… and here we are again

Ho rimesso Parallels una di queste notti, mentre cercavo una colonna sonora per la biografia di Woody Allen che sto leggendo da qualche giorno (lo so, sono monomaniaco – ma, giuro, solo quando prendo delle fissazioni!). Son passati diciotti anni dalla sua uscita, più o meno quattordici dal momento in cui lo scoprii. Eppure quel disco dei Fates Warning mette in mostra, nonostante tutto, uno stato di forma invidiabile.
La Rete è piena di competenti recensioni di questo capolavoro del cosiddetto “metal progressivo”, per cui non mi ci dilungherò più del dovuto. Posso aggiungere che riascoltandolo oggi, dopo tutto questo tempo, scovo una linearità che all’epoca non avevo percepito. Il disco appare semplice, a tratti pop (We only say goodbye), dalle melodie non certo inafferrabili, ma, anzi, perfette per stamparsi in testa e non andarsene più. Suppongo che chili e chili di musica ascoltata mi portino oggi a osservarlo da un altro punto di vista. E su questa elementarità di fondo, mi accorgo a un ascolto più attento, che si staglia tutta la classe cristallina dei Fates Warning, la quale rende il dettaglio meritevole di essere ricordato, un passaggio degno di nota, un ritornello orecchiabile ma non banale o pacchiano. La personalità nella cura del particolare, appunto.
Tale classe si concretizza nell’ugola limpida di Ray Alder, complice in Don’t follow me e sognante in The road goes on forever, negli assoli speciali e negli arpeggi mai troppo lodati di Jim Matheos (Parallels è un po’ il Disco dell’Arpeggio, nella mia testa), nella pulizia esecutiva e nell’estro inarrivabile del batterista Mark Zonder, sempre piacevole e musicale. Zonder in particolare sa rendere speciale ogni brano, arricchendolo di passaggi memorabili, di ottime trovate percussive e anche di suoni non convenzionali grazie all’uso della tecnologia. Non ho mai suonato una batteria in vita mia, mai preso le bacchette in mano, ma se mai avessi iniziato sarebbe stato tutto merito (o colpa) di Mark Zonder e, naturalmente, di Neil Peart. Poco ma sicuro.
Il disco del ricordo (tema centrale della poetica fateswarninghiana), che parla di memorie che sfumano e della stasi tipica di chi ha paura di abbandonare il passato per l’incertezza futura, privo delle tipiche rughe dell’età, continua ancora a ostentare un abbagliante fulgore. Leave the past behind è geometrica e gelida, Life in still water uno strutturato lamento di cori e contro-cori, Eye to eye un raffinatissimo squarcio melodico che avrò cantato quel milione di volte (I saw you once again last niiiiight) e The eleventh hour un lungo, onirico e tormentato trip sull’incomprensione tra le persone e tutti i casini che comporta. Point of view sciorina improvviso vigore, We only say goodbye potrebbe essere (stato?) il singolo, diretto e accattivante, mentre Dont follow me si presenta come il perfetto compagno per un viaggio notturno in auto. La chiusura di The road goes on forever riprende il sogno dilatato di The eleventh hour e lo sintetizza in una canzone più canonica, ballata ad ampio respiro in cui Ray Alder si destreggia con grande abilità e che non fa dell’ottimismo sfrenato il proprio punto di forza (year after year, with renewed ambition, we scale the walls to find there’s nothing there).
Penso si sia capito, perciò non indulgo oltre: amo questo disco. Stop. Anzi, no: eye to eyeeeee… and the miles still divideeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee...

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