L’inconsistenza del riccio

Non sempre un fenomeno commerciale è per forza uno schifo. Non sempre ciò che leggono tutti è da evitare. Non sempre l’hype del momento è sinonimo di prodotto di bassa qualità.

Ma qualche volta sì.

L’eleganza del riccio è, com’è noto, un libro che negli ultimi due anni ha venduto uno sfracello di copie. In molti l’hanno letto e a tanti è piaciuto, anche tra i più insospettabili. Scritto da Muriel Barbery, una docente francese di filosofia, racconta la storia di Renée, portinaia atipica che cela un’insaziabile fame di sapere, e di Paloma, dodicenne intelligentissima e depressa alla ricerca di un motivo per cui non farla finita una volta per tutte. Entrambe vivono in un palazzo abitato da riccastri nevrotici e snob. Entrambe vedono le proprie vite sconvolte dall’arrivo di un nuovo inquilino, l’affascinante giapponese Ozu, sessantenne dai modi gentili e dalla vasta cultura.

Il libro non convince per diversi motivi.

Tanto per cominciare, la prima parte è farraginosa,  pretenziosa, lenta e poco avvincente. Priva di compattezza e ritmo, finisce per risultare a più riprese irritante, boriosa e paternalista in modo inaspettato. E’ solo l’arrivo di Ozu, verso la metà del racconto, a portare un po’ di brio in mezzo a pagine che non ne vogliono sapere di scorrere.

In secondo luogo, troppe volte appare chiaro che l’opera sia per l’autrice un pretesto per esporre le proprie opinioni riguardo a tutta una serie di questioni, dalla filosofia all’arte, dai dilemmi esistenziali alla politica. Questi commenti, che non di rado appaiono assai semplicistici, non sono inseriti in maniera adeguata nel contesto della narrazione, ma danno l’idea di forzature, di divagazioni non richieste, di futili pavoneggiamenti.  Sfiorano la saccenteria. Talvolta il libro finisce, nel suo perpetuo criticare il finto intellettualismo dell’alta borghesia, per inciampare nel difetto opposto, quello della banalizzazione di concetti che in sé sono indubbiamente complessi e che non possono essere liquidati in poche righe.

Infine, l’opera presenta diversi sconfinamenti nel cattivo gusto che vanno a coincidere con i momenti più teatralmente sentimentali, indigeste manifestazioni di una retorica piuttosto sciatta che, per esempio, identifica il significato della vita col petalo di rosa che cade e che individua nella visione di un fiore il motivo scatenante di un’importante scelta esistenziale. E così via, lacrimevolmente parlando.

Non tutto è da buttare. Il soggetto può risultare interessante, per certi versi originale (anche se, stringi stringi, là sotto c’è Biancaneve), e la storia ha i suoi discreti momenti. Ma,  se preso nella sua interezza, L’eleganza del riccio manca di quella profondità che rende un lavoro davvero speciale e meritevole di gloria imperitura. Terminata la lettura, non rimane niente su cui rimuginare. Nessuna sensazione, nessuna idea da rielaborare. Insomma, tanto per capirsi: in giro c’è un sacco di roba migliore.

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5 pensieri su “L’inconsistenza del riccio

  1. l’ho sentito nominare diverse volte questo libro, ma non me ne sono mai interessato più di tanto.a questo punto, credo che mi terrò stretto il mio “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”, che come intenti sembra simile, ma li sviluppa in modo decisamente bello e piacevole da leggere (anche se talvolta molto impegnativo? il che, non è detto sia un difetto).

  2. Più o meno perfettamente d’accordo. Se vuoi, fa una visita al nostro blog di libri. Probabilmente siamo sulla stessa linea.

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