The God Upgrade

Ieri il sempre piacevole Corrado Augias, nella sua trasmissione dell’ora di pranzo, aveva come ospite un giornalista dell’Avvenire che era lì per presentare un suo libro riguardante questioni religiose. La discussione che ne è sorta è stata per me abbastanza stimolante e divertente finché, a un certo punto, il giornalista cattolico non s’è lanciato in una di quelle frasi che davvero io non riesco a concepire. Da credente (ed ex-prete), il tizio ha ammesso che la Chiesa deve aggiornarsi.La Chiesa deve aggiornarsi. Deve venire incontro alla gente. Deve rinnovarsi. Trasformarsi. Deve ampliare le proprie vedute. Deve comprendere di più e meglio le esigenze delle persone. Deve fare tutto ciò, altrimenti finirà per perdere tutti i fedeli.

Ecco, io non riesco ad afferrare il senso di queste affermazioni. Le trovo francamente paradossali, se non proprio ridicole, in special modo quando vengono espresse da un credente.

Ma prendiamole per buone. Facciamo finta che abbiano un qualche senso, anche in un’ottica fideistica, e che davvero non ci sia niente di sbagliato nel ricordare che le istituzioni religiose debbano essere maggiormente al passo con i tempi.

Se la Chiesa ha davvero bisogno di attualizzarsi, allora ciò significa (ammettere) che l’aspetto metafisico e trascendente viene necessariamente relegato in un angolino e che la religione, ripulita dai suoi elementi misteriosi e ultraterreni, rappresenta più una sorta di “filosofia morale” come il buddismo, in cui l’aspetto divino è sostanzialmente inesistente. Perché dico questo? Semplice: se credo che la mia religione si basi su quanto è stato suggerito e rivelato millenni fa da un Dio a un essere umano, allora dovrò necessariamente credere che ciò che quel Dio ha detto allora abbia valore ancora oggi. Poiché ho fede nell’esistenza di questo Dio, considererò le sue regole e i suoi insegnamenti come elementi essenziali, eterni e ineludibili. D’altra parte, se sostengo che i suoi precetti morali debbano essere regolarmente aggiornati, allora significa che nutro dei dubbi sulla validità delle regole divine e, quindi, su Dio stesso. Se Egli ci ha detto come comportarci ma tali insegnamenti avevano una validità limitata al periodo strettamente biblico, che senso ha leggere la Bibbia oggi? Perché dovremmo prenderla per buona?

Delle due l’una: o la Bibbia dice verità eterne – e quindi non ha bisogno di aggiornarsi – o distribuisce consigli morali che hanno fatto il loro tempo. E allora è in gran parte inutile.

Per uscire da questa situazione problematica, possiamo ammettere, anche se mi pare un’evidente forzatura, che il Papa, moderno medium tra l’Aldiqua e l’Aldilà, l‘anello mancante, abbia una sorta di rapporto diretto col Buon Dio e comunichi con lui attraverso una linea rossa tutta speciale terra-Paradise City. In questo caso il Papa potrebbe essere in grado di introdurre dei cambiamenti nelle regole-base della Chiesa su imbeccata dell’Altissimo che, una volta osservata la realtà dei fatti, il progresso dell’uomo e il suo rinnovamento morale, potrebbe aver voglia di rimodellare alcuni dei Suoi saggi consigli per porre la Sua religione “al passo con i tempi”. Un cerchio alla botte, un colpo all’ubriaca: con questo escamotage gli aggiornamenti della Bibbia verrebbero secondo il credente suggeriti da Dio stesso, il quale prima ci offre le basi e in seguito ci rende partecipi delle revisioni. Ottimo. Ma da dove riceverebbe Dio gli input per l’upgrade del Libro Sacro?E buffo: dai fedeli, da milioni di tipi come l’ospite di Augias. Dai loro dubbi. Non vedo come potrebbe essere altrimenti.

