On your feet!

Eccoci, dunque, a parlare in modo più approfondito del nuovo Queensryche. Non voglio star qui a ripetere quanto questo gruppo (che forse andrò a vedere a Berlino il 17 giugno) sia importante per me, quanto abbia ascoltato i loro dischi e così via. Eppure, arrivare a parlare di American Soldier senza prima fare un breve excursus non mi sembra molto logico, perché impedisce di capire come l’album si collochi nella discografia rychiana.Quindi, ecco il riassunto delle puntate precedenti, con una frase o due per disco:

Queensryche
(1981): metal, esuberante, acerbo, non molto originale.
The Warning (1984): heavy metal classico ma con una maggiore atmosfera, con qualche breve incursione nei territori prog-rock alla Marillion/Genesis.
Rage for Order (1986): tecnologia, esperimenti, voci filtrate, arpeggi cristallini, atmosfera da dopo-bomba e tanta grazia sotto pressione. Uno dei capolavori del gruppo.
Operation:Mindcrime (1988): un album che racconta una storia. Tra politica, religione e drammi personali si muove l’esistenza del drogato Nikki, in uno scenario che deve qualcosa a 1984. Un altro dei capolavori del gruppo.
Empire (1990): più laccato, fatto per arrivare in testa alle classifiche, sciorina la commovente Best I can, il successo Silent Lucidity e l’eterna Anybody Listening?.
Promised Land (1994): il capolavoro assoluto della band. Stratificato, tecnologico, denso, originale, polisemico, inetichettabile, misterioso, particolareggiato, profondo, sperimentale, spirituale. Tra gli indiani d’America e l’avvento di Internet. Un disco che cambia la vita. Più volte.
Hear in the now frontier (1997): essenziale e intelligente. Una ritorno alla semplicità.
Q2K (1999): primo disco senza il chitarrista e compositore principale DeGarmo. Contiene buoni spunti ma anche troppi riempitivi, mentre manca anche una certa coesione interna.
Tribe (2003): DeGarmo dà una mano a scrivere tre o quattro brani. L’album funziona abbastanza bene ed ha i suoi momenti migliori nella tooliana title track, in Blood e in The great divide.
Operation: Mindcrime II (2006): tronfio e a tratti pacchiano seguito di Operation:Mindcrime.
Take Cover (2007): album di cover registrato in fretta e furia con risultati assai scadenti, realizzato giusto per andare in tour.

American Soldier

Il disco nasce sulla base delle interviste che Geoff Tate, cantante e leader, ha fatto a decine di reduci di (qualsiasi) guerra americani. L’idea è stata quella di costruire un album “a tema” parlando della figura del Soldato Americano, sviscerandone i vari aspetti, osservandolo prima, dopo e durante la guerra, nel rapporto con i suoi pari e nella relazione a distanza con i propri familiari (qui i testi). Tutto il disco è infarcito di voci, le vere voci dei soldati intervistati, che vanno a introdurre i vari brani e si gettano nel bel mezzo di essi, ad accentuarne la carica drammatica. Nonostante ciò, non si tratta di un album politico, come molti fan americani temevano (eppure, i dibattiti sono già iniziati), ma di un prodotto che non prende apertamente posizione in nessun senso – anche se, per quanto mi riguarda, la morale che se ne può trarne è una sola. Almeno come lavoro sui testi, siamo al miglior prodotto del dopo Promised Land.

Musicalmente l’album si concentra su una lunga sequenza di mid-tempo hard rock, recuperando la complessità strutturale della Terra Promessa ma senza rinnegare certi suoni di chitarra di Hear/Q2K/Tribe. Qua e là troviamo anche qualche timida strizzatina d’occhio al cosiddetto “prog-metal” (che forse spiega gli altissimi voti delle recensioni che leggiamo in giro), alcuni vaghi accenni al metal anni ottanta e un gran lavoro su sample e “suoni altri”. Voci, respiri, passi, urla, clacson, sirene, battiti del cuore. Questi vanno a far da contorno ai diversi brani, li caratterizzano maggiormente, ma non fanno parte dei brani stessi come succedeva in Promised Land, laddove un vetro che si infrange o un leone che ruggisce erano parti essenziali della musica, erano la musica.

