Morbosamente attratti dal dolore

Se penso ai miei musicisti preferiti, mi accorgo che molti di loro hanno prodotto i lavori migliori nel momento in cui, chi più chi meno, stavano attraversando un qualche periodaccio esistenziale. E’ vero che ci sono le eccezioni (Dredg, Rush), ma mi sento di dire che il trend è sostanzialmente quello. Non si scappa. Di Tori Amos ho letto un paio di biografie (una davvero buona e una incentrata su misticismo e robaccia simile – brutta). So che la cantautrice americana, come tanti altri, in gioventù non se l’è passata proprio bene, tra stupri, aborti e storie d’amore finite male. Roba che non auguri a nessuno, per carità, ma che l’ha portata a comporre, per l’appunto, quelli che sono unanimamente considerati i migliori dischi della sua carriera. Lavori sofferti in cui tra carezzevoli ballate e brani più cupi emergeva un chiaro e perentorio messaggio di dolore. Tu stai male, ok, ma io sto bene con i tuoi dischi (e mi viene a mente una canzone di Elio). Perfetto rapporto tra artista e fan.

Poi Tori s’è sposata, ha finalmente messo al mondo una bambina e ha dato una sistemata alla sua vita. Questa nuova serenità l’ha portata a comporre dischi più rilassati e solari, come il pessimo The Beekeper, il fiabesco e buonissimo Scarlets Walk e il poliedrico American Doll Posse. Quest’ultimo, così esuberante, m’è piaciuto un bel po’: lo ricordo a farmi compagnia nelle sessioni di jogging per i parchi di Varsavia, con le sue molteplici influenze, con la sua energia, con la sua Digital Ghost (miglior pezzo della Tori contemporanea).

Adesso la Amos ha pubblicato un nuovo album, Abnormally Attracted to Sin. Non l’ho ascoltato tantissimo, a essere sinceri. Però sento già di potermi sbilanciare. Non è quel disco noiosissimo che m’era sembrato all’inizio, ma neanche l’ottimo prodotto che ti aspetteresti da un’artista di tale caratura. Amen. Lungo, eterno e zeppo di canzoni come tutti gli ultimi dischi di Tori, Abnormally è poco immediato, sobrio, a tratti dimesso, eccezionalmente omogeneo. Alterna intense ballad (Maybe California, Curtain Call, l’emozionante That guy), pezzi più ariosi (l’azzeccato singolo Welcome to England, Fast Horse) e qualche brano più coraggioso, a volte venuto bene (Give), altre meno (Police me, Strong Black Vine). Nel complesso sa regalare dei discreti momenti ma spesso appare, ahimé, anche monolitico e privo della freschezza compositiva del precedente. Abnormally è, in definitiva, un lavoro più che sufficiente e che, ne sono sicuro, ascolterò svariate volte. Ma niente più di questo, no, con tanti accidenti a quei malfattori che rendono felici le vite degli artisti.

Non lo sanno, loro, che stanno compiendo crimini contro l’umanità.

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5 pensieri su “Morbosamente attratti dal dolore

  1. Verissimo: alcuni tra gli album più emozionanti della storia della musica, o almeno di quella porzione di storia che conservo gelosamente sotto la mia campana di vetro, sono figli del dolore. D’altra parte, la sofferenza esistenziale ha generato nei secoli anche i più brillanti frammenti letterari ed artistici, e ciò è innegabile. Di Tori, che considero assolutamente la mia musa ispiratrice fin dalla mia prima adolescenza, adoro i primi album, quelli più sofferti e viscerali, salvando il delicato Scarlet’s Walk che nonostante i toni abbastanza omogenei resta uno dei miei preferiti.. Non ho ancora avuto il piacere di avere tra le mani il neonato Abnormally, ma spero in un miglioramento dopo il poliedrico ma anche indecifrabile AmericanDollPosse…

  2. Sara’ per questo che adoro i primi Pink Floyd mentre aborro gli ultimi (sebbene dal punto di vista qualitativo gli ultimi siano una spanna sopra ai primi).

    ;)

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