Vicky Cristina Barcelona

Woody Allen
Caruccio, il nuovo Woody Allen, quello con S.Johansson, Javer Bardem e Penelope Cruz. In realtà non m’aspettavo niente di che, ed invece la visione ha rappresentato un’ora e mezzo abbastanza piacevole. Film leggerino, sia chiaro, su tematiche non originali, anche didascalico e prevedibile, con una stucchevole voce fuori campo e con la solita regia conservatrice tipicamente Woody. Fa ridere, anche, ma solo se si conosce Woody Allen e si riesce ad immaginare il sarcasmo con cui ha messo in scena certe situazioni e certi personaggi. La storia ha poca importanza: due ragazze americane che rappresentano due modi opposti di relazionarsi alla vita, uno freddo e represso, l’altro passionale e incostante, arrivano a Barcellona, incontrano un pittore appena uscito, forse, da un disturbato matrimonio, e cominciano ad intrallazzare nei modi più consoni alle loro differenti personalità.

Chi ha ben presente la poetica di Allen scorge un impalpabile alone di ridicolo attorno alle figure zoppicanti degli artisti rappresentati, all’amore libero, alla poesia, ai ritrovi di intellettuali che bevono vino – col bicchiere sempre impugnato nel modo giusto – e che discutono sul senso della vita e tutto il resto. Non ho potuto non ridere pensando all’ironia che sta dietro alla frase con cui Bardem (Juan Antonio) descrive con orgoglio il padre poeta: “Mio padre è un grande poeta“, dice più o meno, “ma non ha mai pubblicato una poesia. Odia il mondo, e negandogli le sue opere vuole fargli una specie di dispetto“. L’importanza attribuita alle proprie creazioni contrasta in modo troppo buffo, troppo per non farci una risata, con quello che è il noto pragmatismo del regista americano, quello che non si prende mai sul serio, quello di “Non voglio raggiungere l’immortalità con le mie opere, voglio raggiungerla non morendo“.

L’immagine dell’artista, nel film, viene derisa a più riprese ma in modo davvero sottile, con poche azzeccate pennellate. Non ascia, ma bisturi. I tre personaggi con velleità artistoidi rappresentano in fin dei conti personalità deboli, maniacali, sul lungo periodo neanche affascinanti come era parso inizialmente. Sono sciocchi, inutili. Da non prendere come modelli. C’è autoironia, suppongo, e autoreferenzialità. Sull’altro fronte, invece, Allen mostra di provare una certa comprensione e, perché no, simpatia, verso il personaggio interpretato da Rebecca Hall (Vicky), la quale viene a trovarsi di fronte al classico dilemma – già affrontato da Allen stesso in molti suoi lavori, tra cui “Match Point” – : meglio una vita serena, sicura, probabilmente noiosa o una vita di passione, di continua ridefinizione, instabile e sofferente?

Facciamo un passo indietro. Gli ultimi film di Allen, in particolare “Match Point” e “Cassandra’s dream”, sono stati molto criticati per il loro messaggio morale. Sono lavori eticamente antipatici, per certi versi assimilabili ai libri di Houellebecq, nei quali il cinismo e il proprio tornaconto personale hanno sempre la meglio su sentimenti, amore, pace e umanità, nei modi più spregevoli e sordidi. C’è un certo compiacimento, anche qui molto houellebecqiano, nel mostrare il lato più disgustoso degli uomini, e ciò ha dato fastidio ai più: macché speranza e gioia, dice Allen. Siamo solo miserabili, neanche degni di compassione. Ogni scelta porterà al dolore. Solo chi è gretto e inumano raggiungerà i propri scopi.

