The autumn songs (ovvero, come imparai a non preoccuparmi e ad amare le zanzare)

Qualche sera fa ero a Firenze, seduto al tavolino di un bar lungo fiume, e buttavo giù una birra chiara e troppo leggera mentre sfogliavo un paio di libri appena acquistati. Tirava una brezza fresca che spargeva un intenso odor d’alga marcia d’Arno. Eppure, ancora miliardi di insetti. Ovunque. Laggiù sotto, a pochi metri dalle acque, solo pochi ragazzini a farsi le canne. Al bar, una manciata di clienti. Sussurri e aria di smobilitazione. Notte ufficiale di fine estate, poche storie.

Il dj del locale passava dell’ottima e per me sconosciuta musica brasiliana, non troppo ballabile per esser definita tale, imbrattata d’elettronica e tutto sommato piacevole. Stavo leggendo le prime pagine di La mala ora di Marquez (peggior libro letto dell’autore colombiano) e trovavo che il sottofondo sonoro fosse non solo appropriato al calore sudamericano della storia, ma anche grandioso in sé, sorprendentemente coinvolgente e vivo. Anni fa non avrei avuto l’orecchio giusto per apprezzarlo.


Dopo quella sera le giornate hanno portato un po’ di rigenerante fresco, la pioggia, i finestrini dell’auto chiusi e le felpe sopra le magliette. Hanno portato, anche, la voglia di musica nuova. Mi succede sempre.

Un paio d’anni fa in questo periodo ho perso la testa per un album sconosciuto, semplice eppure magnetico. Parlo di Handwriting di Khonnor, un diciassettenne americano che, armato di chitarra, computer e microfono sgangherato, ha tirato fuori nel 2004 un lavoro minimale basato su una collezione di istantanee che sono ottimo compromesso di smania creativa e sobrietà (qui la recensione di Ondarock, qui una testimonianza YouTube). Si può far il medesimo discorso fatto in precedenza: tanto tempo addietro avrei senza mezzi termini schifato questa roba (ma intanto il tempo se ne va e come si cambia per non morir). L’averla in seguito apprezzata mi ha fatto abbracciare un mondo del tutto nuovo, agli antipodi rispetto al caldo sudore della musica ascoltata sulle rive dell’Arno. Una novità ugualmente eccitante. In questo nuovissimo universo sonoro, passo dopo passo sono arrivato a interessarmi a materiale assai eterogeneo come Fennesz, Epic45, Burial e, ancora più lontano, Autechre.

Come atmosfere non troppo distanti da Khonnor, di cui forse sono stati anche ispiratori, si trovano i Bark Psychosis di Hex, disco del 1994 che ho scoperto di recente. L’autunno è, dio bono, cominciato ed Hex si candida ad essere, a meno di clamorosi colpi di scena, il disco che accompagnerà il mio mesto ritorno ai pantaloni lunghi. Letargico, notturno e inevitabilmente cittadino – la città di eco lontani, taxi e persone solitarie delle cinque di notte – , il più famoso lavoro dei Bark Psychosis mi ricorda le sinfonie tristi di certi Anathema e Ulver. Questo nonostante si dimostri musicalmente meno etichettabile, andando a pescare elementi in più territori, dall’ambient all’elettronica, dai Joy Division al (poco) jazz, dalla psichedelia al folk malinconico di certi autori inglesi. Strumenti a fiato, piano, basso fretless, angoscianti arpeggi di chitarra e una voce cupa, sussurrata e perfetta compagna per le lunghe sessioni di lettura notturne: sono queste le caratteristiche di un disco che, e cerco di trattenere l’adolescenziale esaltazione, di sicuro non mi lascia indifferente. Per tutti, ma non per molti (pochi la capiranno).

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4 pensieri su “The autumn songs (ovvero, come imparai a non preoccuparmi e ad amare le zanzare)

  1. Khonnor è sicuramente più “pop” di Fennesz (mi piace tantissimo, ma molti potrebbero trovarlo ostico): mi ricorda un po’ gli Smashing Pumpkins di “Adore” (anche se Khonnor è molto più sintetico), disco che ha fatto schifo a tanti, ma non a me :)

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