Sociologia del tifoso calcistico: Febbre a 90

Non mi ricordo se questo libro lo lessi già nel 1992, o giù di lì. Forse qualcuno me lo prestò. O forse, forse, non l’ho mai davvero letto ma suppongo di averlo fatto perché, almeno un paio di volte, ho visto il film che vi si è ispirato (molto vagamente, mi sa). Succede infatti che nella mia testa film e libri che girano attorno a uno stessa storia tendano a fondersi in maniera per me fin troppo convincente (per esempio, così su due piedi non saprei citare le differenze tra “Doppio sogno” e “Eyes wide shut” o tra “Gli androidi sognano pecore elettriche?” e “Blade runner“). Porto gli elementi del libro nel film, e viceversa. Faccio astruse sintesi.

Febbre a 90 è un libro sul calcio. Non è un libro di narrativa che parla anche di calcio. E un’opera credo autobiografica basata sul calcio, in cui l’intreccio narrativo, se c’è, assume un’importanza davvero relativa. Per questo lo trovo adatto solo a un pubblico di calciofili, a chi non si stancherebbe di leggere paginate di descrizioni di goal, di tattiche, di partite memorabili che fungono da crocevia esistenziali. Sconsigliatissimo, ovvio, a tutti gli altri.

Il giovane e brillante Hornby, qui in uno dei libri più riusciti, racconta i suoi primi trent’anni di tifoso e affronta i problemi del calcio inglese dell’epoca, arrivando a livelli inimmaginabili in cui dice di invidiare il calcio italiano, gli stadi italiani e i campioni della serie A. Buffo pensare come oggi come oggi le cose si siano invertite. In special modo si descrive la condizione isolata del tifoso da stadio, essere irrazionale e masochista per il quale il calcio non è mero divertimento, ma passione nel vero senso della parola, patimento fisico, sofferenza morale, ingiustificata speranza, catarsi. Tutte sensazioni che il tifoso medio conosce molto bene: senza tifare la vita sarebbe assai più serena. Il libro scorre bene – di nuovo, scorre bene per l‘appassionato -, regala un sacco di ritratti di calciatori famosi di venti e trent’anni fa ed è anche una raccolta di momenti esilaranti, frizzanti e sinceri in pieno Hornby-style.

Lo stile, già. Come umile lettore ho a che fare, ultimamente, con manoscritti di aspiranti scrittori italiani. E, se posso generalizzare, dico che gran parte di essi soffre di un inestirpabile male comune. Voler far ridere a tutti i costi. Voler sorprendere a ogni riga. Mostrare cinismo e rabbia con ogni parola. Molti testi sono insopportabili concentrati di forzato sarcasmo, pieni di nervi e muscoli, esagerati, misantropi, nichilisti. Leggere certi racconti o romanzi equivale a buttar giù un caffè per ogni pagina. E non va bene per niente, perché così si finisce per saturare e annoiare il lettore. Tutto questo parossismo è banale e stanca subito. Il successo di gente come Hornby dovrebbe insegnare che, invece, si può far ridere mostrando distacco e leggerezza, costruendo con una scrittura equilibrata situazioni dalle quali il paradosso umoristico emerge spontaneo, senza forzature, senza che ci sia la necessità di affettare acidità e odio ecumenico. Ehi, giovani scrittori là fuori, non c’è bisogno di dover sottolineare mille volte che volete farci sbellicare dalle risate: la cosa, è giusto che lo sappiate, non è affatto divertente.

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2 pensieri su “Sociologia del tifoso calcistico: Febbre a 90

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