La prima parte del disco è forse la più ambiziosa e la migliore, ed è quella in cui si trovano le più piacevoli sorprese. Nella sua seconda metà i Queensryche cedono al fascino della semplicità e inseriscono i brani meno riusciti, puntando in modo troppo smaccato sulla facile emozione.

Nonostante la quasi totale assenza di brani tirati e veloci, l’album denota un certo sorprendente dinamismo. Il merito è tutto della sezione ritmica Rockenfield/Jackson, vogliosa ed in buona forma, mentre Wilton – che ha suonato tutte le chitarre – si esibisce in almeno un paio d’assoli di pregevole fattura. Geoff Tate è invece altalenante: su alcune canzoni suona dannatamente bene, come ai vecchi tempi, mentre altrove sceglie interpretazioni troppo sopra le righe o mostra qualche insicurezza (dovuta al fatto che, ahimé, ha ripreso a fumare e che, ri-ahimé, non ha intenzione di tornare a prendere lezioni di canto – come fanno molti professionisti). Ad onor del vero va anche detto che, quando si parla di lui, le aspettative sono sempre altissime: per questo è più facile che vengano, almeno parzialmente, deluse.

Complessivamente ci troviamo di fronte ad un buon album, dunque, che riprende lo spirito epico di lavori del passato senza per questo ricalcarne lo stile. Ci sono idee, parecchie, c’è una gran cura del dettaglio. Non condivido, però, gli entusiasmi di molti: l’aver perso il compositore principale vorrà sempre dire,  per i ‘Ryche, non poter ritrovare la magia di Promised Land o Mindcrime. E’ scontato. DeGarmo s’è portato via un bel pezzo di Queensryche. E’ ovvio. Per chi sogna (come me) una Disconnected live lunga mezz’ora con Chris lanciato nella più sentita improvvisazione, non ci può essere pace in questo mondo. E’ naturale. Però i Queensryche odierni, appoggiandosi a compositori esterni, sono andati avanti lo stesso e stanno forse cominciando a fare senza. Di sicuro c’è che American Soldier, pur privo del talento di DeGarmo, non è un disco che lascia indifferenti. Ed è sicuramente un merito.


Sliver

Welcome to the show. Il brano d’apertura di American Soldier è un gran bel pezzo, evocativo, dove ad una buona prestazione di Tate fa da controparte l’urlare isterico, rappato?, di una sorta di sergente di ferro (avete presente l’inizio di Full Metal Jacket?) intento a dare ordini. Il ragazzo si allontana da casa (Its time to sack up and let go of your mothers) e viene scontrarsi col mondo militare (the show), cominciando al boot camp la sua trasformazione in soldato e assimilando la mentalità bellica (They say that conflict makes the man). Sotto la sua pelle, nascosta da qualche parte, rimane comunque una scheggia (sliver) del suo vecchio modo di essere.
Tutto questo presunto condizionamento mentale, per formazione passionale, mi fa pensare alla (ingenua) Teoria Ipodermica dell’Informazione e a qualcosa di Tutti a Zanzibar di Brunner. Ma non c’entra nulla, eh.


