Sciami d’api e righelli

Intelligenza e pregiudizio. Contro i fondamenti scientifici del razzismoA tutti sarà capitato, prima o poi, di chiedersi cosa sia l’intelligenza, in che consista e che criteri si debbano seguire nel valutarla. A tutti sarà capitato di conoscere quell’individuo fenomenale in matematica, estremamente razionale e capace di risolvere al volo le equazioni più complesse, e di concludere che quella fosse la miglior rappresentazione dell’intelligenza incontrata nella propria vita. In seguito, però, qualche volta lo stesso personaggio si dimostrava assolutamente inadeguato nelle interazioni sociali, incapace di adeguare i suoi interventi agli interessi del gruppo e costretto a fare innumerevoli gaffe perché costantemente fuori sintonia (ogni relazione interpersonale implica saper gestire il rapporto tra le cose che si possono dire e quelle da tenersi per sé, e il non comprendere queste regole non scritte potrebbe essere sintomo di poca scaltrezza mentale). Prenderne atto ci ha spinti a rimettere in discussione il nostro giudizio su di lui. E’ davvero intelligente?, ci siamo di nuovo chiesti quando abbiamo avuto in mano i nuovi dati.Chi è intelligente, cosa lo rende tale? Lo è chi ha uno straordinario talento per i numeri?  Chi sa rapportarsi con semplicità ad ogni nuova situazione? Chi sa ragionare tenendo a bada il più possibile i bias cognitivi? Chi ha un’alta capacità empatica? Chi sa controllare le proprie emozioni (diversi studi suggeriscono che nel prendere le decisioni spesso ci facciamo condizionare più dai fattori emotivi che dalla razionalità stessa)? Chi ha memoria elefantiaca? Chi trova la soluzione all’istante? Chi impiega più tempo ma se ne esce con un’idea ancora più creativa?

Forse chi è intelligente possiede un po’ di tutte queste differenti abilità. Eppure, esse non bastano, ancora, a definire l’intelligenza nella sua vastità. Di domande potremmo farcene a milioni, riguardo al concetto di intelligenza, senza arrivare mai davvero ad un punto fermo. Ogni volta che prendiamo in esame un aspetto che, si crede, possa essere in grado di definire con buona approssimazione larghi tratti di intelligenza, subito ci salta in testa (ah, l’intelligenza che lavora sull’intelligenza!) qualcos’altro che potrebbe esserci utile per la nostra descrizione, e qualcos’altro, e qualcos’altro ancora, per quella che si dimostrerebbe un’eterna e infruttuosa ridefinizione.

No, anche a livello intuitivo, non credo che si possa definire “l’essere intelligenti” secondo dei criteri rigorosi e scientifici, senza dover privilegiare arbitrariamente alcuni aspetti per tralasciarne colpevolmente tanti altri. Eppure, la storia ci insegna che in tanti ci hanno provato. In tanti hanno provato a buttar giù indiscutibili gerarchie di cervelli. Stephen Jay Gould, nel suo straordinario Intelligenza e Pregiudizio (in inglese, The mismeasure of man), ci fa una rassegna critica di molti di questi tentativi di standardizzazione delle facoltà mentali.

Una visione. Dopo aver letto il libro ed esserne rimasto assai affascinato, quando mi metto a pensare a tutti questi scienziati che, nei loro studi antiquati, ipotizzano sistemi di misurazione della mente umana, c’è un’immagine lampante, nitida e perentoria che mi appare davanti agli occhi e mi spiega tutto nel modo più chiaro possibile. D’improvviso vedo un vecchio incanutito, con la faccia rognosa e la frustrazione di una vita intera negli occhi che, con un righello da scuola media in mano, cerca di misurare un enorme, inafferrabile e mutevole sciame d’api situato davanti alla suo volto.  Lui ci prova, ce la mette tutta, povero vecchio, ma lo sciame è indomabile e, ogni volta che posiziona il righello per prendere le misure, lo sciame è già altrove, è già qualcos’altro. I risultati finali dei suoi tentativi, ovviamente, non sono proprio eccezionali e affidabili.

