Riflessione estemporanea sulle azioni e sulle reazioni

Chi ha visto Il Grande Lebowski sa che uno dei protagonisti, Walter, è un reduce della guerra in Vietnam. Lo sa perché il grasso ex-soldato, forse il personaggio più divertente del film, non fa che ricordarlo di continuo, ossessionato e ossessionante. Memorabile è la scena in cui, seduto al bancone di un bar, si rivolge stizzito alla cameriera, rea di averlo rimproverato, ricordandole che “Signora, ho visto i miei amici morire con la testa nel fango, perché io e lei ci godessimo questo ristorante per famiglie!”. Dichiarazioni simili a questa, tutt’altro che rare nei film americani, mi hanno sempre dato da pensare.
 
Se la stanza è buia, premo l’interruttore e accendo la luce.
Se becco una zanzara appoggiata sulla pelle, la schiaccio senza pietà.
Se un bambino mi attraversa la strada mentre guido, freno.
Se la televisione mi rompe le palle, la spengo.
Una casa frana? La ricostruisco.
Un albero è cresciuto troppo vicino alla mia abitazione? Lo abbatto.
 
Si tratta di situazioni in cui per ovviare a un problema semplice, anche se magari doloroso come nel caso della casa distrutta, si mette subito in pratica un’azione semplice, risolutiva ed efficace.
 
In questi giorni si è fatto un gran parlare, per i noti motivi, della guerra in Afghanistan. Non ho voglia di infilarmi in discorsi morali, non ora. In teoria non ho niente contro le missioni di pace (e non sto dicendo che quella italiana in Afghanistan non lo sia: semplicemente non lo so), e mi vengono a mente almeno una decina di motivi per cui vere e proprie azioni di peacekeeping possano essere assai utili e auspicabili. Chi ha visto Hotel Rwanda sa di cosa parlo.
 
Quel che non mi torna è il sentir dire che i soldati laggiù combattono per la nostra libertà. Nel senso che tra la nostra libertà e il talebano che insegna la propria rozza dottrina in un villaggio sperduto sui (bellissimi, a quanto pare) monti afghani mi sembra ci siano distanze astronomiche. Sequenze interminabili di cause ed effetti. Lunghe concatenazioni di eventi. Walter che combatte in Vietnam per impedire che uno stato minuscolo, lontano decine di migliaia di chilometri dagli Stati Uniti, diventi interamente comunista, ha davvero lottato perché quella cameriera potesse vivere in tutta libertà nel suo paesino americano di provincia? Sorge allistante l’impressione che sia un’esagerazione bella e buona (è ciò che fa ridere), che non ci sia una relazione così diretta, che non sia proprio “se questo, allora quello”. Anche qui: la relazione tra i due eventi, l’uccisione dei vietcong e il caffè della cameriera, mi pare così tanto indiretta da poter esser considerata trascurabile. Forse solo un po’ più rilevante del famoso rapporto tra la famosa farfalla e il famoso uragano.
 
La guerra in Afghanistan (e qui parlo di guerra vera, non di presunto peacekeeping) è naturalmente una questione complicata, come ogni altra guerra. Se la stanza è buia (problema semplice), premere sull’interruttore porterà la luce (soluzione semplice). Ma se si spargono idee anti-occidentali e terrorismo (problema complesso), la mia impressione è che una soluzione “semplice” come “combattiamoli!” non possa portare solo risultati confortanti e utili. Il terrorismo nasce dall’odio verso gli occidentali, e l’odio – essendo un concetto, un’idea, un meme – non lo elimini eliminando fisicamente le persone. Una soluzione così semplice non può risolvere un problema così complesso.
 
Terzani raccontava, mi pare in Lettere contro la guerra, come in Afghanistan ci siano numerosissimi villaggi in cui la gente non sa assolutamente niente di Bin Laden e delle Torri Gemelle. Le persone di queste isolate popolazioni si sono viste arrivare, però, le bombe sui tetti (o sulle capanne). Hanno visto morire i propri cari. Figli rimasti orfani, scaltramente informati e indirizzati dagli insegnanti talebani che vagano per i villaggi alla ricerca di teste plasmabili, sono stati con facilità convinti a partecipare a una guerra anti-occidentale. Hanno subito scelto da che parte stare. Kill Bill ha una sua universale logica, dopo tutto.
 
Per questo la soluzione semplice “guerra” (vedo l’azione bellica in primo luogo come una reazione istintiva, anche se poi mette in moto una “raffinatissima” e organizzata struttura) per risolvere il problema complesso “terrorismo”, se da una parte conduce agli esiti desiderati da chi combatte (eliminazione fisica di talebani e terroristi), dall’altra parte
rafforza inevitabilmente il sentimento contro gli occidentali. Che verrà contrastato con la guerra. La quale porterà nuovi soggetti a odiare l’Occidente, etc etc. Cè un che di ricorsivo: e infatti la guerra sembra non poter finire mai.
 
(E a proposito di effetti collaterali e ricorsività, non vorrei dire una sciocchezza, mi pare che gli attentati terroristici in Europa (Londra, Madrid) siano cominciati dopo l’inizio della guerra afghana)

Forse non ci sono soluzioni alternative a un problema complesso come il terrorismo, o forse sì. Qui non mi interessa. Il fatto che intendevo principalmente evidenziare, al di là dellefficacia o meno del conflitto, è che continuo a non vedere una relazione chiara, diretta, lineare, logica tra una guerra combattuta dall’altra parte del mondo e la mia libertà quotidiana. Mia personalissima impressione. Chi sbandiera il contrario, sempre secondo me, sa solo sfruttare ad arte i meccanismi della retorica e della demagogia per suscitare un senso di colpa o per cercar di evocare una specie di astratto orgoglio.

Che poi è la stessa cosa che fa Walter nella scena sopra citata, a ben pensarci.

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