Unafraid

And people sometimes lose the vision of where we came from. They’re sitting in the laps of luxury in a country that was built on over 3.5 million deaths… La voce di un veterano di guerra.  L’allarme anti-aereo, il rumore di un elicottero. Rockenfield lancia la sua batteria. E la guerra, my friends.
Il soldato adesso è divenuto una macchina per combattere, insensibile, privo di paure, con un’alta e ingiustificata stima di se stesso e delle proprie potenzialità (I’m unafraid, I fear nothing. I’m unafraid, I hope for nothing). Si tuffa nella mischia pronto ad eseguire i comandi, incurante dei pericoli. E il tramite perfetto.
Il brano è assai anomalo per i Queensryche. Lo splendido ritornello, che rimanda al periodo Empire, è introdotto da pesanti riff di chitarra (la battaglia) sui quali si alternano le voci di un paio di ex-soldati, sui due canali, mentre la chitarra è registrata in mono. A parlare sono un reduce del Vietnam e uno del Kosovo, i quali sembrano dire praticamente le stesse identiche cose sul concetto-guerra (a livello musicale il concetto è ribadito, appunto, ponendo le voci, stereo, ai margini del campo di battaglia, mono). Non ci sono strofe cantate, ed è per questo che a volte si ha la sensazione che la canzone sia un po’ vuota.


Hundred mile stare

What ever happened to conviction and faith?People trip from side to side; don’t know which way or what side to take. Always known the truth. It’s really black and white. I’ve got no fear of judgment when it’s time to fight. E’ una canzone choose your side, come quelle dei vecchi Manowar. La guerra è iniziata e il soldato è consapevole della propria missione. Non c’è tempo per dubbi o ripensamenti. Tutto è bianco o tutto è nero, non cè spazio per le sfumature.
Musicalmente ci troviamo di fronte ad un mid-tempo dai toni minacciosi, con una discreta prestazione di Tate e con qualche preziosa trovata di Rockenfield. Interessante appare il lavoro sui cori (come in tutto il disco, del resto). E’ curioso, infine, che il brano che più racconta l’esaltazione da combattimento sia in realtà abbastanza cadenzato e melodico.


At 30.000 ft.

Whatever happens now is beyond my control. Emotion has abandoned me. Faded away and left me… cold. Miglior brano di American Soldier e migliore interpretazione di Tate, teatrale e profondo come ai bei tempi. Qui si raccontano le sensazioni di un pilota che si trova sopra della scena di battaglia. Lui, sul proprio aereo, è fisicamente separato da ciò che comunemente si intende per “guerra”, eppure è in grado di distruggere un intero paese solo spingendo un bottone. Gazing down at the burning land, I’m the creator of this new “Promised Land,” and I wonder. What the hell did I make?
At 30.000 ft. è un altro mid-tempo, ancora più curato rispetto a quello precedente. Jackson fa delle cose di gran gusto e Tate gioca con la voce, da cupa e drammatica diventa altissima, poi filtrata, poi sorretta da una girandola di cori. Un brano pregno di spunti, in cui si vive un momento fantastico quando il timer segna 1:53: I see it all so clear… at 30,000 feet above the enemy. No one can see me. Press execute. I’ll send the “Pigs” away. The tortured painful cries will never fall upon my ears and never stain my elder years. My heartbeat is all I’ll feel. La musica si arresta, o quasi, e l’ascoltatore viene lasciato solo a respirare l’angoscia di Tate, pilota solitario e alienato che volteggia sopra l’Inferno. Per certi versi l’espediente ricorda quello usato dai Rush in Manhattan Project, quando la musica di Neil, Geddy e Alex simula l’attimo del lancio della prima bomba nucleare.

Geoff sul testo della canzone:

“I wrote this song, then months later I got a chance to play it for Lynn, the pilot I wrote it about, and we have it on camera. He was reading
it and tears were running down his face. I asked him what moved him, and he said the line, “their tortured, painful cries will never fall upon my ears, and never stain my elder years. My heartbeat is all I’ll feel.” He said that’s what he feels every day. He was disconnected, but he does still think about it every day… Actually, when the breakdown happens and the bombing is taking place, Michael wanted the guitar solo to be representative of the airplane flying over the city dropping missiles and bombs.”


