Notti di Paura e Delirio a Firenze.

Da qualche anno ho ormai riscoperto che camminare per Firenze mi piace. Oh, certo. Passeggio per le vie di Firenze senza una meta ben precisa fin dalla non troppo tenera età di quindici anni. Più o meno un paio di volte alla settimana io son lì con altra gente a compiere un giro per pub che col passare del tempo si fa sempre meno alcolico. Ma non parlavo di questo. Intendevo camminare da solo, come facevo ai tempi del liceo: di pomeriggio, quando proprio c’era voglia di evadere, o di mattina, quando c’era giustappunto l’interrogazione di Storia. Col mio stonato walkman a cassette e le mie magliette dei Paradise Lost entravo nei negozi di dischi come Alberti, che allora aveva un irresistibile reparto bootleg, o al SuperRecords, sotto la stazione, ricco di sorprese e rarità. Qui potevi sentire i dischi per ore, in cuffia, senza fretta alcuna. L’unica libreria che frequentavo allora era la Feltrinelli. Ricordo che passavo ore nel reparto horror/fantascienza, a leggere le sinossi sulle quarte di copertina. Ogni tanto, soldi permettendo, compravo anche qualcosa. Stephen King, Spinrad, Tolkien, Asimov, Moorcock. E via discorrendo.Oggi faccio più o meno le stesse cose. Ma di sera, quando c’è più tempo libero. Ha un che di terapeutico e di liberatorio.

Venerdì son salito in macchina alle 19 e mi son diretto verso Firenze. Quaranta chilometri, più o meno. Mezz’ora, se non si ha troppa fretta. Nel lettore dell’autoradio c’era un cd con tutti gli album di Tori Amos in formato mp3. Ho deciso di tenerlo. Ho girovagato tra i dischi, come non dovrebbe mai fare un ascoltatore serio, scegliendo solo i pezzi che più ci stavano bene. Ballate, più che altro. Jackie’s strength, dedicata a Jackie Kennedy, moglie dell’assassinato John. China, con quella splendida immagine dell’impenetrabile Grande Muraglia. Pretty Good Year, scritta pensando a Greg, un fan che inviò una lettera speciale. Northern Lad, cantata dal cielo eppure così schietta e para-femminista (Girls youve got to know/When its time to turn the page/When youre only wet/Because of the rain/When youre only wet/Because of the rain). Poi, ancora, personale, Digital Ghost, dall’ultimo disco. Che mi ricorda un po’ il jogging per le strade ventose di Varsavia.

Son arrivato a Firenze e ho parcheggiato lungo i viali. Giuro, porca miseria, giuro. Sì, a sentire in giro pare che parcheggiare in città sia impossibile. Dalla mia zona nessuno osa inoltrarsi nel capoluogo toscano, neanche di sera quando il traffico è minore, perché pare sia davvero un’impresa ardua trovare un angolo dove ficcare il proprio automezzo. In verità vi dico che da quattordici anni passo a Firenze un discreto numero di serate al mese. E che vado sempre in centro. E che avrò avuto problemi a parcheggiare una decina di volte. Forse. Il problema, diciamolo, è che la gente vorrebbe sistemare la macchina in piazza del Duomo. O lì vicino. O davanti alla discoteca Yab, sempre. I più si spaventano al sol pensiero di fare cinquecento tremendi metri a piedi.

Io no, ma non mi sento un eroe per questo. Sono sceso che faceva quasi buio, mi sono infilato gli auricolari e ho messo qualcosa di più caldo ed esotico, Cool Struttin’ di Sonny Clark. Mi sono diretto verso il centro. Per attraversare la pericolosissima zona della stazione, lato Pastarito e poi più in là verso Piazza Santa Maria Novella, ritrovo dei più temibili extracomunitari della galassia. Io ci vedo sempre, molto semplicemente, un sacco di gente alla fermata dell’autobus che aspetta di rincasare. Visi stanchi. Se sono al novanta per cento di extracomunitari è perché la stragrande maggioranza dei fiorentini usa la macchina o il motorino. I mezzi pubblici per spostarsi in città non vanno di certo per la maggiore, e credo che non sarà semplice convincere i residenti ad usare la futura tramvia. Bisognerà lavorare sodo con le comunicazioni e gli incentivi. In quella zona inoltre ci vedo, soprattutto d’estate, gruppi variopinti che si trascinano dietro uno stereo portatile old fashioned, di quelli tamarri che andavano di moda una decina di anni fa e oltre, l’appoggiano sulla scalinata e passano le loro notti così, parlando e ballando sotto i lampioni. Ci vedo splendide donnone nere con i loro vestiti sgargiantissimi. Ragazzi che si fanno i fatti loro. Qualche volto più losco c’è, ogni tanto, che c’entra. Ma è pura statistica. L’obiezione che sento circolare più spesso è “ma non c’è più un italiano”. Io ogni tanto ci sono, ci passo, solo o accompagnato. Mai avuto problemi. Gli italiani stanno in casa, temendo stupri e rapine. Vogliono evitare rischi. Eppure le case crollano, ci sono i terremoti, le bombole piene di gas che possono scoppiare da un momento all’altro, l’ammoniaca nelle bottiglie d’acqua in ripostiglio, i phon che cadono nelle vasche colme d’acqua, le televisioni che si suicidano esplodendo durante le trasmissioni di Vespa. Rischiano anche lì, povere anime inconsapevoli. Ma, in questo caso, riescono a chiudere un occhio.

