Resistere al populismo si può. Forse.

“L’altro giorno ci hanno fermati, non avevamo né mazze né bastoni, solo qualche fiaccoletta innocente… certo, se qualche filo di palandrana prendeva fuoco non c’era niente di male”
Mario Borghezio, parlamentare europeo per l’Italia.
Vicino a dove abito c’è un paese, Santa Croce sull’Arno (PI), che è di gran lunga e da anni la zona a più alta concentrazione di immigrati africani nel giro di chilometri e chilometri. Queste persone di colore hanno portato nel tempo un sacco di manodopera – Santa Croce è un centro importante dell’industria conciaria – ma, com’è ovvio, anche qualche disagio, il disagio che può scaturire dall’incontro di due modi di ragionare diversi, di abitudini diverse, di educazioni diverse. Problemi anche da non sottovalutare, da affrontare con politiche intelligenti. Il centro storico del paese è stato “invaso” da questi immigrati. Le case sono vecchie e gli affitti costano meno: tali persone, spesso sottopagate, non possono permettersi di meglio ed hanno finito per ritrovarsi collocate tutte nel medesimo punto. Quello più economico. Naturalmente un fatto come questo ha condotto alle inevitabili frasi da supermercato, come “ma ci son solo neri in giro”, “ormai è casa loro” e “riprendiamoci il centro storico!”. Le lamentele sono, come al solito, all’ordine del giorno. Niente di nuovo.Va detto, ad onore del vero, che la sensazione che Santa Croce sia un paese abitato in grandissima parte da neri è davvero forte: attraversandola con l’auto si nota, per quel che può contare, che sui marciapiedi non c’è un bianco. O c’è davvero di rado. Laggiù vediamo una mamma africana che conduce un passeggino. Qui a destra un adolescente nero con lo zaino sullo spalle. A sinistra, un omone senegalese, infilato dentro una lunga tunica verde acceso, ride al cellulare. Orrore, un paese africano!*Ciò è quel che si percepisce. Ma ha un senso? La sensazione provata contribuisce a creare un modello affidabile della realtà santacrocese? No, credo proprio di no. Una delle possibili spiegazioni, peraltro banalissima, potrebbe essere la seguente.

Se è vero che la comunità nera di Santa Croce è assai vasta, è anche vero che (almeno per ora) essa coincide (in gran parte) con la fetta di popolazione più povera. Il che è logico, per due motivi: 1) molti sono arrivati di recente e non hanno avuto (ancora) tempo materiale per permettersi una “scalata sociale” e 2) alcuni vengono sottopagati o lavorano con più difficoltà.

Se ciò che guadagno mi basta a malapena per campare la mia famiglia, allora vorrà dire che taglierò via tutto quel che per adesso considero effimero. Un’auto, l’assicurazione per l’auto e la benzina, per esempio. Quando dovrò andare al lavoro, per ora ci andrò a piedi. Quando i miei figli dovranno andare a scuola, per ora ci andranno in bicicletta. E’ un principio che varrebbe per neri, bianchi o arancioni.

Senza voler tirare in ballo la forza dell’attenzione selettiva, la quale svolge anche qui un ruolo importante nel farci vedere solo ciò che vogliamo vedere, ecco una possibile spiegazione per la sensazione di cui parlavo sopra: numeri alla mano, Santa Croce è tuttora per lo più abitata da bianchi e autoctoni (noi, gli “immigrati non recenti”). I caucasici sono ancora in maggioranza. Solo che questi soggetti candidamente pigmentati prendono l’auto anche per arrivare al bar che si trova a 200 metri da casa loro. Non si spostano a piedi. La loro moglie va a far spesa con la macchina, e con la macchina va a prendere i bambini a scuola. Son tutti dietro al finestrino dell’automobile, o nascosti dal vetro del casco. Niente di male, per carità. Ma ciò spiega, molto semplicemente, perché non li vediamo per strada ma ne osserviamo a decine, invece, se ci concentriamo sulle autovetture.

Chi non fa attenzione a tale fenomeno cade nella facilona equazione: “in giro vedo solo neri” dunque “in assoluto ci sono solo neri”.

Conclusioni come queste, basate su modi sbagliati di impostare il problema, possono venir usate da un politico scaltro. Ammesso che egli si dimostri bravo a cavalcare gli istinti della gente annebbiandone, contemporaneamente, le capacità razionali. Si immaginino i possibili slogan: “…se volete una Santa Croce di nuovo Italiana!”; “…sono padroni in casa nostra!”; “…basta con questa gente che viene da lontano e ci ruba il lavoro!”, e così via. La retorica populista è maledettamente monotona. Eppure fa ancora un certo effetto.

Nonostante tutto ciò, nonostante l’“invasione del nero”, Santa Croce ha in questi giorni riconfermato il suo sindaco di centro-sinistra per altri cinque anni. Ecco dove volevo arrivare. Fatto non trascurabile, l’ha fatto in un periodo di crisi economica, classico momento in cui ogni problema si amplifica ed ogni colpa diviene, sempre più, dell’Uomo Nero venuto dal Sud (di Grosseto, di Napoli o di Casablanca che sia). Credo sia un fatto piuttosto notevole e in controtendenza, perciò da sottolineare.

Mi fa piacere non tanto che si sia optato per il centro-sinistra, ma che si sia stati bravi nel respingere la facile retorica xenofoba che, tenuta a bada in Toscana, spadroneggia sempre più nel resto dell’Italia e soprattutto in Europa, laddove i Partiti della Paura, costruiti su misura sui terrori della gente, sembrano rialzare più o meno timidamente la testa.

