Big bluff – la leggenda del “si stava meglio quando si stava peggio”

Il passato ha le sembianze del fantastico, è un prato in fiore solcato da un fiume aureo, risuona di infiniti carillon e gocciola sulle camicie come il miglior cono gelato. Se ci torniamo con la mente, esso ci svela un sacco di momenti importanti, belli, intensi. L’infanzia, le partite di pallone sulle strade sterrate, i Natali in famiglia, l’adolescenza, le mattinate alle superiori, le prime uscite di sera, i dischi che ci hanno fatto amare la musica, i libri che ci hanno formato. Niente è più come allora, ci viene da pensare di fronte alle sfide del presente. Il passato conforta. Tutte le scelte sono già state fatte, nel passato. Tutti le ansie sono state ammortizzate, razionalizzate, dimenticate, ogni contraddizione è stata risolta. Se ci sono stati dei periodi più angoscianti, adesso essi assumono quel non so che di romantico e speciale: perché ne siamo usciti più o meno vincitori. La psicanalisi o chi per essa, inoltre, ci ricorda che tutto ciò che è stato vagamente traumatico tende ad essere inconsciamente nascosto sotto il tappeto, a rimanere impigliato tra le maglie del filtro della memoria. Il passato è fantastico per tutto ciò. Pensate alle vacanze: quando vi succede qualche spiacevole imprevisto (aerei persi, prenotazioni sbagliate, auto che si fermano nel bel mezzo della Francia quando fuori ci sono 47 gradi), sul momento vi fate prendere dallo sconforto e dall’agitazione. Poi, mesi dopo, parlando con gli amici davanti ad un bicchiere di vino, quello spiacevole imprevisto diviene un interessante argomento di discussione, un ricordo divertente sul quale soffermarsi all’infinito. Un bel momento.

Questo validissimo principio di edulcorazione del passato spiega un sacco di irrazionali nostalgie. Valga un esempio per tutti: la nonna che rimpiange il Duce (Bazzone, per gli amici) in realtà non rimpiange il fascismo (che non può essere rimpianto), ma rievoca solamente la piacevolezza della propria adolescenza perduta, incidentalmente connessa a quelle enormi mascelle. Le immagini di bambini col fucile in mano per lei sono stimoli per percorrere a ritroso le vie della memoria, mentre per altri hanno lo stesso effetto nauseante delle foto di piccoli africani armati pronti alla guerriglia.

Secondo me così funziona più o meno anche la global mind (Why try holding back the wave?): di fronte ai timori e alle incertezze del presente l’umanità tende ad invidiare il passato, anche ancestrale, laddove tutte le paure sono state superate. O, almeno, così si crede. Ciò dà il via al mito del Buon Selvaggio, alla rivalutazione della gloria dell’Impero Romano (“allora l’Italia comandava il mondo!”), alla revisione del periodo medievale (“allora sì che c’erano onore e lealtà!”) o dei decenni appena passati (“allora le strade e il mondo nel suo complesso erano più sicuri!”). Di nuovo, qualsiasi passato sembra migliore dell’attualità. Ed è una cosa, questa, che fa la fortuna di molti.
Pino Arlacchi è un sociologo, è stato grande amico di Giovanni Falcone, ha collaborato all’istituzione della Direzione Investigativa Antimafia ed è stato vicesegretario dell’ONU. Un mesetto fa ha fatto uscire un libro che si chiama L’inganno e la paura Il mito del caos globale il cui tema portante è, detto in soldoni, quello di spazzare via tutti questi pregiudizi verso questo tanto denigrato presente. Non è perfetto, mi viene da dire, ma è sempre meglio di ciò che cera prima. Non c’è motivo di lamentarsi continuamente agognando un tempo che non c’è più, non ha alcun senso farlo. Nel presente si sta meglio, lo dicono i dati e lo conferma il punto di vista speciale di chi ha – visto il ruolo – un più semplice accesso ad informazioni e conoscenze non sempre a portata di mano. Nel presente siamo più sicuri.
Il Grande Inganno di cui parla Arlacchi – con cui non mi trovo sempre d’accordo, pur condividendo la linea direttiva del libro – è secondo me meno ingannevole di quanto si pensi. Il mondo è meno minaccioso di come viene colto, dice il sociologo, e questa non conformità tra percezione e realtà è dovuta principalmente ad un paio di fattori: l’autofinanziarsi delle varie intelligence (anche private) attraverso l’esagerazione ad hoc delle minacce e il soffermars
i selettivo dei media sugli aspetti più inquietanti e ansiogeni delle diverse questioni.
Personalmente non parlerei di inganno proprio perché mi sembra che le cause siano sufficientemente palesi, sotto gli occhi di tutti. Ma sono solo miseri dettagli semantici.

Le intelligence degli stati più potenti, creando o accrescendo la minaccia, fanno sì che i governi – spinti anche dalle opinioni pubbliche che si sentono minacciate – continuino a stanziare enormi quantitativi di fondi per le intelligence stesse. Un circolo pauroso. Anche i media si focalizzano sulle minacce per motivi puramente egoistici e di profitto: esse vendono di più. L’allarme stimola il pubblico a seguire la vicenda. L’accusato di assassinio finisce – giustamente – in prima pagina, ma gli si dedica un articolino a metà giornale quando viene assolto al processo. Lo stupro di un italiano tendenzialmente ha meno rilievo dello stupro di uno straniero perché lo straniero è più minaccioso, si porta dietro tutto quell’immaginario di tipiche e sensazionali paure. Quando una crisi tra stati viene risolta tramite l’uso della diplomazia non si dà al fatto la rilevanza che merita perché esso non contiene più nessun elemento di pericolo imminente. Così, ad unanalisi superficiale, sembra che la maggior parte delle crisi porti alla guerra, il che non è vero.

