Il fascino discreto della signora Dalloway

La signora Dalloway

Sono rientrato in contatto col nome di Virginia Woolf, che fa tanto Liceo, grazie ad Augias. Ne “I segreti di Londra” egli dedica diverse pagine alla figura della scrittrice inglese, lei e la sua vita tormentata, lei e le sue relazioni atipiche, lei e il suo straordinario circolo di amici a Bloomsbury, lei e la sua straziante depressione. Poi, alcuni mesi dopo, l’ho ritrovata in “Viverla per raccontarla“: qui Marquez spende qualche periodo per narrare l’impatto che “La signora Dalloway” ha avuto nella sua vita. Ho finito per aver voglia di conoscerla, questa Virginia Woolf.

La signora Dalloway” (1925), letto in questi giorni, merita tutte le attenzioni che ha ricevuto. Pur non essendo sempre interessantissimo – non sempre il coinvolgimento è totale -, m’è piaciuto molto in special modo come progetto, come idea. Mi piace la prosa, svincolata, disconnessa, bizzarra, tracimante e paranoica tipica del flusso di coscienza, mi piace l’ironia, che impercettibilmente sconfina più volte nella satira, ironia che si insinua senza tentennamenti nelle crepe della tradizione, delle buone maniere, della noia ben vestita della vita borghese. Mi piace l’approfondimento psicologico dei personaggi, mai bidimensionali, mai eccessivi, mai lodevoli, quasi mai disprezzabili, che si alternano e si rincorrono in una vicenda con poche vicende condensate in pochissime ore, al limite del banale, del prevedibile, dell’ovvio. Mi piace questa scrittura libera, senza guinzaglio. Che ambisce alla conoscenza dell’inconscio. Sono molti i temi toccati dalla Woolf, e sono di formidabile modernità: un conformismo individuato ma mai  combattuto sul serio (pensate ad un “Il fascino discreto della borghesia” meno provocatorio), la perfezione ideale di storie d’amore mai davvero vissute (tema evergreen della letteratura), il disprezzo per la guerra, sintetizzato nella creazione del fantastico personaggio di Septimus, reduce della Prima Guerra Mondiale in preda ad una follia in cui si nasconde la stessa Woolf, e poi ancora la falsità intrinseca alla natura umana, la codardia di piegarsi alla prassi invece di seguire ciò che si vuole, gli snobismi, l’avvicinarsi della morte, la morte, la vecchiaia, la morte. E l’inutilità che l’anticipa, e l’inutilità che la segue.

Un’opera densa e ricca di umori, di timori incoffessati e di muri che nelle torrenziali discussioni interiori appaiono insormontabili, ulteriore testimonianza del conflitto tra io e società alla base delle comuni nevrosi, anche contemporanee. (Beating with life, you promised life). Per questo, come si vuol dire e come dirò anch’io, un’opera ancora attualissima.

Per chiudere: il libro è ancora più interessante se si conosce Londra. E’ tutto girato tra Westminster, Green Park, Oxford Street, Piccadilly, la City, lo Strand, Victoria Street. Certe situazioni acquistano ancora più spessore, sono più forti, se si riesce a collocare i personaggi all’interno di ambienti che conosciamo bene.

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