Stephen Jay Gould, l’autore del libro che mi ha fatto compagnia negli ultimi dieci giorni, è stato un biologo, paleontologo e zoologo americano. Ha insegnato ad Harvard e vinto premi per la qualità dei suoi numerosi lavori di divulgazione scientifica, in particolar modo basati sulle implicazioni del darwnismo. Nato nel 1941, è morto di cancro nel 2002 dopo che, anni prima, aveva superato un male simile fumando cannabis per alleviare la nausea delle terapie.

L’incontro con Gould è, da subito, l’incontro con una grande persona. Se ne percepisce all’istante la purezza intellettuale. Intelligenza e Pregiudizio è un libro splendido: arriva dalla passione di un individuo, passione che permea ogni pagina e che nasce dalla voglia di smentire una gran quantità di fastidiosi luoghi comuni, e, nonostante ciò, è un’opera di una logica ferrea, maniacale e imperitura. Gould non scende a compromessi, non cerca di avvicinare il lettore con artifici retorici: va direttamente, e con una certa severità, al nocciolo dei problemi. Il libro non cede, dunque, alla tentazione della volgarizzazione ma rimane ciò che è, un mero trattato scientifico, per un motivo semplicissimo. Gli argomenti trattati hanno provocato, e provocano tutt’oggi, pregiudizi, falsità e la sofferenza di un numero incalcolabile di persone. C’è poco da scherzare: si tratta di questioni serissime, che vanno affrontate in modo altrettanto serio.

Intelligenza e Pregiudizio, induttivamente, critica con asprezza ogni ipotesi sulla misurazione assoluta e scientifica delle facoltà intellettive e i vari tentativi di riduzione della mente umana ad un numero certo, oggettivo, non influenzabile da fattori ambientali, col fine di dimostrare l’impossibilità di materializzazione dell’intelligenza stessa.

Nel far ciò l’autore prende in esame la misurazione dei crani nell’800 e lo sviluppo dei test d’intelligenza del 1900, nonché le ridicole correlazioni tra tratti fenotipici e capacità mentali che si sono succedute durante la storia, anche recente. Lo scienziato raggiunge le fonti primarie, utilizza i metodi moderni della statistica e prende nota di ogni possibile contraddizione, smascherando truffe clamorose o evidenziando interpretazioni tendenziose dei dati. Il risultato è che l’anima nera del pregiudizio salta fuori da ogni test, da ogni misurazione, da ogni ipotesi, da ogni tentativo di nascondere evidenze contrarie.

Si comprende così che ogni procedura per misurare l’intelligenza storicamente ha avuto come obiettivo quello di legittimare lo status quo imperante: aspirando all’ “ordine”, un ordine che assomiglia un po’ a quello della Repubblica di Platone, i vari studiosi hanno manipolato, coscientemente o incoscientemente, i dati a loro disposizione con l’intenzione di dare una giustificazione biologica alle differenze di classe, alla povertà delle “altre razze” e alle differenze sessuali nell’approccio al potere. Ogni possibile misurazione dimostrava, una volta opportunamente aggiustata, l’ipotesi iniziale del biodeterminismo: la donna, il negro e il povero hanno di meno perché la natura li ha forniti di minor risorse. Non sono i pregiudizi a frenarne l’ascesa sociale: la colpa è tutta dei loro geni “inferiori”.

Idee non solo fastidiose, ma sbagliate.

Il lavoro di Gould di  fronte a tutti questi tentativi è spietato e meticoloso, talvolta molto complesso e tecnico. Credendo sia nell’importanza dei geni che nei fattori ambientali, egli distrugge le teorie degli innatisti nella loro essenza, uscendo trionfante dal campo di battaglia con la speranza che la sua opera funga da vaccino contro le successive ondate biodeterministe, solitamente evocate da condizioni sociopolitiche favorevoli, eppure sempre basate sui concetti indimostrabili e sulle informazioni viziate dei decenni precedenti.

Ho il sospetto che, negli anni, la “forza scientifica” di tutte queste (mis)misurazioni delle mente umana abbia contribuito a rafforzare enormemente pregiudizi razziali, e non solo, da sempre popolari e diffusi. Personalmente, trovo abbastanza avvilente il fatto di dover ascoltare, di tanto in tanto, frasi o battute che sottendono l’inferiorità innata e immutabile di questo o quel gruppo. Alle mie orecchie queste affermazioni suonano come superstizioni dure a morire: sostenere che l’etnia A sia biologicamente inferiore a quella B ha la stessa portata scientifica dell’idea che il gatto nero porti sfortuna, o che lo specchio rotto significhi sorte avversa per sette anni. Purtroppo non c’è mai il tempo, né la voglia, di mettersi lì a discutere seriamente del nocciolo della questione: e se abbiamo avuto al parlamento un tale, Marcello Pera, che temeva “l’invasione dei meticci” in Europa, mi piace pensare che al mondo c’è gente come Gould (dall’interno, a priori) e Diamond (dall’esterno, a posteriori) che si è dannata l’anima per dimostrare l’inesattezza di tutti questi inutili (e dannosi) discorsi.

