I pensieri della piscina: ancoraggio e deriva della musica


(lo sport mi piace: la sensazione di benessere che procura fare sport con continuità non può non essere apprezzabile. Tra tutti gli sport, però, ho sempre preferito quelli ludici. Per definizione, sono più divertenti. Calcio, tennis, basket e pallavolo sono attività dove non conta solamente la pura forza fisica ma, anzi, hanno un’importanza rilevante anche capacità di invenzione, di resistenza alle pressioni psicologiche, di collaborazione per un fine unico. Purtroppo, per motivi su cui non mi dilungo, da qualche anno ho dovuto ripiegare su quelli che definisco “sport di sola fatica”, in principal modo corsa, bicicletta e nuoto in piscina. Non mi piace l’atto in sé di correre e di andare in bici, è ripetitivo e dunque noioso, ma adoro la sensazione successiva, quel benessere da stanchezza che, paradossalmente, rinvigorisce corpo e mente. L’invenzione del lettore mp3 portatile mi è venuta in soccorso. Da allora, da quando l’utile congegno mi fa compagnia, l’atto di correre e l’atto di pedalare, una volta di una pallosità incommensurabile, sono divenuti solo insignificanti sottofondi di un’attività ben più divertente: l’ascolto di un disco. Correre è ormai solamente la scusa buona per passare un’ora in solitaria col proprio album preferito o con l’attesissimo nuovo lavoro dei Pincus Pallinus. La musica ha il potere di farti dimenticare che stai compiendo un atto faticoso e poco stimolante. Ti rende piacevole anche la fatica, perché sposta la tua attenzione su qualcos’altro, col risultato che correre (o andare in bicicletta) finisce per regalare solo soddisfazioni: un’esperienza musicale spesso gradevole e ottimi strascichi psicofisici. Avevo dunque trovato un buon compromesso con questo tipo di sport, quando (per cause qui non importanti) mi è stato suggerito di andare un paio di volte alla settimana in piscina. Dramma. Sott’acqua, è ovvio, niente musica. Orrore. Per questo motivo le mie prime giornate a macinare (prima poche, poi un po’ di più) vasche hanno rappresentato un’ingiusta tortura. Non facevo che guardare l’orologio ogni cinque minuti, sperando che la mia ora di nuoto terminasse il prima possibile. Poi mi sono adattato, col passare dei giorni, e ho scoperto che neanche il nuoto alla fin fine è la noia pura, no. Devi fartelo prendere bene. E’ buona cosa, per esempio, riuscire ad isolarsi da tutto il resto per concentrarsi su qualcosa di specifico, e seguire il flusso di pensieri nel silenzio acqueo. Oh sì, è così zen. A tal proposito, l’altro giorno, tra una bracciata e l’altra, mi ci sono scappate giusto un paio di superficiali divagazioni sul rapporto tra cultura, intesa come pratiche e conoscenze di una società, e musica – la quale mi sopravvive dentro anche senza aiuti tecnologici -, superficiali e inutili divagazioni con cui non posso non inondare il blog).


Il filosofo Schopenhauer definì la musica la più alta delle arti per alcuni motivi, tra i quali c’era l’universalità del linguaggio. Ora, io non so se la musica sia la migliore delle arti, e non m’interessa un granché la cosa: di sicuro osservo che il suo linguaggio non è propriamente universale. Se per “linguaggio universale” vogliamo dire che può essere esperita indipendentemente da ogni diversa popolazione, si può fare lo stesso discorso per un dipinto, un film muto, ma anche per una mela o una nuvola in cielo. Se per “linguaggio universale”, invece, intendiamo un codice in cui allo stesso segno corrispondono ovunque gli stessi significati, la musica è l’opposto dell’universalità. Un sorriso è linguaggio universale, così come lo è il pianto di un bambino: sono segni che comunicano più o meno le stesse cose in tutto il mondo. La musica credo di no. Il significato che si affibbia ad una determinata sequenza di accordi, ad un pattern ritmico o ad una melodia sembra variare anche in modo importante quando si passa da una cultura ad un’altra, nonché, più ovvio, da persona a persona. Ciò succede per qualsiasi tipo di arte, ma per la musica succede di più. Succede perché la musica è, questo sì, l’arte più astratta e pura, quella più vicina a rappresentare un’esperienza senza-mondo, di trascendenza, mistica e completamente personale. Così pare.

