Ascolti verticali e orizzontali (di mezza estate)

Questa è la mia tipica discussione con un amico, il quale è solito tirar giù una media di trenta dischi alla settimana da muli e torrenti vari:

Io: “Ma come fai sentirli tutti?”
Lui: “Alla fine riesco a farcela.”
Io: “Ma dai, è impossibile. I tuoi giorni durano 24 ore, come i miei.”
Lui: “Ascolto al computer, mentre faccio altro.”
Io: “Mah, la vedo dura tentar di capire così tanti dischi in così poco tempo.”
Lui: “Beh, alla fine se ci pensi è tutta cultura.”

Avrei qualcosa da obiettare, e riguarderebbe il caro vecchio discorso che le informazioni, per diventare cultura, hanno bisogno di essere assimilate, comprese in profondità, sistemate nella giusta cartella. Hanno bisogno di tempo, come necessita di tempo chi deve preparsi per un esame (una lettura frettolosa del testo di riferimento non sarà quasi mai fruttuosa – ne so qualcosa), e come più in generale necessitano di tempo i ricordi per trovare una significativa posizione nei cavernosi meandri della mente. Il tempo infatti ci dà l’opportunità di ritornare più volte su una particolare informazione, ci permette di osservarla da vari punti di vista, di razionalizzarla, di regalarle un contesto adeguato. Ci aiuta a fissarla nel sistema cognitivo: ed ecco che il mucchio disorganizzato di informazioni (given the situation of info saturation, ah!) si trasforma, magicamente, in cultura. Le nozioni accumulate non rimangono fini a se stesse, ma vanno ad arricchire un po’ di più la nostra mappa del reale. Divengono roba utile, che possiamo utilizzare come e quando vogliamo.

Internet fisiologicamente è un sistema portato alla diffusione (anche scriteriata) delle informazioni, o di “bocconi d’informazione”. Ma non sempre navigare qua e là tra i siti alla ricerca di nozioni è sinonimo di “crescita culturale”. Più spesso, anzi, ciò è solo la principale causa del terribile mal di testa che attanaglia quotidianamente chi passa troppo tempo davanti al monitor. Chi come me è costretto per lavoro a visitare più di duecento siti al giorno si rende conto che, in ultima analisi, quasi nessuna delle informazioni (neanche quelle che sembravano interessanti) ricevute durante la giornata riesce ad arrivare in profondità ed a sedimentarsi in memoria. Il giorno successivo, nello stesso modo in cui ci sfuggono i ricordi di un sogno quando ci svegliamo, scopriamo che tutte le informazioni sono andate irrimediabilmente perdute. Perché? Perché non ho dato loro il tempo necessario affinché venissero comprese e metabolizzate. Perché non ho dato loro l’opportunità di trasformarsi in cultura.

I bravi divulgatori scientifici sono quelli che sanno venderti l’informazione in maniera attraente, ritornando ad essa più volte all’interno dello stesso libro e facilitando così il lavoro dei processi cognitivi nell’assimilazione dei dati. Hofstadter può dirsi un maestro, da questo punto di vista: a distanza di un anno e mezzo dalla lettura di Godel, Escher, Bach ho ancora piuttosto chiaro il tema portante di quell’oggetto sfuggente che è il Teorema di Godel. Questo succede, semplicemente, perché ho conservato nella memoria i vari esempi e le diverse metafore usate di volta in volta dallo scrittore (la più efficace, per inciso, è quella del disco in grado di distruggere limpianto stereo – ammesso che questo sia sufficientemente fedele nella fase di riproduzione).

Tutto questo per dire, tornando all’argomento iniziale, che il doversi confrontare con trenta dischi alla settimana è probabilmente un sforzo troppo grande per la mente: le quattrocento canzoni di questi trenta dischi saranno solo una montagna di dati cui con enorme difficoltà riusciremo a dare un senso o una collocazione, soprattutto se teniamo conto della natura stessa del prodotto musicale che, al contrario di un film o di un libro di narrativa, spesso ha bisogno di fruizioni ripetute per essere capito davvero.

Se da una parte la pirateria ha facilitato l’accesso al prodotto musicale (diffusione degli ascolti orizzontali), dall’altro ha spinto al download selvaggio di tutto il downloadabile, saturando di informazioni il tempo libero degli ascoltatori: poiché il tempo è più o meno fisso, al crescere dei dati da analizzare diminuisce la quantità di attenzione che dedichiamo ad ogni singolo dato. Tanto casino per nulla, mi verrebbe da dire. O quasi: le eccezioni sono naturalmente contemplate.

Per quanto mi riguarda d’estate rallento ancor di più, se possibile. Ho più tempo a disposizione per godermi gli album che ho amato e acquistato durante lanno (la scusa “i dischi costano cari”, con gli spettacolari usati di Amazon, non regge più). Ho più occasioni in cui poter ascoltar musica e più voglia di dedicarmi ad un ascolto verticale, in profondità, un ascolto che non sia mero sottofondo. Se riesco a tener spenta la tv (o l’una a l’altro), dopo cena, ascolto musica. Mentre vado al mare, sento musica in auto (non uso con lo scooter, che potrebbe facilitarmi il parcheggio, proprio perché mi impedisce di sentirmi un disco). Mentre pedalo in bicicletta, ascolto musica. Se potessi correre (e non avessi quei trentacinque infortuni), non potrei farlo senza lettore MP3. Porto in giro il cane? Ascolto musica. Cosa desidero mentre nuoto in piscina? Di ascoltare musica.