Due parole sull’Italica Stirpe e le elezioni (visto che ci siamo).
Per quanto riguarda l’Italia, invece, tutto è andato più o meno come previsto. Il sondaggio-europee ha dato un esito scontato. O quasi. Nel momento in cui la creazione del consenso è così inquinata da non rendere eque le regole del gioco, col leader del partito di maggioranza che direttamente o indirettamente controlla, in un paese tra gli ultimi in Europa per uso di Internet e lettura quotidiani, cinque televisioni nazionali su sei (con la sesta che ha budget risibili), ogni tentativo di opposizione risulterebbe vano. Che sia debole (come quello del PD) o che sia, eventualmente, forte. Niente cambierebbe. Di fronte ai dubbi, alle incertezze e alle paure, la prima informazione risolutiva disponibile, dunque televisiva, viene presa per buona dal cittadino, soprattutto se è breve, semplicistica e ben confezionata. E per tutta una serie di meccanismi (anche di inconsapevole autocensura) chi informa non può non fare il gioco di chi lo paga o lo dirige. Il che è terreno fertile per un’acritica replicazione del consenso.

Andare sui contenuti” è il refrain che ha più appeal al giorno d’oggi. La mitologia dei contenuti riempie la bocca dei più. Sono quelli che non si accorgono che se hai la possibilità di organizzarti trasmissioni televisive su misura, senza contraddittorio, senza avversari politici e con giornalisti amici, puoi far passare per verità tutto ciò che vuoi. Solo i tuoi contenuti sono meritevoli. Puoi smentire te stesso anche mille volte e, nella confusione venutasi a creare, costruirti come meglio credi l’autorevolezza per far sì che la tua ultima parola sia quella che conta (mi vengono a mente Sperber e le credenze misteriose).

“Attaccarli sui contenuti” è una favoletta raccontata troppe volte. E non è più divertente, non fa più effetto.  Purtroppo non è più utile. Siamo da tempo al livello successivo.

I contenuti, già. Come se importassero a qualcuno. Come se contassero qualcosa. Dal 2001, in pratica, abbiamo un palese e per mille motivi incontestabile esempio di malgoverno. Non è certo una novità: ce ne sono stati tanti in passato, e ce ne saranno in futuro. Ma ad essi si applicava il caro e sano vecchio principio: faccio le cose per bene, mi voti; sbaglio, non mi voti. Il fatto nuovo è che adesso non è più così, e che anche davanti a gestioni disastrose l’avversario, forte o debole, non riesce a superarti in modo tale da avere una maggioranza solida. Perché la tentacolare replicazione del consenso si attiva in ogni caso.

E’ tutto iniziato, nel lontano inizio di millennio, col mancato controllo dei prezzi nel periodo di transizione lira/euro (“ci penseranno le casalinghe a far quadrare le cose!”), proseguito col grave arretramento dell’Italia in quanto a competitività sui mercati mondiali e concluso con l’assenza di interventi sul breve periodo in un momento di grossa crisi planetaria. Ciò nella speranza tutta liberista che la mano invisibile del Dio Ottimismo, alla fine, rimettesse tutto a posto. E non sto qui a citare la barbosa retorica sulle ronde, sull’immigrazione clandestina (aumentata), i tagli alle forze di polizia, l’inconsistente lotta all’evasione fiscale, le leggi fatte per scansare i processi, le vecchie collusioni mafiose (“moralista!”), le inutilità trasformate in ministri (“moralista!”) e… ok, stop. Che palle. Ha rimesso a posto Napoli, così sembra. Ottimo, davvero. Ben fatto. E’ il bello delle emergenze vere e che si toccano con mano, per un governo: possono essere risolte e, se ben comunicate, gettare un’ombra sopra tutto lingombrante resto.

Nonostante queste evidenze, sulle quali in molti si sono soffermati non so quante volte, il governo continua ad avere un consenso sufficientemente alto, a volte scandalosamente alto. Come si spiega? Non posso non pensare – anche quando cerco di vedere le cose col maggior distacco possibile, e senza avere un preciso partito di riferimento – che il tutto sia dovuto ad una deformazione informativa che segue gli interessi di chi comanda, contribuendo alla costruzione di un culto della personalità dal retrogusto staliniano. E’ logico, chiaro, nonché ovvio. Sotto gli occhi di tutti.

Le scienze sociali, che servono ad analizzare fenomeni come questo, non possono essere replicate in laboratorio manipolando le variabili. Non abbiamo accesso ad una realtà parallela, in cui l’informazione è davvero libera, che ci permetta di poterla paragonare alla nostra, parzialmente libera, per osservare che il fattore-tv è ininfluente. Non ci sono controprove. Non possiamo sapere quanto sia davvero forte la correlazione tra controllo dell’informazione televisiva e consenso. Possiamo solo fare ipotesi. Sappiamo, però, che da anni e anni – nonostante abbia ottenuto risultati pressoché risibili – quasi la metà degli italiani ha fiducia in un governo che bene o male controlla tutte le televisioni principali. Il fatto che non intenda rinunciarvi, nonostante le varie pressioni (ciò farebbe colpo sull’opinione pubblica internazionale), porta a concludere che le consideri per lui vitali. Sono le sue speciali “macchine per la sopravvivenza”.

Il problema dell’informazione in Italia è grave, anche se ripeterlo stanca. Non importava che Freedom House, bontà sua, ce lo ricordasse. Nei TG più visti nessuno si azzarda a mostrare la sua inquietante mappa.

(* e anche se fosse? mi viene da chiedermi. Ma capisco, sul serio, che arrivare a farsi questa domanda non sia facile, e che per giungere su quella riva si debba attraversare  un larghissimo fiume di pregiudizi e condizionamenti)

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