Music is my mistress, Duke Ellington

Il libro l’avevo preso mesi fa a un bancarella, usato e neanche in ottime condizioni. Mi son trovato a leggerlo ora, negli ultimi giorni, nel momento in cui gli ascolti di alcune delle composizioni di Duke Ellington si sono parecchio intensificati. “Music is my mistress” è un’autobiografia, sufficientemente disordinata e priva di troppi fili logici da incuriosire a più riprese. Alterna descrizioni di momenti di vita privata, resoconti dei vari tour a spasso nel mondo e personalissimi ritratti dei grandi musicisti con cui Duke è venuto via via a contatto nel dispiegarsi della propria fenomenale carriera.Che sia un libro irrinunciabile per chi già conosce la musica del Duke è del tutto lapalissiano. Che sia anche affascinante per chi, come me, necessita di una mappa funzionale  per orientarsi all’interno della sterminata produzione del grande compositore/musicista/direttore d’orchestra americano è, invece, molto meno scontato. A questo proposito infatti, come in ogni autobiografia “musicale” che si rispetti, Duke racconta con dovizia di particolari le circostanze in cui sono stati scritti e suonati i suoi lavori più famosi, sviscerandone segreti e significati. Il risultato è che 1) dalla marea musicale ellingtoniana vedi pian piano emergere quelle che sono le opere più significative e 2) riesci con più facilità a collocare i diversi lavori in un determinato contesto storico/musicale, col risultato che 3) certe composizioni, già a pelle effervescenti, finiscono per acquisire nuove inaspettate dimensioni. Crescono. E’ il caso, per dire, di “Mood indigo“, di “Solitude”, di “Harlem”, di “Liberian suite” e di tutte le altre suite a tema.  “Black, brown and beige” è un caso a parte: l’ho conosciuta e apprezzata in special modo dopo averne scoperto la storia nelle pagine del libro. In generale, con tutta sincerità, non mi aspettavo che ci fosse tutto questo lavoro intellettuale dietro ai vari pezzi. Sì, chiamiamoli pezzi. “Music is my mistress” mi renderà meno spaesato quando, nel negozio di dischi, dovrò di nuovo aver a che fare con le scaffalate di cd di Ellington. E, in tal senso, una vasta raccolta di indicazioni tese a favorire l’orientamento dellascoltatore.

Sull’uomo invece, che dire? Duke Ellington dà l’idea di essere vissuto sempre in pace con se stesso, basterebbe questo. Sembra che, bontà sua, gli sia sempre andato tutto bene: si dimostra ottimista, brillante, piacevole, in grado di godersi i piaceri della professione e il lusso che ne deriva, amante dei viaggi e, ovviamente, innamoratissimo della musica, la sua padrona. Una padrona alla quale, a quanto dice lui, non chiedeva neanche un giorno di ferie all’anno. E non si fa fatica a credergli.

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2 pensieri su “Music is my mistress, Duke Ellington

  1. In generale, con tutta sincerità, non mi aspettavo che ci fosse tutto questo lavoro intellettuale dietro ai vari pezzi.Questo credo faccia parte di certi tipici condizionamenti culturali europei da cui è bene uscire il prima possibile. La musica di Ellington, così densa di ritmo, sensuale e colorata, viene immediatamente percepita come “più allegra”, “più leggera”, e di conseguenza meno seria e meno rispettabile. Spero d’essermi spiegato, io ci volevo fare un post disinteressante prima o poi! :)

  2. Infatti mi sa che è per quel motivo che dici te. La fase di scrittura pensavo assomigliasse a qualcosa del tipo “mi metto lì e butto giù quel che mi viene al momento”, mentre dietro a molte composizioni c’è un progetto, una ricerca musicale, l’esigenza di adottare determinati stili in funzione di una sorta di iter narrativo. Ah, se i fan dei Dream Theater (e di Ayreon, ovvio!) scoprono Duke Ellington…

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