Cuori oscuri tutti italici

“The cult needs the persecution complex”

Come mi piace ripetere un giorno sì e l’altro pure, non sono mai stato un granché attaccato al concetto di patria – tranne quando mi capita di sentire il dramma nazionalpopolare Storia di Luigi delle Bicocche di Caparezza, ovvio. Il caso mi ha piazzato in Italia: poiché la mia nascita qui è un fatto indipendente dalla mia volontà o dalle mie azioni, non ho motivo di sentirmi “orgoglioso” di essere italiano. Lo sono e basta. Eppure non mi sono mai piaciuti neanche quelli – e ce ne sono a bizzeffe – che si lamentano di continuo del proprio paese di nascita, in qualunque occasione o nei riguardi di qualsiasi aspetto perché, si sa, siamo “i soliti italiani”. Fa parte di un modo di ragionare, per grandi categorie, che non ho mai sentito troppo mio. Mi riferisco ai discorsi triti e ritriti che la mettono sempre dal punto di vista di “noi” e “loro”,  discorsi come “i francesi hanno la puzza sotto il naso”, “i rumeni son ladri”, “i marocchini sono così”, “gli arabi sono cosà”, “i borg sono cosù”. No, anche se il mondo è molto più semplice, organizzato in tale modo, ho sempre preferito utilizzare l’altro metodo: valutare caso per caso.

E’ un fatto che nei periodi trascorsi all’estero abbia sempre dovuto faticare più del necessario per dimostrare di non essere l’esemplare dell’italiano medio cristallizzato nell’altrui stereotipo, anche se, oddio, adoro la pizza e sono un funambolo col mandolino, com’è un fatto che a volte abbia trovato più “vicinanza” (di valori, di modi di pensare, di gusti in fatto di gelato) con un polacco o un inglese che con un connazionale. Anche per questi motivi credo che la dicotomia noi/loro sia semplicemente troppo riduttiva e, ma sì, stupida.

Hanno di conseguenza poco senso tutti le farneticazioni nazionalistiche o addirittura fascistoidi (divulgate da tipi poco raccomandabili quali Evola e affini) sull’“onore italiano”, sullo “spirito”, sull’”italianità”, le quali pretenderebbero di assegnarci una sorta di mission comune che, se ci si pensa su un attimo, è del tutto campata in aria. Cosa sarebbe, poi, l’italianità? Siamo una nazione (perciò, “solo” una funzionale convenzione, magari temporanea) da centocinquanta anni e abbiamo dentro sangue svedese, arabo, spagnolo, tedesco, francese, africano, cento dialetti, mille modi di cucinare la pasta… Non vedo perché dovremmo sentirci un’entità unica ontologicamente diversa, peggiore o superiore rispetto a qualche altra presunta entità (a sua volta variopinta).

Non mi piace lamentarmi del mio paese, dicevo. E’ troppo… facile, forse. Lo fanno tutti. E banale: la lamentela è lo sport nazionale. Non mi piace, anche se riconosco che l’Italia ha un sacco di casini e anche se mi accorgo che non fa niente per risolverli, ma anzi, si adopera affinché essi si replichino a non finire, scegliendo come eroi coloro che ne incarnano i vizi peggiori. E’ un periodo, però, in cui i segnali delle nostre inadeguatezze non fanno che lampeggiarmi davanti incessantemente. E io non riesco ad ignorarli.

1) Per esempio qualche settimana fa, tornando da Berlino, è stato piuttosto traumatico accorgersi delle differenze tra un sistema in cui le cose funzionano e uno in cui tutto è disorganizzato e precario. Non si tratta della solita sciocca lamentela. Sceso dall’aereo, a Pisa, mi son scontrato subito con la tipica approssimazione italiana: treni lenti e in ritardo, caldo sahariano dentro le vetture (aria condizionata non funzionante), gente pressata (e infuriata) nei vagoni, sporcizia sotto i sedili e lungo i binari. Il confronto con l’efficienza dei mezzi di trasporto tedeschi e con la pulizia di Berlino (almeno in centro) è subito risultato impietoso. Ma potrei citare anche Stoccolma, Varsavia, Copenhagen o Amsterdam. Ne usciremmo sempre sconfitti.

2) Altro esempio, altra spia che lampeggia. In Roadshow, libro che ho letto qualche giorno fa, Neil Peart confessa che ha sempre evitato di venire in Italia con la sua band (i Rush) perché l’Italia fa parte del “terzo mondo”: in alcune pagine dedicate al nostro paese il musicista racconta le disavventure che gli sono capitate in queste terre, criticando la (dis)organizzazione degli eventi ma anche aspetti più prettamente culturali. Cose brutte.

