempre seguito da lontano, ma le poche cose di lui che conosco, il fumetto “Sandman” (di cui possiedo molti albi) e “Nessun dove” (imperdibile per chi ama Londra) le ho sempre trovate avvincenti. La potenza della semplicità. Ho accompagnato “Stardust” con “Scarlets walk” di Tori Amos e, solo sul finire del libro, mi son ricordato che Tori e Gaiman sono grandi amici. L’avevo scoperto un paio d’anni fa leggendo la biografia della cantautrice americana. Così ho indagato un po’ (due minuti a dir tanto) e sono venuto a conoscenza di legami insospettabili. Il primo capitolo del libro è stato scritto a casa di Tori, la quale in cambio dell’ospitalità ha voluto che Neil le regalasse… un albero. Ancora: nel libro Gaiman introduce il personaggio di un albero parlante (con foglie rosse, come i capelli di Tori) e lo descrive pensando a lei. Ancora, ancora: in una canzone dell’album “Boys for Pele” chiamata “Horses” c’è un verso scritto dalla Amos che fa: And if there is a way to find you I will find you/but will you find me if Neil makes me a tree?

E il libro com’è? Buono, leggero e scorrevole. Frugale. C’è un mondo fantastico, un eroe, una ricerca assai singolare e tutta una serie di ostacoli da superare per portarla a compimento. Il paradiso di Propp. Una storia essenziale e affascinante come una fiaba, dal finale buonista e prevedibile come una fiaba. L’Amore trionfa, urrà, e tutti sono felici e contenti. Ma “Nessun Dove” era parecchio meglio, eh.

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