Dead man’s words

Altro brano riuscito, altro brano cadenzato, il più vario e ricco dell’intero disco: prende il via con toni oscuri, si sviluppa su un tappeto di cori e giochi vocali che rimandano un po’ agli Alice in Chains e finisce per assumere un andamento epico. La storia è ambientata nel Medio Oriente, e la musica più volte sembra voler rappresentare quella atmosfere arabeggianti (da sentire l’improvvisa melodia di sax), il caldo, la sabbia del deserto, la presenza opprimente del sole. Un uomo è stato ferito al di là delle linee nemiche e una squadra è partita con l’intento di recuperarlo: la canzone presenta la doppia prospettiva, quella del ferito e quella del salvatore, tramite la voce di Tate e dell’ospite Vince Solano. How many days pass? Hard to tell in the desert. The wind says… nothing. I move, the bullet bites, infected to the bone. Will it find its home… before me? I pray that you find me soon before I slip away.


The killer

“Shoot him!” They say, Who will be the killer? Who will be the winner? “Shoot him!” Who will be the killer? Can’t give in! Se vuoi sopravvivere, devi essere l’assassino: questa è l’affermazione che Tate estrapola da gran parte delle interviste condotte, focalizzando poi l’attenzione su come questo pragmatico modo di pensare verrà in seguito giudicato dal mondo là fuori, a fucili spenti. Un ragazzo gli ha raccontato che la madre, dopo aver scoperto ciò che lui ha fatto in combattimento, ha smesso di parlargli (Mother hides her face. She drops to her knees, her sacrifice complete. The last of her line. What’s left of her name? Nothing will ever be the same). Ma lui ha visto cose che noi civili… (You know you can’t begin to imagine where I’ve been, until you’ve walked a while in my shoes. Surrounded and outnumbered. Children wearing bombs?I’m crying).
A livello musicale il pezzo, che inizia con degli accordi vagamente Mindcrime/Empire, è uno dei più compatti e orecchiabili dell’intero album. Ancora una volta, notevole il lavoro sui cori. Grande performance di Scott Rockenfield.


Middle of hell

Wake up! Questo è uno dei brani più anomali e piacevoli di American Soldier. Rilassato, ponderato, vera calma in mezzo alla tempesta, con un Tate caldissimo e con Wilton che si produce in un assolo magnifico e, sul finire, in un toccante duetto col sax di Geoff – e la mente va di nuovo alla Terra Promessa. Non esiste un ritornello vero e proprio, a ben vedere, ed è sostituito dal ripetersi ossessivo di un “I’m alright” assai ipnotico. Va tutto bene, va tutto bene, si ridice di continuo il soldato che sta attraversando Baghdad sul suo veicolo e che teme di essere attaccato da un momento all’altro, non sa come, non sa da chi. Ognuno, lo sa meglio di chiunque altro, può essere un nemico letale. E’ in costante allarme, il pericolo è ovunque (everyone here has a gun) e per cercare di rischiare il meno possibile deve  cercare di guidare esattamente nel mezzo della strada (we drive straight down the centerline), lontano dalle mine.
Tate racconta un curioso episodio su un ex-soldato rientrato in America dal conflitto:
“He told a story about being back from his tour of duty and he got pulled over by a cop. When he asked what he was doing wrong, the cop said he was driving down the middle of the road. He said he was sorry, but it’s because he had just gotten back from Iraq, and they can’t drive in the actual lanes there because that’s where the bombs are.”


If I were king

I have so much more to say, my brother. Can you hear me? Il primo singolo del disco è forse una delle canzoni meno immediate. Il pezzo parla dei sentimenti di ammirazione e di colpa provati da un soldato verso l’amico deceduto in battaglia, amico che con un gesto eroico gli ha salvato la vita.
Si tratta di  una robusta ballata, introdotta dal narrato di un reduce,  la quale esplode in un coro
molto Kings X. Per quanto mi riguarda, qui Tate sbaglia l’interpretazione, scegliendo un cantato perentorio laddove sarebbero state necessarie più sfumature.


Man Down!

