Grande, grosso e cattivo (forse)

Blaze è un romanzo che Stephen King ha scritto più di trenta anni fa. Come Allen ha fatto con Basta che funzioni, lo scrittore del Maine ha tirato fuori la sua opera dal cassetto, l’ha riletta e l’ha ripulita per poi gettarla in pasto ai propri ammiratori contemporanei. Non con gli stessi risultati, ahimé: se il film di Allen è strepitoso, vivo e pieno di spunti, il lavoro di King non è certo da annoverare tra quelli che gli son venuti meglio.

La storia rasenta in più punti la trama di altre storie kinghiane e vede come protagonista un uomo alto, enorme e mentalmente non proprio sveglissimo alle prese con un mondo cinico che non riesce ad inquadrarlo a dovere, che non sa infilarlo in nessuna categoria conosciuta. Il tutto rimanda (come faceva anche, che so, Il miglio verde) ancora una volta al calore americano dello splendido Uomini e topi di Steinbeck, racconto cui King devessere parecchio legato. Blaze, quest’essere mastodontico col quale si tende a simpatizzare, fin dall’infanzia ne passa di tutti i colori: un padre manesco, un professore manesco e un cervello che non riesce a sistemarsi sullo stesso livello dei coetanei. Una volta superate in qualche maniera e non senza dolore tutte le avversità, diviene un adulto incapace, anche quando è in buona fede, di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Un bambino troppo cresciuto, tanto per capirsi, inconsapevole della reale differenza tra il bene e il male. Il suo vissuto lo porterà al maldestro rapimento del piccolo Joe e ad una lunga serie di disastrose conseguenze che la debole mente affronterà cercando aiuto e conforto nella rievocazione delle frasi e dei pensieri di George, l’amico (anche qui, cattivo ma non troppo) deceduto qualche mese prima.

Pur trasmettendo una certa dolce malinconia, grazie a suggestivi flashback, il romanzo scivola via senza dare mai l’impressione di voler raggiungere una meta ben precisa.  Inconcludente e insicuro (per esempio, nella caratterizzazione dei personaggi), fin dalle prime pagine si avvia timidamente verso un finale privo di reali colpi di scena.

In ultima analisi, è proprio la mancanza di personalità di un King evidentemente ancora acerbo a rendere Blaze un lavoro troppo tiepido per poter ambire a un giudizio che vada oltre la sufficienza.

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