Allora ci ritrovammo lì, alla Frontiera di Allora

Da qualche giorno sto ascoltando, molto, i Pearl Jam. Dire che ci sto in fissa rende meglio l’idea, va bene, va bene. Per la verità, in tutta onestà, se proprio vogliamo dirla tutta, ad essere sinceri, va detto e non si può fare a meno di ammettere che la mia è una specie di passione tardiva, sviluppata appieno solo in tempi recenti. Negli anni ’90, quando il secondo gruppo di Seattle in ordine di importanza faceva sfracelli e vendeva vagonate di copie rendendo folli damore tutte le ragazzine con le camicie a quadrettoni del mondo, il mio atteggiamento verso di loro era assai freddino, scostante, altezzoso. Bravini, sì, un gruppo ok, qualche bella canzone. Conoscevo Ten e qualche altro brano, inevitabilmente ascoltato nei locali rock, fantozzianamente stimavo ciò che facevano, ma tutto si chiudeva lì. Un buon brodino, tiepido, sempre meglio di nulla. Comprai il singolo di Daughter quasi per caso quando ero in gita scolastica a Parigi. Chissà perché lo feci. Comprai Vitalogy il giorno stesso in cui uscì, successivamente, convinto da una recensione positiva. Boh? Infine presi Ten solo pochi anni fa, perché è uno di quei dischi che devi avere, e ho acquistato Versus a sconto due o tre settimane addietro. Mah!

Ora, sul singolo parigino è incisa una splendida versione di Yellow Ledbetter, dai commoventi riverberi hendrixiani, e qualche settimana fa m’è venuta la voglia di risentirla. E l’ho riascoltata, che diamine. Da lì ho cominciato a percorrere una certa strada, tutta in discesa, che mi ha portato ad amare sul serio Ten ed a interessarmi davvero all’entità Pearl Jam nel suo complesso.

E’ successo, infine, che l’improvvisa folgorazione Ten di questo periodo si sia scontrata con il senso d’attesa lancinante generato dall’ormai imminente uscita del nuovo album dei Queensryche che, bello o brutto che sarà, è sempre un album dei Queensryche (o quasi, ma poi ci tornerò su) e quindi comporta circa un miliardo di cose e conseguenze e aspettative e discorsi. Mi son trovato a riascoltare vecchia roba firmata ‘ryche, tra cui il tanto discusso, ma da me amato, Hear in the now frontier. Ed ho scovato diversi punti in comune tra quest’ultimo e il capolavoro dei Pearl Jam, ma anche elementi che evidenziano alcune differenze tra i due gruppi di Seattle.

Ten è, credo, il disco infilato nel calderone grunge che ha venduto più copie in assoluto. Si tratta come molti sanno di un lavoro eccelso, condotto al trionfo dalla voce stentorea di Eddie Vedder, per certi versi in controtendenza rispetto alla potenza e alla rozza urgenza del rock alternativo dell’epoca. Esce nel 1991 ed è il primo album dei Pearl Jam.

Hear in the now frontier viene pubblicato solo nel 1997 e segue il successo commerciale e artistico di Promised Land, fuori nel 1994. Se con quest’ultimo, così raffinato, profondo e ricco di significativi dettagli, i Queensryche avevano preso le distanze dal marasma sonoro messo in piedi da tutti quei malvestiti giovani concittadini, Hear in the now frontier cerca con un certo ritardo un riposizionamento su coordinate grungesche e neo-zeppeliniane.


L’album dei Queensryche, senza alcun dubbio qualitativamente molto inferiore a Ten, è quel che si dice un disco fatto a tavolino. E’ l’esito finale di un progetto. Lo è più di altri, voglio dire: più passa il tempo meno tendo a credere all’oggetto artistico come frutto della scintilla creativa del singolo, come estasi produttiva, ma, più realisticamente, lo vedo come il risultato di lavoro, progettazione, tentativi, esperimenti, combinazioni, aggiustamenti progressivi. Sì, Hear in the now frontier sembra un disco fatto su misura per raggiungere un certo scopo, calibrato per il target. Dimostra, in ultima analisi, che neanche i Queensryche sono passati indenni attraverso il fenomeno grunge, nato e sviluppatosi nella loro città, e che hanno cominciato ad avere rapporti stretti con i musicisti di Soundgarden, Alice in Chains e Pearl Jam, nonché ad apprezzare così tanto la loro musica da tentare di riprodurla nei propri album. L’idea principale che si cela dietro il disco è per l’appunto quella di dare una vigorosa sterzata “alternativa” al suono, mirando ad un minimalismo che a prima vista sembra non essere adatto al gruppo di Tate e DeGarmo, da sempre attenti al dettaglio, da sempre maestri dell’arrangiamento e noti per il loro maniacale perfezionismo. Su questo hardware sonoro – in assoluto non così grezzo, ma molto grezzo per i Queensryche – vengono piazzati dei testi anche considerevoli, dalle velleità sociologiche, che rappresentano in buona parte una nitida analisi della società americana dell’epoca (mi riferisco in particolar modo alle parole di Sign of the times, Cuckoo’s nest, The Voice Inside, Hero, Hit the Black, spOOL). Sommando la studiata e controllata imperfezione dei suoni al predominante intellettualismo delle parole viene fuori un album anomalo, freddo, in apparenza pretenzioso e, perché no, con la puzza sotto il naso. Le foto promozionali che vedono i membri della band indossare vestiti firmati e sciorinare curatissime capigliature inzuppate di gel non aiutano, in questo senso. Una volta superati i primi momenti di disorientamento, invece, si scopre che anche Hear in the now frontier ha il suo perché. Se ne individua il progetto sottostante e si scopre che anche un cosiddetto album studiato a tavolino può risultare, sul lungo periodo, discretamente vincente. L’ho ascoltato per dodici anni, e continuo a farlo con tanta soddisfazione.

