I Dredg alla fine dell’arcobaleno

de|lu|sion


noun

3 a false belief or opinion:
delusions of grandeur
4 Psychiatry. a fixed false belief that is resistant to reason or confrontation with actual fact:
a paranoid delusion

po|si|ti|vì|smo

s.m.
1 TS filos., movimento filosofico sorto in Francia e diffusosi nella seconda metà del sec. XIX in Europa, che considerava i dati e il metodo scientifico come l’unico fondamento della conoscenza umana, rifiutando ogni forma di metafisica

2 CO estens., carattere, atteggiamento di chi bada al reale, al concreto, giudicando i fatti in relazione ai vantaggi materiali che possono procurare, senza soverchie preoccupazioni di tipo ideale o sentimentale

A proposito di junghiane coincidenze significative, nello stesso periodo mi son capitati tra le mani il nuovo album dei californiani Dredg e il saggio L’arcobaleno della vita di Richard Dawkins. Non ho potuto fare a meno di infilarli più o meno nella medesima categoria, “roba di stampo positivista incontrata ultimamente”, anche se, lo so, stiamo parlando di un gruppo rock di (abbastanza) giovani ragazzi e di uno dei più noti divulgatori scientifici contemporanei. Roba che in teoria mal si amalgama l’una con l’altra, ne convengo. Divertendosi a forzare le cose, tuttavia, vien fuori che i due prodotti, il libro e il disco, finiscono per rincorrere gli stessi fini con uno spirito tutto sommato similare. Mi piace pensarla così.

L’arcobaleno della vita rappresenta il prodotto del malcelato senso di colpa che attanaglia Dawkins dai tempi de Il gene egoista. Con quel lavoro fondamentale, scritto più di trent’anni fa, il giovane scienziato si lanciava con cognizione di causa del delineare l’evoluzione dell’uomo come evoluzione di una mera macchina per la sopravvivenza dei geni replicatori. L’individuo è solo un tramite per la replicazione dei geni e viene da essi sfruttato, l’esistenza non ha altri scopi: concetti come questi hanno portato molti lettori a giudicare il libro, e chi l’ha scritto, come freddo, nichilista e disperato. Stufo di tutte queste banali accuse, lo scienziato-scrittore (che è ben lontano dal cinismo vero di un Houellebecq) butta giù L’arcobaleno della vita per dimostrare che le due cose si possono conciliare: si può fare affidamento sulla scienza e allo stesso tempo godersi i piaceri della vita e stupirsi di fronte al mistero dell’Universo. Il libro vede un Dawkins vivace e coinvolgente spaziare tra mille argomenti, senza un vero filo conduttore che non sia un labilissimo legame tra scienza e estetica. E se l’accostamento tra teorie scientifiche e poesia risulta un po’ forzato (ma non sono il più grande appassionato di poesia di questo mondo), suonano molto interessanti le varie divagazioni sulla fisica del suono, sul ragionamento statistico (che combatte pregiudizi e false credenze), sulla percezione dei colori e su come essa influenzi la nostra conoscenza dell’universo astronomico, sui geni come simboli e indizi di un mondo primordiale, sul meccanismo dell’analisi del DNA in ambito forense, sul rapporto tra evoluzione culturale e evoluzione genetica e su un sacco di altri argomenti ancora. Forse L’arcobaleno non è il miglior libro di Dawkins, eppure non sa trattenersi dall’affascinare e, in più punti, meravigliare il lettore.

Dredg. California, sole, accenni western, Canyon Behind Her, primavera-estate, auto, finestrini giù e cantare a squarciagola, un cantante che potrebbe fare cover di Frank Sinatra, Bug Eyes, Police, Rush, U2, mandolini elettrici e serenate, personalità di melodie, semplicità di chitarra e duttilità di batteria, Sanzen, positivismo e positività. Dredg.

The Pariah, The Parrot, The Delusion (PPD) è il nuovo disco dei Dredg, il quarto da studio, successore dello sfaccettato e misterioso El Cielo e del più immediato e cantabile Catch Without Arms, album in cui i californiani si dimostravano eccellenti interpreti dell’Arte dello Scrivere la Canzone. PPD, che non l’acronimo di una ridondante bestemmia, è un lavoro che come stile sta esattamente a metà tra i due precedenti: ha una struttura più complessa, come El Cielo, ma è melodico, molto melodico (anche troppo, fino a strizzare l’occhio all’omosessualità) nella direzione seguita con Catch Without Arms. Produzione nitidissima, chitarre poco robuste, basso trascurato in fase di missaggio: qualitativamente, anche se qui il batterista Campanella si produce nella sua più creativa e vivace prestazione, non siamo sui livelli dei due predecessori. Se è vero che le singole canzoni sono quasi tutte di buona fattura, è anche evidente che la voglia di strafare e di riempire il disco di intermezzi strumentali abbia finito per diluire oltremisura la tensione del lavoro nel suo complesso. Sono dell’idea che si possa fare un concept album anche senza dover obbligatoriamente dare al disco una struttura cervellotica, senza che l’ansia di dire tutto su un determinato argomento sia preponderante sull’aspetto musicale. Basta saper concentrare i temi nelle canzoni.Concept album, già. All’inizio PPD era stato presentato come ispirato al breve saggio di Salman Rushdie Letter to the six billionth person, ma, più probabilmente, questo scritto ha rappresentato uno spunto solo per alcune canzoni. I Dredg sembrano infatti attingere da più fonti nel tentativo di costruire un disco che, in ultima analisi, risulta essere un vero e proprio trattato sull’effetto negativo che ideologie e religioni hanno sulla vita dei singoli individui.

