Padre loro, che non sei nei cieli

Perché non sono cristiano, Russell

Il mio rapporto con la religione è sempre stato fin dagli anni dell’infanzia fondato sulle basi di un salutare scetticismo. Non ci siamo mai andati a genio. Non ricordo momenti in cui ho davvero creduto che qualcuno mi stesse osservando, da lassù. O che dovessi raccontare a qualche essere invisibile i fatti miei. Tempo fa mi sono rivisto nella scena iniziale de L’ora di religione di Bellocchio, dove c’è un bambino che si guarda attorno e urla “vattene! lasciami in pace! voglio stare da solo!” a un Dio impiccione che gli hanno detto essere ovunque attorno a lui. Non rammento, tornando indietro con la memoria, recitazioni di preghiere in cui ho creduto sul serio. Ho fatto l’asilo presso le suore ma tutto ciò che mi è rimasto è il ricordo della piccola chiesa in cui ci portavano di tanto in tanto a pregare, proprio accanto all’edificio della scuola materna, e riesco ad acciuffare per la coda un certo principio di risentimento verso chi ci allontanava dai nostri giochi con i Micronauti o dalle imitazioni di John e Poncharello per condurci nel regno della noia. Le suore me le ricordo comunque gentili e benevole, anche se ce n’era una voluminosa che mi incuteva un certo timore. Ho rimosso il nome come si rimuove un trauma. Era la cuoca, che tutti i giorni ci preparava dei cannelloni al pomodoro piuttosto scotti che finii per adorare e che da allora mi condizionano pavlovianamente. Se vedo una suora, voglio dire, penso alla pasta. A dirla tutta, tra queste donne anomale ce n’era una che mi stava piuttosto a cuore, tale suor Cristina, minuscola, secca secca e sempre sorridente. Le regalai, di mia spontanea volontà, il volume dei Quindici che si occupava del corpo umano. Non ho memoria del motivo. Ho vaghi indizi mnemonici di lei che mi racconta di aver avuto voluto diventare dottoressa. O forse è solo un ricordo che cerco di razionalizzare.

Alle elementari ci fu, poi, questa cosa del prete che ogni settimana veniva in classe nostra a parlarci di cose improbabili e incomprensibili. Ricordo il maestro che sbuffava  nell’abbandonare la cattedra ma che doveva per forza adeguarsi. Così voleva la legge. Alla fine, dopo anni di bombardamento catechistico, conoscevo a memoria diverse preghiere – ma non il Credo, no, troppo lunga e noiosa – ma me ne sfuggiva il senso. Le stesse singole parole avevano  per me un significato oscuro. Erano vuote. Tentazione, rimetti a noi i nostri debiti, il frutto del seno tuo. Non mi trasmettevano niente, puri significanti all’affannosa ricerca di un contenuto. Ho qualche brivido nell’immaginare il me bambino, vestito con l’abito migliore per la messa, che ripete a pappagallo sentenze lugubri come ora e nell’ora della nostra morte. Aberrante.

A catechismo le cose andavano ancora peggio. E’ naturale che non avessi una chiara idea di che cosa dovesse essere Dio: questo mi impediva di amarlo o di odiarlo, di crederci o di non crederci. Rimanevo nel mezzo. In buona sostanza, cominciavo a fregarmene, e ciò si doveva in qualche modo percepire all’esterno. Sapevo che si vedeva. Tanto per dire, l’insegnante di catechismo, una donna piccola e dura della quale ricordo le lezioni ansiogene trascorse nella speranza che non mi chiedesse di ripetere quella preghiera che non avevo studiato a casa, mi trattava con evidente disprezzo. Allora ero un bambino tranquillo, silenzioso fino all’eccesso. Anche troppo umile. Durante una di queste fondamentali lezioni la tizia mi interrogò su qualcosa che ignoravo. Una mia compagna di classe, mentre mi stavo esibendo in una spettacolare scena muta, confessò alla catechista che non era normale che non sapessi rispondere, visto che a scuola ero il più bravo. La tremenda vecchia (poi ho scoperto che non era così vecchia come mi pareva allora, dato che è vecchia oggi) rispose con parole che assomigliano terribilmente a queste: “Lui pensa che gli basti sapere le cose, ma non sempre serve”, frase che mi parve già allora una specie di umiliazione gratuita. Da lì fu guerra aperta. Cominciai a saltare le lezioni di catechismo e l’ora di messa per andare al bar a giocare ai videogiochi. Poco prima dell’ora di “lezione”, copiavo i “compiti a casa” che ci venivano assegnati ogni settimana. Mi confessai una volta, l’unica della mia vita e fu già troppo, per la comunione, inventando due o tre plausibili ma non troppo esagerati peccati. Ho detto parolacce, ho fatto arrabbiare la mamma, ho litigato con i miei fratelli. Anni dopo feci la cresima dicendo al prete, le guance rosse di chi ha un ottimo rapporto col vino, di essermi confessato qualche minuto prima all’altro confessionale. Ma era falso. Poi chiusi tutti i miei doveri con la Chiesa, non facendo mai del tutto mia l’idea del non credere, ma piuttosto privilegiando tattiche di perpetuato menefreghismo.