La musica come materia sonora sembra non aver troppi agganci con la realtà. Un film riproduce il reale, un romanzo utilizza parole con significati precisi e codificati, un dipinto regala la visione del mondo di un pittore. Sono tutte forme d’arte con referenti nella realtà ontologica. Si può obiettare che anche queste attività artistiche possono sconfinare nell’astrattismo, è vero, quando tentano di rendere paritetico il rapporto tra artista e fruitore del prodotto artistico, con quest’ultimo che viene legittimato e spinto a trovare nell’arte un senso che con ogni probabilità non era nella testa del creatore. L’astrattismo è democrazia artistica, in tal senso. Ma un dipinto astratto, privo di elementi figurativi, è sempre qualcosa che cerco di rimettere a posto, di razionalizzare, basandomi su cosa so del mondo, su quelle che sono le sue forme e i suoi colori. Lo confronto con la realtà e vi cerco connessioni. Penso a qualcosa di simile alle macchie di Rorschach, laddove uno può vedere facce, alberi, palloni sgonfi o funghi nucleari. Rispetto a tutto ciò, la musica sembra a prima vista molto più solitaria, un ente liquido e impalpabile che galleggia nell’aria senz’ancore, altero, incapace di corrompersi con i significati del mondo. Dov’è, in natura, la Nona di Beethoven? A cosa assomiglia? A niente. Perciò la musica sembra essere allo stesso tempo non-referenziale e auto-referenziale. Pare non avere referenti diretti nel mondo e acquistare senso solo se relazionata a se stessa. Ma è davvero così?No che non lo è. E non lo fu, probabilmente, neanche per quell’uomo primitivo che per primo batté il suo bastone contro una pietra, alla ricerca di un ritmo, e trovò che la cosa poteva essere divertente. Non lo fu perché, sensazione mia, egli cercava solo di replicare o interpretare qualcosa che aveva sentito, il galoppare delle gazzelle in fuga, i rumori notturni dentro la foresta, il battito del cuore… Cose del genere. Da quel gesto ancestrale in poi i suoni, di per sé teoricamente esenti dal trasmettere significati codificati, sono stati elaborati e investiti di senso in modo diverso dalle diverse culture. La musica, come le altre arti, non è nata candida, e col passare del tempo lo è stata sempre meno. Si potrebbe pensare ad essa come ad un contenitore vuoto che viene riempito di materiale semantico che varia al variare della posizione geografica e dell’ambiente culturale. Ha trovato una moltitudine di agganci nel mondo, e galleggia sempre meno in solitaria, sempre meno pura, sempre più manipolata. Se ad esempio ci pongono all’ascolto di una sequenza di note sufficientemente lunga, nella maggioranza dei casi siamo in grado di dire se contiene rimandi alla musica orientale, a quella brasiliana, al jazz, al metal, alle sonorità africane. Difficilmente non riusciamo a darne una collocazione, culturale o geografica che sia. Questo è un fatto abbastanza oggettivo e ecumenico. Più relativo è invece il modo di interpretare queste caratteristiche quando vengono filtrate dalla propria griglia culturale: qui da noi (ma non a tutti) magari la musica cantautorale brasiliana suscita sentimenti di spensieratezza e romanticismo, al Polo Nord, chissà, incita al suicidio, in Russia fa dormire, in Giappone ha funzioni religiose, in nuova Zelanda è pura blasfemia. Altro esempio: il ritmo che quella data tribù centroafricana utilizza per dialogare con i defunti viene riadattato ed utilizzato nelle discoteche nostrane per far ballare e divertire i ragazzi. Lo stesso segno può essere considerato in modo diverso in posti diversi: come può essere la musica un linguaggio universale?

A corollario di ciò, si può dire che questo continuo lavorare la materia musicale da parte delle differenti culture ha fatto sì che fosse sempre più difficile trovare una combinazione di accordi e note su cui nessun agente culturale avesse ancora messo le mani. E’ invece assai probabile che un brano musicale, tutt’altro che vergine di significati, si porti appresso un intero vagone di referenti, di tradizioni, di cose che si potrebbero chiamare memi musicali. Tali ormai consolidate connessioni musica-cultura viaggiano nel mondo attraverso le persone, i musicisti, i film, i libri, le migrazioni. E i dischi, già, giuro che stavo per scordarmelo.

Partiti ipotizzando l’assoluta astrattezza della musica, si giunge ad affermarne la necessaria immanenza: nel momento in cui crei la tua musica, ci metti dentro ingredienti della tua cultura (anche musicale) e diffondi, dunque, la tua cultura, il tuo mondo, le tue idee, le tue influenze musicali. Già la creazione è in sé contaminazione. In seguito, nel suo vagabondare, la musica sparge queste idee e queste suggestioni consolidate in nuovi ambienti culturali, i quali la integrano e percepiscono in modi di volta in volta diversi. Tali nuovi ambienti influenzano, pur senza condizionare, le esperienze individuali di fruizione. Per esempio, so che certa musica orientale nella nostra cultura è sinonimo di riflessione, misticismo, limpidezza, perciò non mi appare di primo acchito neutra e scevra di senso: però posso lo stesso distaccarmi dal comune sentire e dire che la trovo, il più delle volte, noiosa, che non mi dà niente. Ciò avviene perché probabilmente si condividono con più facilità i simboli culturali (la cultura in cui viviamo è una) che le emozioni, meno soggette a compromessi derivanti dal principio del “quieto vivere”. L’universo culturale fornisce le istruzioni, una mappa entro cui muoversi, dà delle aspettative per valutare e interpretare la melodia allogena (erano anni che sognavo di scrivere questa parola). Eppure, nonostante la musica nasca piena di un senso tutto suo e poi venga eventualmente integrata da elementi culturali alieni quando si diffonde nel mondo, nel Sacro Momento della Fruizione Individuale non possiamo fare a meno di agganciare ad essa, per quanto ci è possibile e solo negli spazi consentiti, tutta una serie di nostre esperienze o sensazioni che vi rimarranno incollate a lungo. Queste esperienze e sensazioni che ci sembrano solo nostre sono talvolta parzialmente influenzate dalla cultura che ci ha tirato su. Anche qui, in buona sostanza, non possiamo fare a meno di sporcare le note col fango del mondo.

