Il progetto è intelligente, ma non si può applicare


Ho un solo rimpianto nella vita. Quello di non essere qualcun altro.

Woody Allen

All’inizio di tutto, quattordici miliardi di anni fa, pare ci sia stato il Big Bang. Potrebbe non essere stato l’unico, come qualcuno timidamente ipotizza, e l’infinita storia dell’Universo potrebbe essere rappresentata da un eterno espandersi, contrarsi e formarsi di materia. Ora come ora non lo sappiamo. Fatto sta che la grande esplosione, ciò pare plausibile e alcune prove sembrano confermarlo, crea il cosmo: le stelle, i pianeti e tutto il resto. Su un pianeta caratterizzato da condizioni particolari, nato circa quattro miliardi e seicento milioni di anni fa, alcune molecole organiche che si trovano nelle acque iniziano (in determinate e uniche circostanze) a replicarsi e a competere tra di loro, rafforzando e rendendo sempre più complesse le proprie strutture. Nascono così gli organismi unicellulari e, circa 500 milioni di anni fa, i primi vertebrati. Poi, attraverso l’evoluzione di milioni di anni, attraverso glaciazioni, lotte ed estinzioni, arrivano i mammiferi, i primati e l’Uomo. Il primo uomo come lo intendiamo noi oggi nasce decine e decine di migliaia di anni fa probabilmente in Africa, e da lì si sposta per occupare le più remote zone del pianeta, adattandosi di volta in volta alle varie condizioni climatiche. Con l’invenzione della scrittura e l’introduzione dell’agricoltura, nascono le prime civiltà complesse in quelli che nel presente sono il Medio Oriente e la Cina. Da lì a oggi è tutto, ancora di più, un intrecciarsi di eventi casuali e di scelte intraprese da un numero crescente di individui tra miliardi di alternative.

Un tipo, un giorno a caso nel 500 avanti Cristo, si trasferisce in Italia venendo dalla Grecia dei filosofi. Arriva via mare superando una terribile tempesta, scende dalla nave a Napoli e inciampa in una buca (ah, le strade italiane!) mentre rimugina sul significato dell’esistenza. Si fa male a una caviglia e viene soccorso da una giovane donna che, premurosa, lo ospita in casa sua per curarlo. Il greco e la napoletana s’innamorano come in un film con Hugh Grant. Una sera, una delle tante sere che potevano scegliere, vanno a letto insieme e la loro passione ha un paio di effetti indesiderati: lei rimane incinta e lui abbandona di colpo ogni velleità filosofica. Passa una settimana e, mentre sta facendo una rilassante nuotata nel mare partenopeo, la futura madre si sente male. Cozze avariate. Un vecchio pescatore che passava di lì per caso le salva la vita e le permette così di dare alla luce, mesi dopo, un maschio agitato e strillante. Il piccolo cresce, diventa un adulto irrequieto e un giorno s’incammina verso il nord in cerca di una nuova esistenza, iniziando a provocare le ire dell’agguerrita Lega Etrusca. Come il padre, non ne vuol sapere di stare a casa propria. Incontra una donna, fa figli. I discendenti della nuova coppia evitano malattie infettive e morti premature e procreano assieme a donne o uomini scelti nel mucchio di possibilità o fatti conoscere da circostanze casuali. Passano i secoli, le guerre, le carestie, gli assassinii, i serpenti velenosi, le suocere, i miliardi di scelte che ogni esistenza si porta dietro e, nonostante tutto, alcuni dei geni “caratteristici” del greco e della napoletana sopravvivono nei genomi di alcune persone. Una di queste è una giovane fiorentina di fine 1800 che in una calda mattina di primavera si trova a camminare per Firenze in direzione di piazza della Signoria. Di solito raggiunge la piazza passando davanti alla casa di Dante – è la strada più breve -, ma quella mattina ha voglia di passeggiare e fa un giro più largo, arrivando fino a Piazza Santa Croce. E’ lì che un affascinante signore tedesco la ferma, le chiede indicazioni e se ne innamora all’istante. Dopo un anno di estenuante corteggiamento le chiede la mano e la sposa in una piccola chiesa di Fiesole. I due danno alla luce un giovane forte e testardo che sopravvive alla Grande Guerra (un robusto albero cresciuto nel punto opportuno lo protegge dall’esplosione di una granata) e che nel 1921 fa un figlio con una contadina di Torino, conosciuta per caso durante un viaggio di lavoro in Piemonte. Il figlio fa le sue scelte, riesce a schivare la guerra e non si immischia nelle lotte di resistenza finché non muore abbastanza giovane, sui trentacinque anni, celibe. Una delle tante prostitute che era solito frequentare, e chi se lo aspettava, un giorno mette al mondo un piccolo riccioluto in cui si trova, forse, ancora un’infinitesima parte del corredo genetico caratterizzante l’antico ragazzo greco arrivato in Italia con tante speranze. Anche se non ci fossero geni condivisi, senza l’uno non avremmo avuto l’altro. Il piccolo bastardo cresce, schiva la morte un paio di volte (una febbre altissima e un’auto guidata da un ubriaco), si innamora di una ragazza che mai ne ricambia il sentimento e si costringe a sposarne un’altra (la madre prostituta vuole che il figlio metta la testa a posto), con la quale mette al mondo sei femmine. Tra queste c’è Maria che, il 16 novembre 1968, con la mente annebbiata dalle droghe che per la prima volta in vita sua ha assunto, farà infine sesso con un ragazzo carino conosciuto la sera stessa a una festa.
Nove mesi dopo nascerò io, Aristide Mastropunzio.