D’altra parte il disco dei Pearl Jam ha un suono anch’esso molto misurato e pensato, poche cose sembrano essere lasciate al caso, eppure si percepisce che là sotto da qualche parte ci sono gli istinti selvaggi e le volontà di una band al suo primissimo lavoro, che vuole stupire e che pretende attenzione. In Ten ci sono inquietudine, forza, sentimento, passione. Passione, sì, passione, quell’elemento che tanto manca a un disco rigido come Hear in the now frontier, senza che questa lacuna sia per forza vista come un male incurabile. Anzi. E’ proprio lungo la dicotomia passionalità/freddezza che si dipanano differenze e similitudini tra i due dischi (come evidenziano anche le diverse copertine) e le due band, che in alcuni casi si trovano ad affrontare gli stessi argomenti con, sporadicamente, gli stessi suoni.

Me li immagino, Queensryche e Pearl Jam, intenti a dipingere il medesimo paesaggio: nel periodo di pubblicazione dei due dischi, i Queensryche potrebbero assomigliare a dei Canaletto più visionari che tratteggiano la scena dall’alto, studiandola con pretese di obiettività, mentre i Pearl Jam rivestono il ruolo di giovani espressionisti, ai quali basta una parola o una sfumatura per mettere in scena la complessità di unemozione.

I read about all of these crimes.
Un argomento in comune ai due dischi è quello dell’assassino seriale, tra i peggiori incubi del cittadino medio americano. Negli anni ‘90, in un’epoca pre-11 settembre e post-URSS, doveva rappresentare una delle paure principali. I Pearl Jam ne parlano in Once, i Queensryche accennano alla cosa in Cuckoo’s Nest. In Once è il serial killer che parla, che racconta in prima persona il suo flusso di coscienza all’approssimarsi di un delitto che non può fare a meno di commettere. In Cuckoo’s nest (prima strofa) il narratore è faccia a faccia con l’assassino, a delitto avvenuto. Qui si analizzano le conseguenze a partire dalle remotissime cause, si cercano soluzioni (we legislate and educate trying to find the way to fix this broken dream), si tratteggiano teorie. Sullo stesso tema, abbiamo così un punto di vista interno, per forza di cose coinvolgente, ed un approccio più distaccato e ponderato, che mira all’oggettività.

Bullets in the gun, gonne have some fun.
I Queensryche sono da sempre stati a favore di un maggior controllo delle armi personali negli Stati Uniti, come dimostrano alcuni testi di Empire (Best I can su tutti). Una condanna indiretta al fenomeno arriva anche da Sign of the times, primo brano di Hear in the now frontier: Heading for the classroom yesterday/The kids file through the metal machine/It finds what they may hide. E’ con queste parole che si apre il disco, come con riferimenti alle pistole si erano aperti anche i precedenti Empire e Operation:Mindcrime. Jeremy, straordinario singolo di Ten, ha un forte legame semantico col pezzo dei Queensryche e racconta lo svolgersi di un fatto di cronaca realmente avvenuto: un adolescente americano entra in classe con la sua pistola e si uccide di fronte ai compagni e all’insegnante. Di nuovo, i Pearl Jam sembrano avere un approccio più viscerale e immediato, inseguono le sensazioni, descrivono attimi, spaccati esistenziali, ed è un modus operandi diverso rispetto al tentativo tipicamente Queensryche di scovare leggi generali di comportamento entro cui, poi, valutare i singoli casi.

