Trent’anni di Gabito.

Vivere per raccontarla - Marquez 

Gabriel Garcia Marquez. Solo il nome è stimolo per la rappresentazione mentale di un universo remoto caldo afoso, creolo, mulatto, vivo, macchiato di brevi pioggerelle caraibiche, con palme, delta di fiumi onnipotenti, passioni febbrili, banane fritte e nomi personali tanto suggestivi quanto dispersivi e soggetti all’oblio. Gabriel Garcia Marquez, Gabito, un bambino timido tirato su nella casa magica di nonni speciali che lo segneranno per tutta la vita. Gabito, Gabo. Un maestro della letteratura del ‘900, l’autore del tracimante Cent’anni di solitudine e di vari altri colpi da campione, tra i quali vanno segnalati i già notissimi L’amore ai tempi del colera e Cronaca di una morta annunciata. Marquez, basta il nome. E no, non c’entra niente il centrale difensivo del Barcellona.

Vivere per raccontarla dovrebbe essere la prima parte dell’autobiografia che il Marquez settantenne ha deciso di consegnare al mondo. E’ bene dirlo subito: si tratta di una vera e propria raccolta di gioielli aneddotici per tutti gli amanti dello scrittore colombiano, i quali dai suoi ricordi confusi e ricoperti da un’epica polvere sapranno giungere alla magia tutta carnale dei libri. Imperdibile per chi ha letto Cent’anni di solitudine quelle tre o quattro volte.

I primi trent’anni di Marquez sono frenetici, palpitanti di avvenimenti. Il piccolo Gabriel cresce prima con i nonni e poi con i genitori e i suoi dieci fratelli, e viene più volte sballottato qua e là per le diverse città della Colombia. Un’esistenza che è un continuo trasloco, un continuo ambientamento, un perpetuo rimettersi in gioco, cercando un duraturo equilibrio tra povertà e sufficiente benessere. Tre le passioni: la musica, il disegno e, più di tutto, i libri. Divenuto adolescente, ormai capace di vivere da solo, Gabo si immerge in una mare di stimoli nel quale non smetterà più di nuotare. Ambienti fecondi, decine di amici speciali. Pur rasentando spesso e volentieri la più bieca miseria e con l’unico obiettivo di diventare scrittore, passa il proprio tempo tra una scuola mai troppo amata, bordelli, lunghe notti innaffiate di rum a parlare di libri e letteratura con gli amici, sbronze nei locali più malfamati, scassate redazioni giornalistiche e progetti di romanzi che sembrano non completarsi mai. Le persone lo chiamano “genio” senza che in realtà ancora abbia realizzato niente di grande, niente di sconvolgente. Sullo sfondo, lontana, la donna alla quale si è promesso a tredici anni, Mercedes, che avrebbe poi sposato in futuro. E, più vicina e dolorosa, una guerra civile cronica che sembra non voler mai tirare le cuoia una volta per tutte e che tocca il suo momento più spaventoso nella notte surreale di una Bogotà incendiata, le cui strade si colmano in poche ore di cadaveri. Le varie repressioni, le stragi compiute dalle Forze Armate, sono per lo più taciute e insabbiate dal governo conservatore colombiano, il quale usa l’arma della censura anche dentro la redazione in cui lavora Marquez stesso. L’apolitico Gabriel comincia a prendere posizione solo allora, davanti alla macchina da scrivere dei suoi primi articoli.

Vivere per raccontarla sembra un po’ il romanzo dei romanzi di Marquez. Ogni suo libro trova un perché in questa prima parte della sua autobiografia, che è un malinconico sguardo in un passato forse trasfigurato, forse idealizzato, forse reso ancor più mitico dal suo essere remoto. Un po’ come tutti i passati.

(Nota a margine: interessato da questo continuo contrasto tra censura e voglia di raccontare la realtà delle cose, un classico della storia del giornalismo che ha incrociato anche la vita dello scrittore colombiano, l’altra sera mi son visto il bel Good Night, Good Luck, di e con il ganzissimo George Clooney. Un film consigliato che parla di vicende più o meno contemporanee e simili a quelle di Marquez: anche qui, come in Colombia e come in chissà quanti altri stati e tempi, c’è un potere (rappresentato dal maccartismo del senatore McCarthy) che cerca di imbrigliare la stampa libera. Il film è in un caldo bianco e nero, è snello, sobrio, diretto e concreto. Non solo didattico, anche appassionante.)

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