La diffusione di tutte le infondate teorie che Gould analizza ha portato a danni storicamente accertati, concreti, tangibili e dolorosi.

Per esempio, l’introduzione dei test del QI in America nel 1924 ha spinto il governo alla sterilizzazione degli “imbecilli” e degli “idioti” e all’Immigration Restriction Act, nel quale si vietava l’entrata negli Stati Uniti a gran parte degli emigranti provenienti da popolazioni “geneticamente inferiori” come italiani, slavi o neri. Questi avrebbero potuto corrompere il sangue statunitense con le loro menti sottosviluppate, con la loro inferiorità genetica, con la loro sporcizia, con il loro inglese patetico. Tra di essi avrebbe varcato la frontiera solo chi avesse dimostrato di possedere un QI sufficientemente alto. La storia dell’italiano medio che, dopo settimane di traversata oceanica, spesso in condizioni più che disagiate, sporco e stanco, arriva in America e deve sottoporsi all’istante ad un test d’intelligenza (spesso in lingua sconosciuta!), è ben narrata da una toccante scena del film Nuovomondo di Emanuele Crialese.

In Inghilterra i test d’intelligenza vennero adottati successivamente e andarono ad incidere in special modo sulla riforma scolastica, negli anni ’60, che introdusse l’ “11+”, un test che decideva inequivocabilmente se un bambino di undici anni potesse fare o non fare una certo tipo di carriera scolastica. Lo scrittore inglese Nick Hornby parla della sua tremenda paura di non superarlo, lui che voleva andare all’università, in Febbre a 90’.

Ancora, un caso umano tremendo legato alle tendenze eugenetiche americane degli anni ‘20 viene ricordato da Gould nell’epilogo del libro: si tratta dell’amara vicenda di Carrie e Doris Buck, di una sterilizzazione tenuta nascosta per una vita intera e dei traumi che ha provocato.

Infine, ho voglia di sottolineare che tra tutte le idee interessanti che Gould divulga, il libro (mi) presenta anche l’elegante ipotesi della neotenia, che a suo modo sferra un bel colpo a chi asserisce l’esistenza di differenze innate tra gruppi. Sorpresa: secondo questa sempre più probabile teoria, sono i gruppi, provenienti da un ceppo unico africano relativamente giovane, ad adattarsi alle differenze ambientali. E’ proprio questa caratteristica, la plasticità mentale comune, che renderebbe l’uomo il più evoluto tra gli animali.

“La flessibilità è il marchio dell’evoluzione umana. Se gli esseri umani si sono evoluti, come credo, in base alla neotenia, allora siamo, in un senso più che metaforico, bambini permanenti. (Nella neotenia i ritmi di sviluppo diminuiscono e gli stadi giovanili degli antenati divengono le caratteristiche adulte dei discendenti.) Molte caratteristiche centrali della nostra anatomia ci legano agli stadi fetali e giovanili dei primati: faccia piccola, cranio a volta e cervello grosso in rapporto alla dimensione del corpo, alluce non ruotato, foramen magnum sotto il cranio per un orientamento corretto della testa nella postura eretta, distribuzione di peli soprattutto sulla testa, le ascelle e l’area pubica. […] In altri mammiferi, l’esplorazione, il gioco e la flessibilità di comportamento sono qualità dei giovani, solo raramente degli adulti. Non conserviamo solamente lo stampo anatomico dell’infanzia, ma pure la sua flessibilità mentale. L’idea che la selezione naturale dovrebbe aver lavorato per la flessibilità nell’evoluzione animale non è un concetto ad hoc nato per la speranza ma un’implicazione della neotenia come processo fondamentale della nostra evoluzione. Gli uomini sono animali che apprendono.”

(Stephen Jay Gould, Intelligenza e Pregiudizio).

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