In questo periodo, di solito, rispolvero anche vecchi album. O, se ne scopro di nuovi, mi dedico completamente a loro. Ecco una lista di tutto ciò che sto ascoltando nellultimo periodo:

System of a down, Mesmerize. Uno dei dischi rock più belli del nuovo millennio. Qui i SOAD riescono a sintetizzare al meglio, in istantanee di rara potenza ma anche irresistibilmente melodiche, le loro molteplici influenze: Faith no More, Slayer, Metallica, Red Hot Chili Peppers, metal, musica etnica, reggae e così via. Le vaghe somiglianze che Revenga ha con i Blind Guardian son sicuramente casuali, ma sorprendenti. E un disco che ascolto per lo più in auto, direzione mare. Ho un debole per Sad Statue, così thrash metal vecchia scuola, e per Old Hollywood, splendido nonsense in stile Rammstein. Mesmerize è forse l’album che meglio mi ricorderà – assieme a Tribe dei Queensryche – che nell’America post 11 settembre ci son state anche voci dissonanti.

Jeff Buckley, Sketches for My Sweetheart the Drunk. Scoperto di recente (e acquistato a prezzi irrisori online), questo doppio album regala versioni grezze di canzoni che Buckley non è riuscito a confezionare come probabilmente avrebbe voluto. Molto intimista e sognante, l’ho ascoltato spesso sulla spiaggia, mentre leggevo Roadshow di Neil Peart. Il quale è innamorato di Buckley. Il quale, da ragazzo, suonava cover dei Rush. I quali piacciono a me. Il quale, me medesimo, ha ascoltato Grace mille volte.

Bruce Springsteen, Plugged. Ho ritirato fuori questo live che ascoltavo con assiduità da ragazzo. Emozionante l’arrangiamento donato a Thunder Road. Lo sento spesso in camera.

Bruce Springsteen, Human Touch. Questo ritira fuori un sacco di roba sepolta. Lemozione ingenua di I wish I were blind, lo scatto di rabbia del pezzo che dà il titolo al disco, il rock arioso e americano di Mans job… Fu il mio primo album di Springsteen (o forse no?): anche se molti lo criticano, per me rimarrà sempre speciale.

Marillion, This Strange Engine. A parte la title-track, commovente e lungo brano tipicamente prog-rock, si tratta di un disco pop di gran classe. Ascolto in camera, anche qui.

Tortoise, Beacons of Anchestorship. Lo chiamano post rock – anche se qui è tutto tremendamente elettronico – e io mi adeguo. Non so quanto potrà durare, ma per ora si fa sentire che è un piacere. Tra le influenze più inaspettate, trovo quella dei Maiden in Prepare your coffin.

Poi ci sono, a rotazione, i tre dischi che più mi hanno impressionato negli ultimi mesi, e cioé MastodonCrack the skye, Amanda PalmerWho killed Amanda Palmar? e Built to SpillPerfect from now on. Consigliatissimi, ribadisco. Ora come ora li alterno nel lettore mp3, sentendoli specialmente durante i (brevi) giri in bicicletta.

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2 pensieri su “Ascolti verticali e orizzontali (di mezza estate)

  1. sono d’accordo al 100% con tutto quello che hai scritto nell’articolo e non avrei potuto spiegarlo meglio.proprio per come è costruita la musica e per come la si ascolta (è una sequenza, inscindibilmente legata al tempo), molto raramente la si può metabolizzare al primo ascolto (fanno eccezione i pezzi tormentone, estremamente orecchiabili e imbattibili in questo, visto che sono costruiti proprio per avere quell’effetto).la cultura che si può fare chi si fa fuori album su album a tempo record, non è per nulla maggiore della cultura che ci si può fare seguendo i quiz televisivi. una striminzita nozionistica, poco più che un catalogo di “cose sentite”.è un po’ come dire che si fa lavorare quasi solamente la memoria episodica (il ricordi delle cose nelle quali siamo stati coinvolti) e quasi per nulla quella semantica (la comprensione e le conoscenze riguardo al mondo). e l’errore di chi ritiene che sia sufficiente ascoltare superficialmente valanghe di album per acculturarsi, è lo stesso della persona che ritiene di conoscere un argomento di esame perché si ricorda di averlo studiato, ma non si preoccupa di verificare se effettivamente ha capito ed è rimasto un ricordo di ciò che ha studiato (al di là di quello che riguarda lui stesso impegnato a leggere). in quel caso, al momento dell’esame, la falla del suo ragionamento, diventa evidente anche a lui.

  2. esatto… questo non vuol dire chiudersi alle novità o alla ricerca (rispetto a tantissimi, ascolto molta più roba), ma significa solo prendere atto del fatto che non si potrà mai conoscere tutto.

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