Ti prendo e ti porto via, ma dopo un miliardo d’anni

ti  prendo e ti porto via
Esce in questi giorni il nuovo film di Salvatores. E chi se ne frega, diranno i più. E’ tratto da un discreto romanzo di Niccolò Ammaniti (discreto, quanto snobismo: lessi le sue 500 pagine in tre giorni). Embè? diranno altri. Ci sta che interrompa di colpo la mia ormai cronica pigrizia cinematografica per andarlo a vedere. Quindi?, chiederanno altri ancora.

Quindi Niccolò Ammaniti, quindi diverse estati torride di una decina di anni fa, trascorse sul divano col libro in mano, quindi “Ti prendo e ti porto via”. Semplice, no? Non fa una piega.

Ti prendo e ti porto via” è un libro che ho letto almeno due o tre volte. Non conosco, e non potrei conoscere, la letteratura italiana contemporanea nella sua complessità, ma son sicuro di non osare troppo nell’affermare che questo libro di Ammaniti rientra tra le migliori cose pubblicate nell’ultimo decennio e oltre. La letteratura italiana di solito fa schifo, dirà qualcuno. Forse è vero. Ma chi se ne frega, questa volta, lo dico io.

Da una parte, “Ti prendo e ti porto via” è un libro furbo. Sfruttando la facile nostalgia per l’adolescenza su cui si basano tutti i romanzi di formazione, da cui tutti più o meno si fanno attrarre, e ripescando certe atmosfere del King di “Stand by me” (“Il corpo“) e di “It” (ma senza l’apparato orrorifico) nonché del Dickens di “Grandi Speranze”, Ammaniti butta giù un lavoro con dei bersagli ben precisi e neanche troppo difficili da colpire. La nostalgia, in primis: la scuola media o il liceo, il primo amore, le scazzottate con i bulli, le girate in bicicletta, i piccoli misteri dei boschi, l’infelicità e la corruzione degli adulti. In tutto viene ben espresso dalla famosa frase contenuta dentro “Il corpo” di King:

Non ho mai più avuto amici, in seguito, come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, e voi?

Dall’altra parte, invece, il libro è di una schiettezza e di una onestà ammirabili. Non pretende di essere ciò che non è, non mira troppo in alto ma, con stile succinto ai limiti del colloquiale, si focalizza su ciò che più conta, la storia. Lo so, si dice sempre così. Ma stavolta è vero, giurin giurello. La storia, sì, una storia popolare ambientata in un paesino di derelitti e anime scombussolate, una storia sincera che più volte sconfina, in maniera credibile ed avvincente, nel grottesco e nel surreale.

Il tutto funziona alla grande. Ne parlo a distanza di anni dall’ultima rilettura, quindi non posso dare riferimenti troppo precisi. La trama esatta la si può trovare qui. A me sono rimaste le impressioni, non i dettagli. Lincantesimo muto della palude. La notte di terrore dentro la scuola. La cattiveria di Pierini. La vicenda sconclusionata della catapulta, degna di Douglas Adams. L’assurdo sesso nelle acque termali. La vasca della professoressa. Sua madre. La grottesca scena dei poliziotti che fermano l’auto del figlio di papà, e le risate che mi ci sono fatto. Il doloroso epilogo. Il “cazzo!” pronunciato dopo aver letto le ultime parole e aver chiuso il libro la prima volta.

Ho paura di cadere nel sentimentalismo più becero, ma non posso farci niente. “Ti prendo e ti porto via” è uno di quei libri “per sempre”, che, una volta letti, lasciano dentro un’impressione imperitura. Chi si ricorda, ancora oggi, a distanza di anni e anni, e anni, la magia dei bambini di “It” alle prese con la costruzione della diga nel bosco, forse può comprendere ciò che sto dicendo.

A tal proposito:

“[…] quel misero gruppuscolo di nati perdenti con il loro piccolo club segreto in quella località nota come i Barrens, i “brulli”, buffo nome per una zona così lussureggiante di vegetazione. A credersi esploratori nella giungla, o genieri della
Marina americana a disboscare un atollo nel Pacifico per una pista datterraggio tenendo testa ai giapponesi; a immaginarsi costruttori di una diga, cowboy, astronauti in un mondo di giungla; a inventarsi di tutto e tutto si poteva inventare, ma sempre senza dimenticarsi di quello che stavano facendo veramente: si nascondevano dai ragazzi più grandi, si nascondevano a Henry Bowers e Victor Criss e Belch Huggins e tutti gli altri. Che branco di miserevoli erano stati: Stan Uris con quel nasone da ebreo; Bill Denbrough che a parte “Hi-yo, ragazzi” non sapeva dire niente senza balbettare così spaventosamente da farti torcere le budella; Beverly Marsh con i suoi lividi e le sigarette nascoste nella manica arrotolata della camicetta; Ben Hanscom, così grosso da sembrare una versione umana di Moby Dick; e Richie Tozier, con quei fondi di bottiglia che aveva per occhiali e i suoi voti da primo della classe e la sua lingua saggia e quella faccia che sembrava supplicare di essere squinternata e ricomposta in forme nuove ed eccitanti. Cera una parola per definirli? Oh sì. Cè sempre una parola. Nel loro caso era impiastri.”

(Stephen King, IT)

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8 pensieri su “Ti prendo e ti porto via, ma dopo un miliardo d’anni

  1. ancora un libro che amo!! :-)A ‘sto punto, debbo procurarmi i lbiri che hai recensito fino adesso.Ammanniti è anche, nona caso, sceneggiatore per fumetti ed animazione. Non a caso. Eh! Eh!

  2. se devi leggerne solo uno, leggi questo. “Branchie” è acerbo, “Fango” non sa di molto (a parte un paio di cose divertenti), “Io non ho paura” è bello ma troppo canonico per i miei gusti, “Come Dio comanda” non è affatto male ma per certi versi ricalca le atmosfere di “Ti prendo e ti porto via”

  3. Già me lo consigliasti tempo fa, o forse molto tempo fa, ed io non lo ho mai letto.Visto il momento di stanca letteraria che ho potrebbe essere proprio il momento giusto.Non mi convince molto la nostalgia adolescenziale, solitamente non mi piace…che dici?Andrea G.

  4. Grazie per il link a Il Corpo :)Per quanto riguarda Ti prendo e ti porto via… non l’ho letto, però da come ne parli potrebbe interessare. Se sfrutta furbamente la nostalgia adolescenziale potrebbe piacermi davvero.Un saluto, a prestoNick Truth

  5. Non mai letto Ammaniti (il mio solito pregiudizio per le cose nostrane), ma dopo quello che scrivi come posso continuare a ignorarlo?(che tra l’altro dovrei avere un suo libro a casa, preso da Annalisa, ma non ricordo quale?)

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