Fin dal Big Bang (e, se c’è un prima, anche prima), ogni singolo avvenimento e ogni singola circostanza ha contribuito a favorire la mia esistenza. Ogni dettaglio mi ha condotto qui davanti al computer, se proprio vogliamo dirla tutta. A scrivere “tutta”. A pensare che potevo evitare di scrivere “a scrivere “tutta””. A pensare che se ora va via la corrente, per caso, io perdo l’intero documento (il caso, dunque, mi porterebbe a non inviare il post e, senza dubbio alcuno, a proferir bestemmia). A pensare che devo salvarlo. A pensare, ancora, che mi sto incasinando e che devo passare al paragrafo successivo.

Il Tutto può sembrare a prima vista il progetto di una mente superiore, la quale ha dato forma alla materia in una maniera tale da renderla così armonica e così funzionale alla nascita di un pianeta con condizioni per la vita. Proprio per questo tipo di vita basata sul carbonio, proprio per l’Uomo, proprio per me. Eppure le cose non stanno così: se ci rifletto a lungo, io, Aristide Mastropunzio, mi sento di concludere che non derivo da nessun Progetto Intelligente.

Sono, invece, figlio del caso, sono il vincitore di un superenalotto cosmico. Sono la concretizzazione di quell’unica misera possibilità nell’inconcepibile immensità di infinite possibilità, sono il risultato pazzesco di un insieme non misurabile di eventi e di calibrate costanti fisiche, una sequenza di dettagli andati (per me) a buon fine, che per un soffio mi hanno fatto schivare il nulla chissà quante volte. Ci sono state incommensurabili possibilità che io non ci fossi o che fossi altro (ma potrei io essere altro?), eppure tutto ha giocato per la mia esistenza. Ho solo avuto una gran fortuna: se si potesse tornare al principio e ricominciare da capo, io non ci sarei. In un numero infinito di ipotetici universi, io non ci sono. O non ci sono stato.

Il progetto mi può sembrare intelligente (tutto è così confortevole che non può che esser stato creato da una supermente) perché ci sono io a osservarlo, perché mi regala un punto di vista. Non mi rendo conto che ho “solo” il privilegio di assistere alla realizzazione di uno degli infiniti sistemi possibili, ovviamente quello che prevede la mia presenza. In tempi e spazi diversi questa remotissima possibilità non si è per quel che sappiamo realizzata. Poiché non si è realizzata, non ha creato una consapevolezza in grado di esprimersi al riguardo.

Ci sono, quindi osservo. Se fossi nulla – e non lo sono – non potrei portare la mia testimonianza.

Immagino un mondo buio e io, privo di coscienza, che precipito nel vuoto a discreta velocità. Laggiù, sotto i miei piedi, ci sono mille miliardi di possibilità che io cada in acque profonde e vorticose, scomparendo nel niente, e una sola improbabile che atterri nel centro di un’isola grande abbastanza da non permettermi mai di vederne le coste, le spiagge, il mare infinito che la circonda. Mentre scendo giù in picchiata, innumerevoli venti creati da condizioni non prevedibili mi spostano qua e là, a destra e sinistra, anche per lunghi tratti. E’ buio e io sono sballottato da tutte queste forze, anche se non me ne accorgo, per un tempo vicino all’eternità. Mille miliardi di volte i venti mi faranno affogare nel mare del nulla, dell’oblio e della non esistenza. Questi non-mondi e queste non-vite non lasceranno tracce osservabili (da chi, poi?). Una volta, una sola inconcepibile volta, io atterrerò sull’isola. Allora la luce si accenderà, per un tempo assai limitato, e io diverrò cosciente. Vagherò sull’isola, la conoscerò, ne mangerò i frutti e vi costruirò la mia casa. Guarderò il cielo e ringrazierò un Creatore qualsiasi per aver realizzato per me e solo per me questo paradiso che mi permette di vivere e gioire. Ma lo farò solo perché l’isola sarà talmente vasta da tenermi lontano dalle acque infinite. Ignorerò il pericoloso oceano solo perché non ci sarò finito dentro. Fosse andata così, ora non mi starei gustando questo cocco delizioso. Ignorerò il fatto di esser qui, sull’isola, per una pura combinazione di eventi. Ignorerò di essere perlopiù un caso fortunato e di aver una privilegiata (l’unica?) posizione di osservazione.

Per chiudere tornando al nocciolo della questione, mi pare che in molti si stiano sopravvalutando. L’umanità non ha missioni particolari suggerite dall’alto, e l’alto non ha preparato niente di speciale per noi: è la materia che ha creato la mente, e non viceversa. Credere nel Progetto Intelligente significa tentare di dare all’Uomo un valore “spirituale” che lo sopraelevi da ciò che in realtà è, e cioè un “semplice” ma prodigioso fatto contingente. Discorso che vale, naturalmente, sia per l’umanità nel suo complesso che per il singolo Aristide Mastropunzio: siamo un colpo di fortuna, abbiamo fatto sei al superenalotto cosmico. Tanto vale godersi i soldi della vincita senza perder tempo a immaginare che un essere invisibile e indimostrabile, inspiegabilmente benevolo, ci abbia regalato per chissà quali motivi la vittoria.

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