Faceva fresco e si stava bene. Sono arrivato al Melbookstore, con la testa sempre immersa negli anni ’50, e mi son messo a rovistare tra i libri usati. Una sorta di rito, ormai. Non ho trovato niente, niente che volessi prendere al momento. Stessa storia al reparto cd e dvd. Son sceso giù, ho tenuto per mano un paio di classici (“Il conte di Montecristo” e qualcos’altro) ma poi li ho messi via quando ho deciso di acquistare “Perché non sono cristiano” di Bertrand Russell. Tanto per ravvivare ancora di più il melting pot delle mie letture. Era l’ora di cena e l’ampio negozio era semi-vuoto, con i commessi indaffarati a sistemare le novità. Sono uscito per avviarmi verso l’Edison. Altra libreria. Ci ho fatto un velocissimo giro turistico e mi sono fermato lì fuori in Piazza della Repubblica. A sinistra una cantante professionista esibiva i suoi talenti allo pseudo piano bar del Paskowski, i cui tavolini erano pieni di clienti persi in conversazioni. Un pezzo melenso di Bryan Adams cercava di sovrastare Sonny Rollins. A destra, una giostra per bambini girava e girava senza bambini da far girare. Davanti a me, oltre la piazza, una nutrita fila di artisti mostrava ai passanti gli ultimi schizzi realizzati. Due ragazzi neri esibivano della mercanzia tarocca su un lenzuolo bianco, pronti a far sparire tutto in un lampo alla vista della polizia. Più in là verso via del Corso il noto clown baffuto si apprestava al suo rituale show. In giro c’era un buon numero di persone. Maggioranza straniera. Qualche inglese, qualche americano, molti spagnoli. Oddio, una serata tutto sommato tranquilla.

Ho soppresso sul nascere la voglia di una birra. Visto che era ancora presto per tornare a casa, ho individuato una panchina vuota nel centro della piazza e mi ci son seduto. Ho letto Russell per una buona mezz’ora, girandomi di rado per osservare i volti transitare attorno a me. La lettura era piacevole, scorreva via senza troppi intoppi. E’ prerogativa delle grandi menti quella di essere sempre chiari e semplici anche quando si toccano gli argomenti più spinosi. Del filosofo e matematico inglese, qualche anno fa avevo letto “La mia filosofia”: pur navigando anche in acque per me pressoché sconosciute (matematica, logica) ero riuscito a non uscirne del tutto sconfitto. Piccole soddisfazioni. Ho preso il suo “Perché non sono cristiano” per un motivo solo: avevo l’intenzione di leggere l’acclamatissimo “L’illusione di Dio” di Dawkins ma da più parti mi giungevano voci che mi dicevano di leggere prima Russell, leggere Russell, leggere Russell. E così farò.

Infine mi sono alzato dalla panchina e me ne sono andato. Cool Struttin’ era in loop da tempo, ormai. Ho fatto il percorso a ritroso – passando di nuovo dalla zona Stazione – e son rimontato in auto. In superstrada ho piazzato All hope is gone, il nuovo Slipknot, nel lettore e l’ho ascoltato a volumi non consigliati, cercando senza troppo successo di capire qualcosa dei testi. Ho viaggiato sotto i limiti per sentirlo per intero o quasi. Disco davvero non male, comunque, davvero non male.

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3 pensieri su “Notti di Paura e Delirio a Firenze.

  1. Adoro Tori Amos :)E, purtroppo, a Roma in molte (troppe) zone parcheggiare è davvero una chimera, nel raggio di centinaia di metri dalla propria destinazione…Nb credo che passare del tempo da soli con se stessi, meglio ancora se passeggiando ascoltando musica, o seduti su una panchina con un libro, meglio ancora se di sera, sia mistico, introspettivo, e talora persino fisiologico… se poi si ha la fortuna di vivere in una città bella come la mia o la tua è il massimo :)

  2. Niccolò: no :)Valeria: guarda, anche parcheggiare a firenze è un gran casino. Soprattutto di giorno. Però se non hai paura di farti un pezzo a piedi (e se hai tempo) o una fermata di bus il posto bene o male lo trovi sempre (anche non a pagamento). Di sera, però, trovare parcheggio è molto più facile.

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