I’m a number; I’m a casualty of war for a cause I never had the chance, didn’t understand the score. Questa canzone parla di un soggetto reale che, tornato dalla guerra, non trova pace in nessun posto e comincia a viaggiare sulla sua auto per le strade americane. Paranoico e mentalmente disturbato, teme che da ogni angolo possa saltar fuori qualcuno che intende ucciderlo. L’espressione “man down” viene usata in guerra per indicare che un soldato è stato appena ferito sul campo di battaglia: in questa canzone assume così un duplice significato. They told me that I’d be okay, assume civilian life, live day to day. But when I think about it my hands still shake, and I know what I am . . . Man Down!
Il pezzo è il più tirato e quello che più deve qualcosa al metal anni ’80. La voce di Tate viene messa a dura prova e il risultato è che ne esce un po’ sforzata. Il ritornello ha un certo sapore pop che finisce per piacere.


Remember me

A man conflicted in his head makes poor choices, regrets the words he said. Per quanto mi riguarda, questo è il brano meno riuscito del disco. Un tema ricorrente nelle interviste condotte è quello del rapporto con la propria moglie lontana, alla quale si chiede di non dimenticarci. La canzone è una specie di lettera che il soldato spedisce all’amata.

Rememeber me è un ballad abbastanza sdolcinata, anche dal punto di vista musicale, sullo stile di quelle di certi Dream Theater.


Home again

Mama says don’t worry, because Daddy’s brave and he’s coming home. Il tema del rapporto con i propri cari lontani viene esplorato anche da quest’ulteriore ballata acustica, Home again, in cui un padre e una figlia separati dallo scoppiare del conflitto si scambiano pensieri sul futuro che sognano assieme. Qui la cosa funziona splendidamente. Tate è in gran forma e duetta con sua figlia Emily (10 anni), voce spettrale e insicura, per un pezzo sentitissimo che emoziona fin dai primi ascolti.
Tate:
“The song is inspired by a soldier writing a letter to his daughter who he misses very much, and her writing a letter back to him. He was laughing that what was really cute to him was that they were saying the same thing in the letter and using the same terminology. Those kind of coincidences really get to me.”
C’è un momento di particolare trasporto emotivo e coincide col minuto 2:59: When it feels too much to take, I want you to know that I’m thinking about you, making plans for when I’m home. Qui Tate fa strage. Applausi. Im coming home!
Un’ulteriore considerazione, anche per il tema trattato, mi porta a legare questo pezzo a Silent Lucidity e a Beside you, brani in cui i ‘Ryche avevano già affrontato il rapporto tra padre e figlia.



The voice

Don’t be afraid. Il brano di chiusura è introdotto dalla voce del padre di Tate (you reap what you saw), un altro familiare, un altro ex-soldato. Si tratta di un pezzo epico che ai primi ascolti sembra un po’ fuori luogo rispetto agli altri brani ma che, sul lungo periodo, acquista importanza e forza. Geoff è cupo e meditabondo, poi sguinzaglia l’ugola e, nonostante tutto, finisce per ottenenere discreti risultati.
L’idea è quella di ricreare un’atmosfera alla Eyes of a stranger, non dimenticando la lezione un po pomposa di Roger Waters. Pur non essendo proprio un capolavoro, il pezzo dona una degna conclusione al disco.
Geoff racconta che sono state le confessioni del padre a dargli lo spunto per la creazione di
American Soldier:
“The song opens with my father talking. All my life I’ve been waiting for him to open up, but he never has. When he finally did, it was my inspiration for this record, so it only seemed natural to have him on it. Several of the soldiers I interviewed talked about being injured and being on the edge of death and being brought back. That kind of situation is always interesting to me, hearing what they felt, what they saw and what happened. A lot of people in those situations see light and hear voices, and that was the inspiration for that song, the voice you hear in your head. From what I gather, there’s quite a struggle for people at that point. Some people say they’re ready to go, and others will kick and scream. The album ends with the line “don’t be afraid” and it’s a very strong phrase that we all grow up with, our parents telling us, “don’t be afraid…” I think if you’re lying there wounded, that’s one of the voices you’d hear in your head, your parents saying it, or maybe it’s God.”

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