La moria dei fatti.

Di religione ne parlavo qualche giorno fa, giustappunto. Durante una cena, ieri, mi sono trovato mio malgrado invischiato in una accesa discussione sul tema, discussione nata dalla presunta importanza del Papa e del suo essere necessario all’entità Chiesa. C’era la fazione dei credenti, la fazione di chi non si pronunciava, la fazione dei non credenti. I discorsi hanno condotto a concetti ancora più alti e filosofici – e senza neppure aver bevuto troppi bicchieri di vino – che mi hanno visto alla fine inevitabilmente assumere il ruolo di chi si schiera dalla parte dei fatti, della ragione, della logica rispetto ad un troppo semplice e sofistico atteggiamento buonista nei confronti dell’oggetto-opinione. L’opinione la si rispetta (ed infatti rispetto chi crede – e rispetto ancora di più la coerenza di quei pochi che seguono davvero i dettami di Gesù, pur non condividendoli sempre, e nonostante la loro spesso manifesta contradditorietà), ma non sempre la si deve legittimare. Ci sono fenomeni, nel mondo, la cui spettacolare concretezza mette in secondo piano le visioni soggettive e relativistiche. Fatti sui quali si possono avere opinioni diverse, per carità, ma tali opinioni non possono pretendere tutte di avere la medesima importanza, come se si stesse parlando di un disco o di un libro (anche qui, però: chi se la sente di dire che l’opinione “Moccia è meglio di Garcia Marquez” ha lo stesso valore di “Garcia Marquez è meglio di Moccia”?).

Due più due fa sempre quattro, anche se il Grande Fratello orwelliano dice il contrario. Il punto è: se ho un cancro, mi conviene fidarmi del lavoro di un oncologo, e non di quello del vicino di casa che cura i malati con l’imposizione delle mani. Se mi butto da una torre alta 100 metri andrò incontro a morte certa, nonostante quell’anziana signora laggiù in fondo asserisca, con tutta la buona fede del mondo, che mi spunteranno delle enormi ali sulla schiena e che comincerò a volare di punto in bianco. Se dimostro, con ragione e studi, che l’uomo deriva dalla scimmia, posso rispettare – per il quieto vivere, ed anche perché non è che me ne freghi un granché – l’opinione di chi afferma che veniamo da Adamo ed Eva, e la storia della Mela, il Serpente e la Foglia di Fico, posso rispettare questa opinione, certo. Ma so che è sbagliata e indifendibile. Oggettivamente e indiscutibilmente sbagliata. E superstizione tramandata da una tradizione indefessa per adattare senza troppe speranze schemi conservatori degli sfuggenti bei tempi che furono alla modernità. Prendiamo la storia del gatto nero  – poveraccio – che porta male quando ti attraversa la strada. A poco serve ripetere che il diffondersi di queste teorie strampalate è solo opera di una mente umana che cerca regolarità e che registra e memorizza selettivamente in principal modo quei fatti che rafforzano le proprie convinzioni, onde evitare squilibri e discrepanze cognitive. Serve a poco o a niente. Funziona così: diamo per buono che Gino sia cresciuto in una società in cui gli è stato insegnato che i gatti neri portano una sfortuna indicibile. Bene. Gino vivrà 80 anni, e in tutto questo periodo di tempo saranno 100 i gatti neri che gli attraverseranno la strada. Gino, poco prima di morire, continuerà a credere nella Maledizione del Gatto Nero perché ricorderà esclusivamente quelle 2 volte in cui allattraversamento di 2 felini scuri sono succeduti due fatti incresciosi: è stato lasciato dalla ragazza e ha bucato la gomma dell’auto. Delle 98 evidenze contrarie alla sua teoria superstiziosa il suo cervello non saprà che farsene. Gliene bastano due per autolegittimarsi e per mantenere un certo equilibro stabile. Si potrebbe, a ben vedere, adottare uno schema come questo per parlare delle guarigioni di Lourdes o dell’atteggiamento sociale verso la diversità. Ma, tornando all’esempio del Temibile Gatto Nero: anche in casi come questi le diverse opinioni sono tutte legittime? Ha potenzialmente ragione sia chi nega la superstizione sia chi la tramanda? Hanno tutti ragione su tutto? Anche io che credo che l’uomo discenda dalla mucca? Posso difendermi dietro l’aprioristica legittimità della mia opinione anche se non ho uno straccio di prova? Posso tirare in ballo il mio invisibile spirito mucchistico, in cui ho molta fede, per controbattere le argomentazioni di chi, col cervello e con i fatti, mi dimostra che le cose non possono essere come dico io?

Excusatio non petita: appoggiarsi ai fatti non è dogmatismo. Alle conclusioni si arriva alla fine di processi razionali, di dimostrazioni, di evidenze. Il dogmatismo è, per il De Mauro, “qualsiasi concezione filosofica che accetta una verità indipendente da fatti ed esperienze, partendo da una serie di principi assunti come inconfutabili e indiscutibili “. Credere in ciò che si sperimenta, partendo dai dubbi per arrivare a risultati logici, non può avere lo stesso valore dell’aver fiducia in ciò di cui non si ha certezza né notizie. Perché, altrimenti, mettiamo sullo stesso identico piano Galileo, Godel e il Mago Otelma.

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