L’idea generale dell’album è ben spiegata su questa pagina web, mentre qui si trovano i testi: come si può vedere, il lavoro ha una certa fascinosa profondità, cita Darwin (la simbologia del francobollo si rifà alla darwiniana “Man still bears in his bodily frame the indelible stamp of his lowly origin”, mentre lo scienziato stesso viene preso come modello di persona credente divenuta agnostica) e la sua elegante idea, rimanda a fatti di cronaca recente ed è ricchissimo di dettagli che lavorano per la coerenza dell’insieme.

Tra le canzoni più belle ricordo Pariah, il luccicante brano iniziale che esplode in un ritornello ineguagliabile (Oh delusions are meant to justify, justify the things you do: noto un certo legame col mio post precedente) e Information, orecchiabilissimo singolo. Entrambe girano attorno alla figura di un attentatore suicida, un soggetto che in cambio di ridicole promesse e di illusori Aldilà, arriva addirittura a porre fine alla propria vita nonché, accidentalmente, a quella degli altri. Caso estremo di avvelenamento da false credenze. Information rappresenta una sorta di dialogo tra Dio e il terrorista-suicida e, nel bel mezzo della canzone, segue gli ultimi minuti d’esistenza dell’attentatore:

He woke up next to her, his head against her head
His hand upon her breast, he knew today meant death
He kissed her on the cheek, and then on her lips
Thought to himself “its the last time Ill do this”

Put on a suit, pressed and clean
Brushed his hair, grabbed his keys
Then he headed out to the morning air
With an anticipation no man could bear

The air was heavy, he could feel it in his lungs
With every step he took, a prayer rolled off his tongue
They were prayers of forgiveness, and prayers of praise
And his actions a gift for a god without a name

Un passaggio davvero straziante e ben narrato, reso ancora più vivido dal sottofondo musicale. Una chitarra in controtempo intacca l’apparente pace, mentre un morbido accordo si prende cura del rabbrividente the air was heavy.

Altri brani da segnalare sono Ireland, dai mille cambi di tempo, sul coraggio di guardare in maniera critica a ciò che ci è stato insegnato e sulla difficoltà di separarsene (Because beyond these town limits/ Even though I’ve never seen ‘em/ There’s really nothing else to explore/ There’s nothing more, there’s nothing more), Gathering Pebbles, la tirata Saviour, l’emozionante ballata Cartoon Showroom (There is only so much we can do, only so much can be shown to you/ The rest is your choice) e Quotes, di una ragguardevole potenza concettuale (Illusions illuminate/ While your delusions dictate your next move/ You’re bound by deception and a misled direction).

Meravigliosa è, infine, I don’t know, geometrica canzone sull’emancipazione dalle credenze metafisiche. Dawkins stesso potrebbe decidere di allegarla al suo prossimo libro:

Well I’ve been absorbing mediocrity
Been hollowed by uncertainty
I’ve taken all of my beliefs and given em up
Cuz theres no guarantee of a god or longevity
Admit you dont know anything and give it up

Singing, I don’t know if Ive been reborn,
Lived a past life, suffered in another time, I don’t know

Give it up, give it up, give it up

Well I don’t know what to believe anymore
But every now and then I feel a moment of awakening
But then it’s gone, then it’s gone, then its’ gone
I’m blanketed by the warmth of ignorance

Singing, I don’t know if I’ve been reborn,
Lived a past life, suffered in another time, I don’t know

If I’ll go somewhere special when I die
So I’ll just go on living my way


There’s a strength in duality, penetrate mentality
Give it up, give it up
I’ve learned from casualty, don’t have faith in anything
Give it up, give it up

Nel complesso, dunque, PPD non è un disco perfetto né un lavoro che cambierà la storia della musica, (e qui ci sta il ma) ma finisce per far star bene per tutta una serie di motivi, più o meno evidenti. Fa il suo sporco lavoro: fin dall’inizio l’ho giudicato come “probabilmente poco longevo”, eppure continuo ad ascoltarlo con una certa soddisfazione. Basta aver il coraggio di skippare quei tre o quattro riempitivi.

Dawkins, nel suo Arcobaleno, si produce in ripetuti e un po’ strambi appelli alla poesia che, secondo lui, potrebbe raccontare in maniera sublime la meraviglia destata dalle scoperte scientifiche. Io credo che, se ascoltasse i Dredg, potrebbe realizzare che la musica, per certe cose, funziona anche meglio. I Rush l’hanno insegnato nei decenni passati. I Dredg, nel loro piccolo, sembrano aver in parte intrapreso la mission di Peart e compagni.

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