Con gli anni, con la crescita, con le letture, notando tutte le contraddizioni tipiche della fede, mano a mano che conoscevo più persone e che andavo formando una più solida consapevolezza, mi sono arreso al mio inevitabile e innegabile ateismo. Con sempre più rari istanti di agnosticismo.

Libri come “Perché non sono cristiano” di Russell strutturano al meglio gran parte delle idee che mi sono fatto su argomenti come fede, dogmi e religione. Il volume dell’eminente filosofo britannico è una raccolta di saggi che tratta il problema della fede sia dal punto di vista della metafisica (Dio c’è?) che della morale (la religione fa bene all’umanità? Dio è davvero buono?). Ragione e buon senso portano Russell a prendere le distanze dai dogmi di tutte le fedi, visti come elementi nocivi per lo sviluppo e il progresso dell’Uomo. Non sempre attuali ma molto spesso attualizzabili, le teorie mirano a tratteggiare una realtà scremata di assolutismi in cui l’unico obiettivo della società deve essere la felicità o, se la parola sembra troppo grossa, lo stare bene. Fine dell’esaltazione del dolore, dunque, fine della facile consolazione, fine della repressione degli istinti sessuali, fine della negazione delle evidenze. Via alla ricerca, via ad un maturo controllo delle nascite, via alla soppressione delle malattie veneree, via allo smantellamento delle vecchie superstizioni, create ad hoc per società e popolazioni di migliaia di anni fa. E altro ancora.

Gli scritti di Russell risalgono al periodo 1920-1950 e da quella fase molto è stato fatto nella direzione da lui auspicata. Ma non ancora abbastanza, se gli Arabi parlano di Guerra Santa e i leader degli Stati Uniti blaterano di conflitti in nome di Dio. Se laddove si muore di fame non si educa la gente in modo da impedirle di mettere al mondo dozzine di figli. Se le mamme di arrabbiano per il figlio che bestemmia ma non per il figlio che dice sporco negro (succede, succede). Se il Papa dice diffidate dal mito del sapere e nessuno si scandalizza troppo.

Nel libro è presente un gustosissimo dibattito tra Russell e padre F.C. Copleston (peraltro, non un cretino) sull’esistenza di Dio che da solo vale, come si dice, il prezzo del biglietto. Un bel duello a colpi di fioretto.

Inoltre, l’edizione di cui sono in possesso si chiude con una relazione di Paul Edwards che racconta una triste vicenda avvenuta verso l’inizio degli anni ’40. In quel periodo, un giudice di chiare tendenze cattoliche giudicò Russell lascivo, non credente e immorale e riuscì nell’intento di impedirgli di insegnare filosofia all’Università di New York, la quale gli aveva offerto una cattedra. Nel suo solerte e spassoso verdetto, questo giudice cita alcune delle sudice parole con cui Russell ha imbrattato i suoi libri perversi. Una delle frasi prese in esame per dimostrare l’inadeguatezza morale del filosofo è: “Penso che tutti i rapporti sessuali che non portano alla procreazione debbano essere considerati un affare esclusivamente privato e che se un uomo e una donna decidono di vivere insieme senza avere figli, la cosa riguarda solo loro” (Russell, Marriage and Morals). Tesi inqualificabili e abiette, no?

Annunci

2 pensieri su “Padre loro, che non sei nei cieli

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...