"Ma la gente si porta appresso azioni spaventose! Che si aspetterebbe da lui, che si costituisse?"

“L’unico psicologo, peraltro, da cui ebbi mai qualcosa da imparare; lui è uno degli accidenti più felici della mia vita”. Con queste parole Nietzsche (il “Nice” degli appunti di filosofia del liceo) lodava Dostoevskij, nonostante l’elefantiaca logica cristiana che si cela dietro le opere dello scrittore russo, logica che lui non poteva condividere.

Dostoevskij è un russo, e so che per alcuni si porta dietro tutto quel carrozzone di tedio che è proprio dell’essere russi. Non vale lo stesso discorso per tutti ma, insomma, ci siamo capiti. Parlo dell’Immaginario Triste per eccellenza. La “Corazzata Potemkin” (“per un cucchiaio di minestra”, “per un cucchiaio di minestra!”), Sokurov e i suoi piani-sequenza infiniti, Tarkovskij, quei nomi impronunciabili che ci incasinano la vita se dobbiamo leggere un libro scritto là, la proverbiale solitudine della Siberia, le lande desolate, le tristi zuppe per cena, i vestiti grigi, i film sottotitolati di Fuori Orario, bla bla bla, e così via.

Il mio primo incontro con Dostoevskij avvenne con “L’idiota”, qualche anno fa. Bene, anzi male, malissimo: lo trovai di una noia mortale. E a me “La Corazzata Potemkin” piace, lo chiarisco, come mi piace l’ovunque stracitato omaggio fantozziano. Mi piacciono, a ben vedere, anche alcune cose di Sokurov (lottimo “Moloch“, per esempio), e trovo che quei due film di Tarkovskij che ho visto siano delle forti collezioni di immagini. Insomma, per farla breve non credo che il mio approcciarmi a “L’idiota” potesse essere troppo condizionato dal diffuso pregiudizio russofobo, come può legittimamente pensare qualche persona di mia conoscenza. Il fatto era che, dio mio, si trattava davvero di un libro pessimo. “L’idiota” è stupido (ah ah) in sé, è un polpettone indigeribile che non augureresti di leggere neanche al tuo peggior nemico. Roba che non si può proprio tollerare. Quando lo lessi lo trovai solo un grosso spreco di tempo libero, quel genere di libro che ad ogni pagina ti chiede “ma chi te lo fa fare?”. Perciò lo abbandonai a metà strada, e tanti saluti alla Gloriosa Letteratura Russa. Almeno per un po’. Almeno fino a uno paio di settimane fa.

Delitto e castigo”, invece, fa sfracelli. Come passare dal cavolo lesso alle lasagne. “Delitto e castigo” è di una bellezza limpida, incontrovertibile.  Universale. Non sorprende che i temi qui trattati abbiano influenzato un miliardo di altri artisti del secolo scorso, e di quello attuale, non ultimo il Woody Allen di “Match Point”, “Crimini e misfatti” e “Cassandra’s dream”. Non sorprende che Nietzsche parli di Dostoevskij come di un grande psicologo. Quelle seicento e passa pagine sono per l’appunto un lucido e credibile trattato sulla mente umana e le sue debolezze. Follia e paura, innanzitutto, che vengono sviscerate nei modi più approfonditi, ma anche quell’assordante senso della colpa attorno a cui gira l’intero libro, quel senso di colpa lancinante che, per esempio, tormenta tale Judah Rosenthal nel noto film di Allen. Le idee portano al delitto, e il delitto conduce a conseguenze impreviste. In sintesi, è tutto qui. Prima dell’atto la realtà è una teoria lontana dai sensi, sulla quale si può speculare di fronte ad una tazza di thè, dopo l’atto la realtà diviene reale, si tocca, di colpo torna a far parte dell’esperienza, di colpo acquista implicazioni dolorose che si devono in qualche modo razionalizzare e superare. Non senza difficoltà o tentennamenti.

Oltre a tutti i ragionamenti sull’etica che si possono fare se si ha tempo da perdere, in “Delitto e castigo” sono soprattutto le dinamiche della storia a coinvolgere, perché Dostoevskij si dimostra maestro nell’intrecciare in modo fluido ed avvincente le vite dei vari personaggi, personaggi tutt’altro che manichei che esibiscono le vaghe sembianze di quelli di un noir novecentesco, sfaccettati, turbati, angosciati, ubriachi, pezzenti e perduti, sballottati dalle circostanze e dalle conseguenze delle proprie azioni. La narrazione è una telecamera itinerante che segue i passi di quei due o tre attori e, pian piano, ci svela tutto l’universo di Pietroburgo e della morale secondo Dostoevskij. E’ inoltre sempre ben presente, perché costruito con mestiere, uno straordinario senso dell’attesa di qualcosa di inevitabile e drammatico che è più volte sul punto di realizzarsi ma che non si svela mai del tutto, nel non nelle ultimissime pagine. In breve, è sempre tutto maledettamente interessante, dal fluire delle titubanze psicologiche alle azioni vere e proprie, nonché scritto, rappresentato, immortalato da Dio o da un qualche suo vicino parente. Novanta minuti di applausi, insomma, tutti meritati.

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2 pensieri su “"Ma la gente si porta appresso azioni spaventose! Che si aspetterebbe da lui, che si costituisse?"

  1. Alè!Fino a ora di Dostoevskij avevo sempre e solo sentito parlar bene, ma mai una volta che mi sia venuta voglia di leggerlo davvero (anch’io ho un tentativo abortito di lettura, “Povera gente”, che me lo ha tenuto alla larga per tutti questi anni).’mo però arrivi tu con ‘sto fatto post, e ora come faccio a lasciar perdere?

  2. Se lo trovi, recupera il volume che uscì nella collana de “La biblioteca di Repubblica”. La traduzione di De Michelis è buonissima, e penso sia anche decisiva (i classici stranieri tradotti con l’italiano del 1950 o giù di lì di solito mi sanno subito di soporifero)

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