Sul primo momento ho pensato che “Vicky Cristina Barcelona” si allontanasse da quei temi. E, per certi versi, lo fa. E infatti un film molto più rilassante, musica spagnola e strade calde di gente, che non vuol seminare angoscia nelle menti degli spettatori come invece fanno gli altri due succitati. Di fronte al dilemma finale di Vicky, però, torna a bomba il pessimismo forse autobiografico di Allen. Sembra non poterne fare a meno, non più. La scelta di Vicky, la via della sicurezza, è infelice, e lo sarà per sempre.  Reprime le sue tentazioni e si accomoda sul divano di un noioso futuro. Ma, d’altra parte, anche Vittoria, pseudoartista, animo libero, che fugge da una relazione alla’ltra, perennemente insoddisfatta di ciò che ha, andrà incontro ad un’esistenza anonima, solitaria e dolorosa. Nel finale lei sembra rendersene conto, ma si ha  lo stesso l’impressione che non riuscirà mai a cambiare se stessa. L’insoddisfazione cronica, così pare, non ha cura.

Il dilemma di Vicky (che poi è quello di Victoria) è in fin dei conti inutile e pretestuoso, dal momento che entrambe le opzioni non sono minimamente soddisfacenti, entrambe non portano la felicità ma conducono a considerare, sempre e comunque, più desiderabile l’alternativa. Come quando siamo alla cassa della Coop e malediciamo noi stessi per aver scelto la fila sbagliata, dal momento che quella accanto scorre sempre più celermente. Stessa storia.

E’ di nuovo tutto fatalmente nero, in buona sostanza, per il vecchio Woody Allen.

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7 pensieri su “Vicky Cristina Barcelona

  1. Mi visto un film di WA in vita mia… :/Il problema è che di mio sono abbastanza allergica al cinema tutto, il fida invece è fissato e questo comporta inevitabilmente una certa cultura (anche se involontaria) pure per me, ma Allen non credo gli piaccia……cmq prima o poi per curiosità vedrò qualcosa :)

  2. Se devi vederne uno solo, guarda “Io e Annie”, c’è tutta la woodyallenità lì dentro. Se devi vederne due, mettici anche “Il dormiglione”, satirico e con tante citazioni a Charlie Chaplin.

  3. Cmq non vorrei aver dato l’impressione che sia un filmone, eh. E’ un film sufficiente, tiepido, con qualche buona trovata. Allen non ha più l’ispirazione di un tempo e, peggio, vuol fare troppi film all’anno.

  4. L’ho visto l’altra sera e devo dire che la cosa migliore del film sta nella voglia che m’ha fatto venire di tornare in Spagna. :-)Scherzi a parte, il film m’è piaicuto. Hai ragione quando scrivi "Film leggerino, sia chiaro, su tematiche non originali, anche didascalico e prevedibile, con una stucchevole voce fuori campo e con la solita regia conservatrice tipicamente Woody."Il film è divertente anche se io tutta la cinica ironia di cui scrivi più avanti mica l’ho colta.Ma magari dipende dal fatto che ‘sti personaggi dei film di Allen (sempre strafighi, tra ville spagnole e vernissage, colti sempre in compagnia di artisti di successo o manager di punta) mi sembrano tutti alieni in vacanza sulla terra.Il fatto è che a fine visione del singolo destino di ognuno di loro poco m’importava. Insomma ho trovato il tutto un pochino vacuo.

  5. "Il film è divertente anche se io tutta la cinica ironia di cui scrivi più avanti mica l’ho colta."Non so, conoscendo abbastanza bene W. Allen (per non dire che c’ho preso dei periodi di fissa, che ho visto tutti i film, spesso svariate volte), la sua poetica e la sua visione del "mondo degli artisti", il film mi suona come una specie di presa per il culo nei confronti della tipica esaltazione della vita dell’artista, tutta donne, mostre e discorsi sul nulla.Per questo concordo con"Ma magari dipende dal fatto che ‘sti personaggi dei film di Allen (sempre strafighi, tra ville spagnole e vernissage, colti sempre in compagnia di artisti di successo o manager di punta) mi sembrano tutti alieni in vacanza sulla terra.Il fatto è che a fine visione del singolo destino di ognuno di loro poco m’importava. Insomma ho trovato il tutto un pochino vacuo"Credo che renderli ridicoli e vuoti fosse l’obiettivo di Allen. O, almeno, mi piace pensarla così :)

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