Sapere o non sapere, questo è il problema

“So di non sapere” è, penso, l’unica frase del pensiero di Socrate che lo studente medio si porta dietro dagli anni del Liceo. Ci si scherza su, prima delle interrogazioni di filosofia, immaginando i possibili sviluppi.

– Masini, mi parli dell’essere per Parmenide.

– Prof, mi scusi, so di non sapere.

E giù risate, ma da sganasciarsi. O no?

Come e molto più di Socrate, io so di essere un ignorante pazzesco in un sacco di cose che sarebbe inutile star qui a enumerare. E sono anche cosciente del fatto che posso parlare con una certa competenza di alcuni argomenti, anche se può saltar fuori da un momento all’altro uno che ne sa più di me. Se ipoteticamente poniamo qualsiasi argomento dello scibile umano sullo stesso piano, con la medesima dignità, dalla biologia molecolare a come zappare un orto, dalla filosofia esistenziale a Storia delle Edizioni del Grande Fratello, ci accorgiamo che ognuno di noi è maggiormente “specializzato” in alcuni ambiti (nobili o meno, come si è detto, non è importante) e necessariamente ignorante, più o meno, in tanti altri. Non potrei mettermi a discutere di semiotica generativa con Umberto Eco, eppure mi sa che potrei insegnargli qualcosa di tecnica calcistica. Non so parlare tutte le lingue che conosce Douglas Hofstadter, ma son sicuro (spero) di conoscere l’Italiano più meglio di lui (magari non di molto, visto che lo parla in maniera davvero fantastica). Se dovessi parlare di semiosi infinita con Eco, avrei da dire molto poco e starei, più che altro, ad ascoltare. Non per eccessiva modestia, ma per semplice buon senso: lui ne sa più di me, ha studiato e approfondito il tema per anni e anni. Potrei porre delle questioni, certo, potrei dire che qualcosa non mi convince, potrei addirittura (la butto lì) sottolineare che alcuni passaggi mi paiono fallaci, ma in generale dovrei riconoscerne la competenza. Come lui, a meno che non si scopra che da giovane era pure un fulgido esempio di talento calcistico, forse dovrebbe riconoscere la mia competenza nel gesto tecnico dello “stop a seguire”. E ancora, non sarei in grado, con le conoscenze che ho e con la poca dimestichezza con la materia, di seguire troppo a fondo le implicazioni della logica formale di cui mi parlerebbe un Hofstadter, ma potrei spiegargli il significato di “vicendevolmente”.

Mi ritengo, in sostanza, una persona che non ha problemi ad ammettere la propria ignoranza.  “Guarda, di questa cosa non so nulla. Se ne sai più di me, ti ascolto volentieri”.

Questo post nasce da un senso di frustrazione. Come detto, ci sono cose – e tralasciamo se sono importanti o no, tanto tutto è inutile di fronte alla morte che inevitabilmente ci aspetta – che ognuno di noi conosce meglio di altri. Io credo che, semplicemente, lo si dovrebbe riconoscere. Ci sono argomenti che conosco bene e argomenti che mi appassionano e cerco di conoscere meglio. E ci sono, ripeto, un sacco di temi sui quali non so davvero nulla. Ma se sull’argomento X – che mi piace approfondire – io ne so oggettivamente più della media, è parecchio frustrante dover entrare in discussioni in cui, se dici “guarda che diversi studi dicono che X è Y”, ti si risponde con qualcosa che assomiglia a “eh, studi, studiosi: dicono tutto e il contrario di tutto”. E’ avvilente, e per certi versi, mortifica la crescita culturale dell’Umanità. Niente è certo, tutto è opinabile. Ogni opinione in merito a qualsiasi questione ha eguale dignità. Il mio parere sulla fusione a freddo vale quanto quello di Rubbia. E così via.

E invece no. E’ oggettivamente certo che calciando “di piatto” la palla viene indirizzata dal piede verso un obiettivo con la maggior precisione possibile. Com’è oggettivamente certo e misurato, lo si apprende leggendo i resoconti di diversi studi, che le differenze genetiche medie nei gruppi umani (per esempio, i bianchi) siano maggiori di quelle tra i gruppi (ad esempio, tra bianchi e neri). In una discussione che riguardi il calcio o il razzismo, l’opinione di chi ignora certe pratiche o certi studi non può porsi sullo stesso piano di chi ha maggior competenza in materia.

La frustrazione nasce, dunque, nel momento in cui ci si accorge che chi ignora l’argomento X vuole che la propria opinione al riguardo valga come quella di chi X lo conosce meglio o l’ha approfondito. Senza considerare che, su certi temi, le opinioni dovrebbero scomparire di fronte ai fatti. La forza di gravità c’è: l’opinione di chi la nega non è degna di rispetto. Se la ignori, non significa che non esista.

Durante alcune discussioni, quando so di saperne più dell’interlocutore (che magari ha più conoscenze di me riguardo ad altri ambiti) e non riesco a far sì che fatti oggettivi vengano accettati come tali, perché l’altro vuole elevare la propria incompetente opinione non dico a verità assoluta, ma quantomeno a parere rispettabile, spesso sento il bisogno dell’intervento di un deux ex machina come McLuhan in Io e Annie. In una scena esemplare che ho citato spessissimo, di fronte alla farneticazioni di un intellettualoide rompipalle che pretende di parlare di teoria dei media, un nervosissimo Woody Allen fa apparire nel film il famoso massmediologo Marshall McLuhan in persona, il quale demolisce l’intellettualoide con un paio di argomentazioni e, soprattutto, con la sua autorità in materia. Allen chiude la scena con un “Ah, se la realtà fosse così!” che mi piace tantissimo.

Immaginate:

“Blablablabla… gatto di Schrödinger blablabla”, e appare Schrödinger.

“Blablablabla… l’uomo non è andato sulla Luna blablabla”, e appare Neil Armstrong.

“Blablablabla… i campi di concentramento erano una buffonata blablabla”, e appare Primo Levi.

“Blablablabla… razze di serie A e razze di serie B blablabla”, e appaiono Gould e Diamond.

Già, sarebbe fantastico. Ma la realtà è, invece, molto più deprimente.

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