Ritorno da Berlino (Part I: Matrimonio all’italiana)

Aereoporto di Berlino. Sono in attesa che sul monitor di fronte appaia il numero di gate per il volo che mi riporterà a Pisa. Accanto a me son sedute due coppie di sessantenni che, come me, sono in procinto di tornare a casa dopo aver passato qualche giorno nella capitale tedesca. Mi sto leggendo le ultime pagine di “Lettere contro la guerra” di Terzani, ma non posso non captare qualche frammento di conversazione. Ne avrei fatto a meno. Giuro. Ma, con la batteria del lettore mp3 scarica, ero vulnerabile.

–       Però, anche i tedeschi son cambiati – sbotta la donnina bionda, nervosa, dal volto pesantemente truccato.

–      Sì, infatti, anche i ragazzi sembrano i classici tipi da Grande Fratello – le fa eco l’amica, anche lei minuta e tendente all’incazzamento facile.

E vanno avanti così per non so quanto tempo. Qualcosa di francamente insopportabile. Fioccano i “ma forse è meglio stare a casa”, si sprecano i lamenti sull’imbarbarimento culturale delle nuove generazioni e su come oramai tutto sia fondamentalmente corrotto e decadente. Da Berlino si aspettavano un ordine “tipicamente” tedesco, quello che rimanda alla famosa battuta di Woody Allen alle prese col maggiolino ne “Il dormiglione”, non un armonico convivere di gente e stili spesso del tutto diversi. Son rimaste deluse. I due mariti sembrano tipi piuttosto svegli, perciò saggiamente rassegnati: stanno zitti o, al massimo, si lanciano in frasine di sterile approvazione. Sanno bene con chi hanno a che fare. “Ma sì, forse è così”. “Può essere”. “Ci sta”. “Che volete farci”. Le donnine continuano e continuano, in un lamento ininterrotto e urticante che ridicolizza all’istante tutti i buoni propositi pacifisti di Terzani. Forse, ci si trova a concludere, in fondo in fondo possono esserci delle guerre giuste.

Uno dei due uomini, nel bel mezzo dell’ennesimo sproloquio semplicisitico e retorico, ad un certo punto si alza e si allontana. Non mi pare dica niente di speciale. Non trova scuse. Semplicemente sparisce, inghiottito dai negozi duty-free.

Passa un po’ di tempo e sullo schermo, era l’ora, appare il numero del gate del nostro aereo. E il tipo non è ancora tornato. Il tre/quarti di gruppo rimasto prende le valigie, si mette in coda e passa dall’altra parte. Senza di lui. Immaginatevi la moglie, costretta, poveraccia, a trasportare da sola la pesantissima valigia (peraltro munita di ruote) per circa 120 metri. E’ un fiume in piena, un fiume d’acqua acida e pestilenziale. Non la si può calmare in nessun modo. Ad alta voce, in mezzo a placidissimi tedeschi e tranquillissimi italiani, urla e si dimena come un ossesso. Vorrebbe mangiarsi il marito, lì, subito, senza mezze misure. Ma lui non c’è. Il furbo. Chissà dov’è? Dov’è quell’imbecille? Dov’è quello stupido? Dov’è quella gran testa di?

Infine, eccolo che torna. Dopo quindici, venti minuti al massimo. Lo guardo in viso e vedo un uomo in pace con se stesso.

Non si può dire lo stesso di lei.

–         Dove cazzo eri? Ma ti rendi conto? Sei uno stronzo. Guarda lui, è rimasto con la moglie e l’ha aiutata. E io a fare fatica tutta da sola. Lui è una persona. Tu no.

–         C’era un Irish Pub. Sono andato a farmi una Guinness.

–         Hai bevuto una BIRRAAAA? Ma sei una testa di cazzo, di cazzo, testa di cazzo, sei un deficiente, un cretino… (…)

Il marito non replica, mentre la moglie prosegue denotando una cattiveria e una rabbia del tutto fuori luogo ma che, è evidente, è solo il simbolo di altri mille rancori accumulati negli anni. Qui non siamo di fronte alla prese per il culo innocenti in Casa Vianello-style. Qui c’è odio puro.

Si sale sull’aereo. Ognuno sceglie il proprio posto. Io mi metto sul lato destro. Loro sono dall’altra parte. Con lei che non molla l’osso. Ah no.

– Ma dove ti siedi? – urla a lui che s’è posizionato nella fila davanti, da solo, lasciandola di nuovo abbandonata a se stessa (l’altra coppia era una posizione ancora più addietro).

Lui si volta un attimo, sprezzante, e imposta la voce come il migliore degli attori:

–         Io HO DECISO che sto accanto al finestrino. Solo.

Non so chi tu sia. Ma sappi che la prossima birra la bevo in tuo onore.

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