L’Inganno e la paura è un libro che, con molto pragmatismo, si sofferma sui dati e sull’analisi dei dati nel lungo periodo, per  una sorta di storia diacronica e sincronica della non-violenza. Il saggio analizza i trend, chiudendo un occhio – con involontario cinismo – sui fatti contingenti, anche quando essi si chiamano 11 settembre o Guerra in Iraq. Ne viene fuori il ritratto di un mondo che – in generale – è molto più sicuro e molto meno violento di quanto si creda comunemente, ed è tale per diverse ragioni, tutte motivate da dati e statistiche. Eccone (solo) alcune:

1)    Analizzando la storia dell’uomo si nota come col passare dalle tribù agli stati organizzati ci sia stata una progressiva tendenza a condannare ogni atto violento. La violenza è sempre meno in, i capi sono spesso scelti in base alle loro capacità razionali e alle loro inclinazioni morali, e le divergenze tra i singoli cittadini vengono amministrate e risolte dall’autorità di uno stato centrale. Naturalmente, Hitler, Stalin, Mussolini e le recenti ronde, da questo punto di vista, sono solo spiacevoli episodi regressivi che, si spera, non andranno ad intaccare il trend generale. Arlacchi si affida all’idea di pace kantiana.

2)     Il numero dei delitti all’interno degli stati è in forte diminuzione. In Italia, nel 1991, ci sono stati 1897 omicidi volontari. 663 nel 2006.

3)    Il numero delle guerre tra stati è in decrescita, anche se tale diminuzione non è così netta come la precedente. Sta scendendo anche il numero delle guerre civili, per tutta una serie di fattori tra i quali il minor numero di armi che passa dai paesi ricchi ai paesi del terzo mondo (grazie alle conseguenze del punto 1). Fare la guerra non conviene economicamente.

4)   Il numero degli attentati terroristici è in diminuzione da anni, e la stragrande maggioranza di essi non riguarda contrapposizioni islamico-cristiane.

5)      Tendenza generale verso il disarmo.

6)   Gran parte delle previsioni catastrofistiche del passato ampiamente smentite dai fatti.

7)     L’esistenza e la crescita di rapporti economici e politici transnazionali, nonché di maggiori possibilità di interscambi culturali, che in generale impediscono il fiorire di culture violente, di dittature e di scontri tra stati.Il libro elenca tutta una serie di dati interessantissimi e di interpretazioni spesso – ma non sempre – convincenti. Cita, inoltre, un sacco di fatti che non conoscevo (la questione di Mossadaq per cui Clinton* chiederà scusa all’Iran – e per cui si capisce un po meglio, ma non si giustifica, l’odio iraniano verso gli USA) ed offre un diverso punto di vista su altri, come sulla Guerra dei Balcani. Dal momento che atteggiamenti violenti come schiavismo e colonialismo pur economicamente convenienti sono stati largamente smantellati grazie ad una crescita etica globale, Arlacchi auspica che in futuro possa succedere qualcosa del genere anche al fenomeno-guerra. Per favorire ciò ci vuole un’unità centrale, suggerisce, una sorta di Governo Mondiale molto più autorevole dell’ONU, che risolva le questioni tra stati così come il governo di una nazione ha risolto e risolve con progressivo successo quelle tra singoli cittadini. Lidea, che era sorta dopo la Seconda Guerra Mondiale, sembra riprendere piede a poco a poco negli ambienti che contano.

Se non prendiamo in esame i “brevi” (eppure destabilizzanti) momenti di controtendenza, l’evoluzione dell’uomo sembra spingere proprio verso questo. Dalle microscopiche e molteplici tribù preistoriche si è passati a civiltà più complesse, per poi giungere alle piccole comunità, ai proto-stati, agli stati, alle aggregazioni di Stati (UE), alle relazioni commerciali tra aggregazioni di stati. Messa così, l’idea di un Governo Mondiale non sembra troppo peregrina. Di sicuro, già adesso, anche solo per questi aspetti stiamo meglio rispetto al tanto decantato passato. Non è tutto latte e miele, ma è già qualcosa.

(*”L’Iran, a causa della sua importanza politica di lunga data, è stato vittima di una quantità di abusi da parte di varie nazioni occidentali. Credo che qualche volta è importante dire alla gente, sentite, voi avete il diritto di essere risentiti per qualcosa che il mio paese, o la mia cultura o altri che di solito sono alleati con noi vi hanno fatto cinquanta o sessanta o cento o centocinquant’anni fa”, Bill Clinton, 1999).

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2 pensieri su “Big bluff – la leggenda del “si stava meglio quando si stava peggio”

  1. Non conoscevo questo libro ma (come penso saprai) sul tema sono d’accordo, e se c’e’ una cosa che odio dal profondo e’ il “si stava meglio quando si stava peggio” che magari si interseca con “o tempora o mores”.

  2. gli unici bei tempi che sto rimpiangendo sono quelli in cui trovavo gli mp3 del disco tanto atteso (che poi avrei comprato comunque) due mesi prima che il disco stesso uscisse. ora, a sole 3 settimane, nada. ma dove andremo a finire?

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