Il razzismo “spiegato” (in due parole) a un bambino.

A tempo perso, sono da anni anche un istruttore di Scuola Calcio per bambini. Lo faccio perché mi piace il calcio, ovvio, ma soprattutto per i bambini. Mi piace stare con loro, e mi fa il ridere il sincero “ma come sei invecchiato!” che ogni tanto qualcuno di loro mi tira addosso, con schiettezza atroce, quando ci ritroviamo a settembre dopo due o tre mesi di sospensione delle attività. Fanculo, pensi. Se te lo dice lui allora è vero. Com’erano vere e inappellabili le parole degli zombie di Pet Sematary.

Nella squadra di bambini nati nel 1999 che ho allenato per un paio d’anni, fino a giugno scorso, c’è un bambino nato in Senegal (nerissimo, e spettacolare come pochi), che ho col tempo ho imparato a conoscere bene. E’ un puledro imbizzarrito, fondamentalmente anarchico e indisciplinato, eppure di una bontà e di un calore speciale. Ora, per farla breve, quest’anno Mustafà (che non è il nome vero) è passato in mano ad un altro allenatore: io ho preso la categoria immediatamente successiva, quella dei pargoli del 2000. Per farla ancora più breve, la categoria del 1999 e quella del 2000 si allenano in contemporanea. I bambini tornano a casa assieme, tutti o quasi, sullo stesso piccolo pullman.

L’altra sera accade questo. Entrambi gli allenamenti sono finiti, i bambini hanno fatto la doccia e sono saliti sul pullman. Il pullman non parte, però. E successo qualcosa. Il bambino senegalese (che nella sua storia ha un paio d’anni di Senegal e sei d’Italia) esce dal veicolo, a corsa, e mi chiama, con quel suo accento che tende all’acuto. “Gianluca, ti devo dire una cosa, aspetta!”. Si avvicina a me perché, sospetto, nessun altro deve sentire. E’ una cosa da non rendere pubblica, che gli provoca vergogna. “Gianluca, Mario mi chiama marrocchino”. Non so che dirgli, sul momento, e forse lo deludo. Non faccio niente. Non voglio fare inutili scenate. Ne prendo atto, e mi porto tutta la faccenda a casa. Mario (che non è il nome vero) è un bambino più piccolo, del 2000, che fa parte della squadra che alleno quest’anno. Mario ha i suoi problemi con una vita che lha già messo a dura prova, e sotto sotto scorgo una bontà e una generosità che non sempre riesce a tenere nascoste. Un bambino di sette anni non può essere razzista – ed infatti offese del genere sono eccezioni -, non può conoscere i termini chiave del razzismo, non può sapere che dire mar(r)occhino o negro, di per sé termini neutri, ad un bambino nero significa lanciargli addosso tutta la massa di stereotipi noiosi e fastidiosi che la società alimenta ed usa per denigrare o ridicolizzare chi arriva ed è scuro di per sé, senza spendere 50 euro al mese in lampade. Marocchino e negro sono lemmi asettici, sporcati dal sociale. Mi viene a mente ancora una volta la differenza che Umberto Eco fa tra dizionario e enciclopedia.

Insomma, per farla strabrevissima ché ho fretta, ieri c’era l’allenamento successivo all’episodio succitato. Mario è arrivato. L’ho preso da parte con l’intenzione di dirgli due parole. Non sapevo neanche da che parte cominciare, odio brontolare o apparire troppo serio e rompicoglioni, né avevo un progetto di discorso. C’erano diverse cose da sistemare: 1) rimettere a posto ciò che mi pareva un’ingiustizia 2) far capire a Mario che stava sbagliando 3) impedire che dicesse di nuovo una cose del genere a Mustafà, che è alto e forte e che la prossima volta avrebbe potuto evitare di venirmi ad avvertire, per passare tragicamente all’azione. Quindi mi son trovato davanti a questo bambino e non sapevo davvero come mettere la cosa. Era difficile. Ripetere con ossessione “son cose che non si dicono!” sarebbe stato inutile e stupido. Ho improvvisato, senza creare niente di innovativo, ma cercando di essere convincente.  Semplificazione dei concetti. Ho cercato di fargli capire che Mustafà è, naturale, un bambino come tutti gli altri, solo che è nato in un posto lontano dove tutti hanno la pelle nera come lui. Che non c’è niente di male in questo. E che se lui lo prende in giro per la sua pelle, Mustafà la sera torna a casa e pensa “Perché mi prendono in giro? Che ho fatto di male? Solo perché ho la pelle un po’ più scura?”, ho cercato di farlo immedesimare in lui. Perché capisse come dovesse sentirsi l’altro. Alla fine di tutta la pappardella, il viso colpevole e gli occhi verso il terreno,  Mario sembrava davvero convinto e dispiaciuto. Non lo dico per dire. Gli ho chiesto, allora, se aveva voglia di andare a chiedere scusa a Mustafà, il quale si stava allenando sul campo con la squadra. Ha detto di sì. Si sono avvicinati, si son dati la mano, e Mario s’è scusato. Gli ho fatto intendere che s’è comportato benissimo, lho incoraggiato. Al di là di ogni retorica possibile, m’è parsa una bella scena.

Visto che ci sono, segnalo questo post e questo di Idiotaignorante, post che toccano tematiche a me care. Avvertenza per i sensibiloni: ci son diverse bestemmie e donne seminude, eh.

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Un pensiero su “Il razzismo “spiegato” (in due parole) a un bambino.

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    Regards, Emmett

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