Mi viene a mente l’esempio del jazz: nato come genere iperpopolare, come elemento di comunanza e identificazione degli afroamericani (calore, passione, rivalsa, lotta al razzismo etc.), dalla nostra società è visto come genere d’elite, nobile, intellettuale (freddezza, esasperazioni tecniche, conformismo etc.). Si tratta di una mappa (fuorviante, fangosa) che la nostra cultura ci dà per affrontare il fenomeno. Quando il singolo ascoltatore si mette ad ascoltare jazz, sente – a meno che non abbia vissuto perennemente dentro una campana di vetro – arrivare, assieme alle note, tutti questi significati accumulatisi in precedenza. Sta a lui – il che implica sforzo di volontà e ricerca – decidere, una decisione non sempre conscia, se muoversi entro la mappa che gli viene fornita, se allontanarsene, se osservarla in modo critico, se stipare nella musica altri suoi significati personali, e così via. Il punto è ancora questo: la musica arriva a noi con un sacco di roba che si è caricata sulle spalle durante i suoi viaggi spazio-temporali. E’ una mensola già colma di libri non nostri, con qualche sporadico spazio vuoto.

Da tutto questo discorso sulla perfida corruttibilità della musica deriva il piacevole stupore che proviamo nel sentire una canzone dalla melodia davvero nuova (o apparentemente nuova, per noi che non conosciamo tutta la musica mondiale), verginale, incorrotta, che non riusciamo ad associare ad un certo ambiente culturale, che possiamo riempire a piacere con i nostri significati e legare con forza ancora maggiore alle nostre esperienze personali. Non abbiamo da rompere vincoli precedenti – costerebbe maggiore fatica cognitiva -, non dobbiamo sgombrare di significati il brano: è già sufficientemente vuoto, tutto per noi, una mensola dove poter appoggiare tutti i nostri libri più cari. E’ l’apoteosi dell’esperienza d’ascolto, che comporta la creazione dal nulla di relazioni musica-vissuto che si fisseranno ancor meglio in memoria.

Esperienze del genere, assimilabili a quelle del bambino che si stupisce del mondo, capitano sempre più di rado mano a mano che si cresce e si ampliano le conoscenze, musicali e non. Credo che in generale si viva con più passione la musica durante il periodo adolescenziale, nel momento in cui di solito la si scopre, anche (ma non solo, e non sempre) per questo motivo: le conoscenze sono più limitate, ci sono più spazi da riempire e li si riempiono con più partecipazione e facilità. Ci piace farlo. Le canzoni stanno lì apposta per essere investite dei nostri significati personali e solo di quelli, parlano d’amore impossibile, di ideali politici, di ribellione contro l’autorità. Anche quando, di fatto, non ne parlano. O quando sono stupide.Per chiudere, mi viene da citare un fenomeno che ho vissuto sulla mia pelle e che c’entra solo di striscio con tutta la robaccia detta sopra. Le canzoni sono formate da musica e testi, ed i testi sono un buon modo che il musicista può utilizzare per indirizzare e suggerire un’interpretazione della canzone stessa. Sono ancore di significato che limitano la (già limitata) astrattezza del brano. Io ascolto musica in inglese da quando avevo dodici anni circa, ed è ovvio che all’epoca non potessi cogliere e comprendere ciò che dicevano i miei cantanti preferiti. Mi aggrappavo a qualche parola, ogni tanto, e lavorando assieme alle sensazioni trasmesse dal materiale puramente musicale, cercavo di dare una mia coerenza all’intero oggetto-canzone. Questo perché la mente non ama i misteri, e cerca di risolverli. Con quello che in psicologia si chiama completamento cognitivo tentavo di modellare la forma dell’oggetto-canzone (testo + musica) in modo che risultasse non solo coerente e pieno, bello, ma anche utile e razionale secondo ciò che volevo, e sentivo, la canzone mi comunicasse. Piegavo i pezzi ai miei voleri. Riascoltando le stesse canzoni da adulto, con una maggiore conoscenza della lingua inglese, mi sono accorto di come trasfigurassi ogni significato oggettivo del testo a mio piacere, perché faceva un gran comodo ai miei sporchi fini. E’ buffo, ma rappresenta anche una piccola e maligna disillusione.

E ora, se mi è permesso, torno a riascoltarmi i Burial. La sublimazione del cut&paste stonato ed elettronico.

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