Un esempio. Il credente si trova di fronte a un conflitto interiore di natura etica (“credo in Dio, ma mi piace anche far l’amore solo per il gusto di farlo: come mi devo comportare?”) e dunque comincia, col passaparola e con altri mille mezzi, a chiedere un rinnovamento della Chiesa che non lo faccia sentire in colpa nel momento in cui finisce per risolvere il proprio dubbio nella maniera “cattolicamente sbagliata”. Invoca un cambiamento, sente i dogmi sfuggirgli dalle mani.

Arrivati a questo punto, come può avvenire la mutazione del codice etico biblico? Nell’unico modo coerente con l’atto di fede. Con l’intervento, diretto o indiretto, di colui  che sta oltre le nuvole. Se il Buon Dio – che per il credente, ovviamente, esiste – è vigile e ha voglia di darsi da fare per il benessere del nuovo essere umano, allora chiama il Papa e gli ordina di scrivere una bella enciclica in cui si dica con chiarezza che ciò che una volta era sbagliato adesso diventa come per magia tollerato (“fare l’amore senza scopi riproduttivi non è più peccato”, per esempio). Il Papa ha la possibilità di imporre tali cambiamenti solo perché si presume che abbia con Dio un rapporto più intimo di una persona normale. Altrimenti, che senso avrebbe il suo ruolo?

Nella sostanza delle cose, il credente, che è tormentato dal dubbio etico e che in cuor suo sa che il proprio “giusto” in questo caso non collima col diktat divino, si produrrebbe dunque in una sorta di grottesca e indiretta pressione psicologica sul proprio Dio affinché Egli chiami il Papa  (o chi per lui) e rimodelli la morale secondo il volere del credente stesso. Se la pressione psicologica venisse esercitata direttamente sul Papa, ciò implicherebbe ammettere l’inutilità dell’entità metafisica, che è invece piuttosto importante in una religione come quella cattolica. No, dunque: sarebbe Dio medesimo a interpretare gli umori della piazza e ad agire di conseguenza. A meno di non ammettere che Dio non esista o che il Papa faccia tutto di testa sua all’insaputa di Dio, manipolando il culto come più gli piace. Ma ciò non rientra, è ovvio, nel set di credenze a disposizione del credente.

Qui sta la cosa divertente: poiché è il fedele stesso ad avviare questo complicato processo  (io, Dio, Papa, io) che porterà all’attuazione e alla legittimazione del proprio  volere, il processo stesso diviene effimero, un’inutile complicazione: ciò che si può realizzare con un singolo passaggio ha bisogno di un triplice scambio di informazione. A ben vedere, la Chiesa come istituzione diviene superflua. Ed anche Dio stesso, buono quanto vi pare, non svolge più questo ruolo così decisivo. Dopo il rinnovamento chiesto e ottenuto, l’individuo finisce per fare ciò che inizialmente voleva fare – ma che fino a ora si era negato solo per timore delle eterne fiamme dell’Inferno.

Conclusione: il credente che dice che la Chiesa ha bisogno di aggiornarsi, implicitamente afferma che la sua religione non funziona. Il paradosso è che l’integralismo religioso è logicamente più ferreo, anche se naturalmente è assai più detestabile. Se credi devi assumere che ogni elemento sia degno di essere creduto, non selezionare a tuo piacimento gli elementi in cui riporre fede, magari auspicandoti che quelli indigesti vengano in qualche modo “aggiornati” o “mutati”.

Corollario: molti credenti spingono per il rinnovamento dell’istituzione. Molti credenti non credono più nel Dio della Chiesa, ma non se ne accorgono o non vogliono ammetterlo: sono loro stessi, nel lunghissimo periodo, a fare e rifare la propria Chiesa. Non esiste nessun “ordine dall’alto”. Dio si conferma solo un  simbolo, un’autorità morale invisibile a cui ci si appella per dare legittimazione al proprio pensiero e ai propri costumi.

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Un pensiero su “The God Upgrade

  1. Postulare il canale di comunicazione diretto Dio-Papa tra l’altro dimostrerebbe l’esistenza di Dio e quindi l’inutilita’ della fede, che si basa appunto sul credere nel non dimostrabile. Ahr ahr ahr.

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