La felicità secondo Russell

Antefatto. Qualche giorno fa ero in libreria. Ho visto la faccia vecchia e arguta di Bertrand Russell sulla copertina di un libro e, zac, l’ho acquistato. Fine dell’antefatto. La conquista della felicità è un saggio che il matematico/logico/filosofo/scrittore Bertrand Russell ha scritto nel lontano 1930. L’acclamato anglossassone qui cerca di spiegare i motivi che secondo lui portano all’infelicità (nella prima parte), mentre nella seconda metà del libro evidenzia  quali sono le condizioni che secondo lui rendono un individuo davvero felice. Il libro è scritto in maniera molto chiara, non richiede particolari conoscenze pregresse e si fa leggere che è un piacere.

Per farla breve, Russell si produce in una interessante analisi della società (a lui) contemporanea, prendendo in esame i comportamenti dei singoli e valutando cause e  effetti con un approccio molto pragmatico e intelligente. Gran parte dei contenuti – sui quali non mi dilungo – è ampiamente condivisibile.

Curioso come il libro porti con sé anche una sorta di paradosso: Russell sconsiglia di indugiare troppo nell’introspezione, causa principale dei malesseri umani, ma allo stesso tempo scrive un saggio che inevitabilmente porta il lettore a immedesimarsi, più volte, con le varie categorie prese in esame e, dunque, a riflettere su se stesso. Il libro però rappresenta anche ciò che il filosofo chiama un “interesse esterno”, un elemento che dovrebbe occuparci la vita tenendoci lontani dalla temibile introspezione. La conquista suggerisce dunque di non indugiare troppo su noi stessi e di cercare distrazioni nel mondo là fuori ma, al tempo stesso, è sia distrazione che motivo di autoriflessione.

Altre due fuggevoli considerazioni:

1) Russell ha un approccio pratico, razionale e morale (ma non moralistico, assolutamente no). Vagando qua e là per i blog leggo un sacco di gente anche molto intelligente che, utilizzando più o meno lo stesso filtro logico-pragmatico, si lancia in analisi dei fenomeni sociali in cui troppo spesso latita l’aspetto morale. Ne vengono fuori post che sono, nella loro lucida esposizione, dei veri e propri atti di constatazione di una posizione di dominanza se non, addirittura, dilatate e strutturate Apologie del Bullismo su larga scala. Credo che essi siano spesso modelli scarsamente rappresentativi della realtà, nei quali tutto sembra trovare una logica spiegazione proprio a causa dell’eccessiva semplicità dei modelli stessi, colpevolmente privati di elementi significativi. A volte capita di leggere lunghe dissertazioni che finiscono per avere un sapore tautologico: la realtà è così perché… è così. Troppo facile. Che nel menare il debole il bullo (o la superpotenza) abbia i suoi motivi è ovvio: stabilisce le gerarchie di gruppo, rafforza la sua posizione di leader, si becca tutte le ragazzine (o i voti). Ricordare che dal suo punto di vista abbia dei grandi vantaggi è ridondante. Prendere in esame le cause lontane, le conseguenze tangibili per il debole e i rimedi da adottare per evitare lo scontro è invece un approccio più morale, perché in sostanza ci porta a chiederci se il fatto in sé sia giusto o meno. Ecco, penso che  il Russell di La conquista della felicità (ma anche quello di Perché non sono cristiano) su questi aspetti scriverebbe, bontà sua, un sacco di pagine.

2) Sono davvero pochi i momenti in cui questo libro del 1930 sembra davvero datato. La grandezza di Russell, uno che di certo non rimpiange il passato (perchè sa che è sempre stato rimpianto), è quella di prevedere che alcune delle sue idee potranno in futuro essere considerate vecchie. La morale si evolve e lui lo sa benissimo.  Molte idee anticonformiste che allepoca gli hanno procurato qualche grattacapo oggi sono per lo più comunemente accettate. Eppure, non finiremo mai di ringraziarlo per aver contribuito a diffonderle.

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