Videocracy, tanto casino per poco. O nulla.

Ho visto il tanto chiaccherato documentario ieri sera in un cinema di Firenze. Com’è noto, il lavoro di Erik Gandini è salito alla ribalta delle cronache dopo che RAI e Mediaset si sono rifiutate di trasmetterne il trailer in quanto l’opera sarebbe, a quanto si dice, apertamente “critica nei confronti del governo”. Tutta pubblicità gratuita e forse neanche troppo meritata.

Videocracy – Basta apparire parla, per dirla in due parole, soprattutto dello scandalo di vallettopoli e parallelamente porta avanti un altro paio di discorsi, legati al rapporto tra Presidente del Consiglio e televisione e al fatto che l’italiano medio veda negli warholiani quindici minuti di celebrità televisiva la massima realizzazione personale nonché la soluzione finale di ogni ansia e problema.

A dir la verità, il documentario non funziona un granché. M’aspettavo molto di più. Ha il merito di intuire ciò che sarebbe poi scoppiato l’anno successivo (questo, per la precisione), ma per il resto si dimostra poco incisivo, confusionario e non sufficientemente attrezzato per esplicare i collegamenti tra i suoi personaggi principali che sono, appunto, la televisione, la politica e le persone comuni. I concetti vengono infatti buttati nel calderone senza che siano mai davvero approfonditi, le immagini spesso si susseguono senza filo logico e, una volta finita la proiezione, si rimane con la sensazione che il lavoro in ultima analisi non abbia poi detto molto di suo. Contrariamente ai documentari di un Micheal Moore – bravo sia nel coinvolgere che nel trasformare in immagini una propria potente teoria – il regista Erik Gandini non sembra avere un’idea forte e chiara da comunicare, col risultato che Videocracy rimane a galleggiare in superficie, ammiccando senza colpire, carezzando senza schiaffeggiare, tramite procedimenti meramente descrittivi che di rado appassionano lo spettatore. Manca proprio la creatività nella sua più pura essenza: la nascita del terzo e nuovo concetto a partire dall’accostamento dei primi due.

Il momento più spassoso di un film a mio modo di vedere trascurabile è quello in cui Lele Mora fa udire agli spettatori la suoneria del proprio cellulare. Per me è già una scena culto. Senza rendersi conto di risultare ridicolo ma, anzi, con una soddisfazione tutta naive, il noto agente di spettacolo mostra alla camera il  telefonino che suona un vecchio canto fascista e contemporaneamente visualizza croci celtiche, svastiche e altro ciarpame nazifascistoide sul display.

“Perché io non mi vergogno mica”, ci confessa con quel suo bonario innocente faccione.

“E gente come voi ha governato questo paese”, dice il protagonista de Le vite degli altri all’ex ministro della DDR che, dopo la caduta del Muro, manifesta apertamente il proprio cinismo. Sento che la battuta, secondo imperscrutabili vie di senso, starebbe bene anche in Videocracy. E renderebbe di colpo più chiaro ciò che l’autore vuol dire.

Videocracy: un’occasione sprecata.

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2 pensieri su “Videocracy, tanto casino per poco. O nulla.

  1. acc? peccato. pure io mi aspettavo di più.speravo fosse una specie di “Impara come il governo Berlusconi ti ha preparato per mettertelo in quel posto facendo sì che tu lo volessi anche? for dummies”

  2. No, no, non spiega nulla.Dalla regia mi dicono che “distribuzione Fandango.Una sera, a cena, il regista Paolo Benvenuti mi spiegò trattarsi di una sorta di maschera usata da Medusa per far circolare i film percepiti come culturalmente legati alla sinistra. Compare sempre Procacci, ma chi comanda davvero è una tipa di cui non ricordo il nome, fiduciaria, appunto, di Medusa.”

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