L’amore ai tempi del grunge.
La donna che ci lascia è tutto un dolore, un pianto, un voler abbandonare questo triste mondo che non ci capisce, e cose così. Sul tema i Pearl Jam scrivono il capolavoro Black, inarrivabile per intensità ed immagini (And now my bitter hands cradle broken glass of what was everything?), uno di quei brani che fanno davvero la differenza. In Hear in the now frontier c’è invece un pezzo minore, All I want, nel quale il chitarrista DeGarmo si improvvisa per una volta cantante su melodie pop non proprio esaltanti, dedicate alla moglie dalla quale ha appena divorziato. Niente di speciale, anche se si nota una sensibilità diversa fin dalliniziale razionalizzazione di "you mistify with the things that you say". La potenza di Black può essere invece solo rasentata da Saved, trascinante canz
one dagli umori orientali.

Dal particolare all’universale, e ritorno.
Alive
dei Pearl Jam pare essere un brano sufficientemente ottimista, finché non si viene a scoprire che esso parla di una vicenda che ha toccato da vicino il cantante Eddie Vedder. La madre gli rivelò, quando lui era già un adolescente, che quello che credeva essere suo padre era in realtà il patrigno, mentre il suo padre biologico era morto tanti anni prima. Altre canzoni di Ten seguono vicende personali o sono comunque legate a dolori privati: tra esse ci sono Why go e Deep. La narrazione di eventi così tragici può assumere valore catartico perché gli espedienti testuali usati tendono a favore l’immedesimazione dell’ascoltatore. Sul tema del dolore (mourn the dead on the screen, mourn the dead while they scream!) e del superamento delle incomprensioni interpersonali i Queensryche almeno in questo caso schivano il facile coinvolgimento emotivo e, invece, salgono in alto, lassù, e valutano l’evoluzione dell’uomo nel suo complesso con la superba e teleologica spOOL, il rock alternativo del 2126, brano totale, sontuoso, dal testo ambizioso e frutto di buone letture. E un brano che chiude idealmente la porta in faccia alle minacce presentate dalla prima canzone del disco, Sign of the times.

Focus on a strategy…
Risulta chiaro che in generale le due band hanno un diverso modo di guardare la realtà, probabilmente influenzato anche dal fatto che Ten è il disco di una band emergente e giovane (quindi più passionale, impetuosa, emozionale, istintiva) e Hear in the frontier il lavoro di un gruppo più maturo, che ha già venduto milioni di copie, girato il mondo, viaggiato su MTV, messo su – e frantumato – qualche famiglia. Per certi versi il disco dei Queensryche, anche nell’affrontare gli stessi temi, sembra più sereno, distaccato, fino a mostrare in certi frangenti uno smaccato ottimismo (nella deliziosa e siderale The voice inside, in Reach e in Some people fly, a tratti così palesemente… Pearl Jam). E’ la serenità di chi si sente impotente, di chi ha scoperto di non poter incidere più di tanto. A questo proposito, alla fine di Sign of the times, duro ritratto di un’America che i Queensryche ritengono in fase decadente dal punto di vista morale, emerge la voce di un violino che a prima vista pare del tutto fuori luogo nel contesto di tale canzone. Da una vecchia intervista si viene a scoprire che il violino ha invece un significato ben preciso, lontano, elegante, che rimanda simbolicamente all’imperatore Nerone, il quale suonava il proprio strumento, la lira, mentre osservava Roma bruciare e cadere a pezzi. Distacco, ancora. Osservazione non partecipante. Questi sono i Queensryche e, senza dubbio, non possono essere i Pearl Jam. Due gruppi che hanno diverse cose in comune, un grande cantante a testa, la stessa città di provenienza, probabilmente le medesime tendenze politiche filo-democratiche. Tendenze politiche che vedono i Pearl Jam scendere in campo attivamente attraverso tutta una serie di iniziative concrete, cosa che i Queensryche, più interessati a cercare le loro dannate leggi universali, hanno fatto molto più di rado.

Oceans.
I succitati differenti atteggiamenti dei due gruppi si possono ritrovare, per concludere, anche nella maniera in cui i due cantanti e leader si confrontano con una delle loro più grandi passioni, il mare.
Tate dei Queensryche lo adora perché gli offre la possibilità di fare lunghe e pensose gite in solitaria sulla propria barca a vela, sulla quale si trasferisce ogni volta che ha qualche giorno libero. Vedder dei Pearl Jam, basta sentire Oceans per rendersene conto, è invece un appassionato di surf, per definizione alla ricerca del brivido istantaneo, dell’emozione breve, primitiva ed assurdamente intensa. Sono due diversi approcci alla stessa materia che rispecchiano, ancora, le difformi anime di Ten e Hear in the now frontier
(riferimenti al tema in "has the captain let go of the wheel?", da Sign of the times). Ulteriori conferme a quanto detto sopra, insomma.

Hold on to the threaaaaaad…

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