3) L’altro giorno, ancora, ho visto una famigliola uscire dal supermercato. Erano in tre: giovane padre, giovane madre e bambino di sei, sette anni. Il figlio teneva in mano un brick di Estathé. Dopo averlo finito di bere, come se niente fosse l’ha gettato per terra. Senza che i genitori gli dicessero alcunché. L’ho trovato un fatto molto simbolico, potente e chiarificatore: più che sventolare un vuoto patriottismo (come fanno in molti), si dovrebbe cercare, invece, di rinforzare il senso civico, che serve davvero a far funzionare meglio le cose. Secondo me il patriottismo sta al senso civico come la religione sta all’etica. C’è ciò che ti viene imposto dall’alto e ciò che dovresti giudicare valido per conto tuo. O qualcosa del genere.

4) Infine, ed ecco dove volevo arrivare, in questi giorni m’è capitato di leggere The Dark Heart of Italy di Tobias Jones e l’ho trovato ben scritto, colto, divertente e ricco di informazioni. E inevitabilmente legato a tutto quanto detto sopra.

Per farla breve, Jones è un giornalista inglese che per motivi personali si trasferisce in Italia, a Parma, e vi rimane per alcuni anni osservando e sforzandosi di comprendere la nuova realtà che lo circonda. Nel libro racconta del suo progressivo innamoramento per gli italiani, dai quali non riesce più separarsi, soffermandosi a lungo, però, sulle contraddizioni e i problemi che caratterizzano il Bel Paese.

Si tratta di un punto di vista esterno in grado di mettere in luce aspetti che a noi magari paiono normali ma che, in uno straniero, possono suscitare meraviglia, irritazione o delusione. A seconda dei casi.

Il libro inizia con un vivace capitolo dedicato al linguaggio, citando espressioni che già di per sé palesano il metodo tutto italico di approcciarsi alle cose, e prosegue con un interessante resoconto storico sull’Italia del dopoguerra, affrontando l’argomento delle stragi e della rivalità mai sopita tra “fascisti” e “comunisti”, con l’autore che si stupisce di un mondo in cui, riguardo a tutta una serie di fatti incresciosi, la realtà si mescoli continuamente con la fantasia, così che ancora oggi, a distanza di decenni, risulta impossibile poter parlare di verità certe (e questo è causa di una dietrologia tutta italica). Il terzo capitolo parla di calcio, il calcio italiano, anche questo territorio su cui complottisti e dietrologi combattono aspramente da anni. Il quarto capitolo affronta il caso Sofri, raccontandomi una storia che non conoscevo nei dettagli, mentre quello successivo si sofferma sulla televisione italiana (“how is it that the most creative, cultured country in the world has the worst, most abysmal television of the planet?”) e sul suo strettissimo legame con la politica. Jones ripercorre le (illecite) prime tappe delle reti commerciali e parla delle trasmissioni che più lo convincono e di quelle che invece lo irritano (“Rete 4 has an anchorman […], [H]e’ll introduce news items on the opposition by shaking his head and saying, in a stage whisper, “These stupid Commies”. He’s painful not because he’s politicized but because of the complete lack of professionalism”), con una lucidità e una capacità d’analisi di altissimo livello. Un testo illuminante, tant’è che vorrei citarlo tutto, per un argomento che mi sta molto a cuore.

Il seguente capitolo parla della religiosità degli italiani e dell’influenza vaticana sulla nostra cultura, e forse è il meno convincente, mentre i successivi si soffermano su Mani Pulite e sui vizi che del sistema politico, analizzando freddamente l’ascesa dell’odierno presidente del Consiglio e spiegando come affari, politica e quotidianità siano sempre morbosamente intrecciati tra loro (passano in rassegna il clientelismo, l’insormontabile burocrazia, il fatto di dover avere le conoscenze per trovare lavoro, il trasformismo, l’abusivismo edilizio, la tendenza al facile condono, etc etc). Il libro si chiude, infine, con una dichiarazione d’affetto a Parma e all’Italia nel suo complesso che ho trovato molto sentita e che testimonia come l’autore non si ponga per niente in una snobistica posizione di presunta superiorità, dettaglio che rende l’opera ancora più credibile e affascinante.

Ho da poco scoperto che The Dark Heart of Italy è stato tradotto anche in italiano: non ci sono scuse, dunque, per non leggerlo. Anche solo per fare un breve e piacevole ripasso della storia italiana del secondo dopoguerra.

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