Riflessioni sull’anima del mostro di Alien

 


Ieri a tarda notte mi son ritrovato a guardare il finale di Alien IV su Rete4. Non ho mai visto il film per intero e, dagli elementi disponibili al momento, ho cercato di capire cosa stesse succedendo in quelle concitate fasi conclusive.

 

Quel che ho intuito, anche se temo che le cose siano un po più complicate, in sintesi è che: su una qualche astronave fluttuante nello spazio, un’entità aliena, geneticamente modificata in modo da acquisire un apparato riproduttivo umano, riesce a copulare (o qualcosa del genere) con Ripley (Sigourney Weaver). Il risultato di tale ibridazione alieno-umana è la nascita, per l’appunto, di un ibrido alieno-umano chiamato newborn. Trattasi di un essere ributtante e violento che nei minuti finali del film mette in pericolo la vita dell’intero equipaggio ma che, d’altra parte, sembra anche manifestare un particolare tipo di affetto verso la “madre”.

 

A conclusione della pellicola, la prevedibile morte dell’ibrido è una fase abbastanza toccante e interessante: è la stessa Ripley a provocarla, e mentre l’orripilante essere viene risucchiato nello spazio, muscolo dopo muscolo, fino ad arrivare alle viscere, alle ossa e alla materia cerebrale, succedono due o tre  cose che mi hanno dato da pensare. La prima è che il neonato-mostro urla in maniera disperata e commovente. La seconda è che Ripley manifesta dolore per la fine di suo “figlio”. La terza è che lo spettatore sente compassione per lei, che sta perdendo il figlio, e per la sofferenza dell’ibrido, una sofferenza sia fisica che psicologica: da una parte il suo corpo si sta lacerando e frammentando nello spazio, dall’altra si rende conto che sua “madre” lo ha tradito, e che lei è causa di tale inconcepibile dolore.

 

Insomma: ci troviamo di fronte ad un sacco di sentimenti “umani” per la morte di un’entità violenta, esteticamente e concettualmente orribile, per larghi tratti crudele e pericolosa.

 

Questo decesso alieno mi porta a fare un paio di considerazioni.

 

In primo luogo l’episodio mi ha ricordato un racconto che avevo trovato ne L’io della mente e che si chiama L’anima dell’animale modello III. Si tratta di una breve storia scritta da Terrel Miedaner (eccola qui) in cui la distruzione (o l’uccisione?) di un animale meccanico che simula reazioni umane viene vissuta in maniera poco serena sia da chi distrugge (o uccide?) sia dal lettore. Quando lo lessi, quel racconto mi colpì molto: se vuole farci ammettere che possiamo provare compassione e empatia anche per “qualcosa” che solamente “ricalchi” comportamenti umani, in poche righe riesce benissimo nel suo intento. All’interno della storia, lo “scarabeo di alluminio” finisce per noi per possedere un’anima, una consapevolezza, una capacità di soffrire, allo stesso modo del disgustoso ibrido di Alien IV.

 

In secondo luogo, mi viene da fare un (arditissimo, me ne rendo conto) salto lungo verso la modularità del pensiero, anche perché in questi giorni ho letto un brevissimo pamphlet (wow) di Sperber, Cultura e modularità. E’ servito a far tornare a galla studi e letture del bel tempo che fu.

 

In breve (da qui avanti vado più o meno a memoria), la teoria modulare della mente afferma che la mente stessa è strutturata in una serie di separate facoltà psicologiche, o moduli. Tali moduli sono caratterizzati funzionalmente e rappresentano particolari meccanismi mentali in grado di operare in automatico solo su certi tipi di input. Si tratta di una teoria abbastanza recente e non universalmente accettata (anzi), introdotta da Fodor negli anni ’80 e che deriva dall’idea di grammatica generativa di Noam Chomsky. Il linguista e filosofo americano asseriva che la mente è programmata, fin dalla sua nascita, per “manipolare” oggetti linguistici e per “generare” il linguaggio a partire da una grammatica innata. Fodor ha supposto che la cosa mentale disponga di altri meccanismi così specifici, ma dedicati ad altre funzioni.

 

Uno di essi, per esempio, sarebbe rappresentato dal “modulo del riconoscimento delle facce”. Questo meccanismo ci permetterebbe di associare un nome a un volto che in teoria dovremmo riconoscere. Ricordo ancora con piacere l’aneddoto che l’autore del mio manuale di Scienze Cognitive raccontava con tanta deliziosa leggerezza nel libro stesso: poiché affetto da prosopagnosia e dunque incapace di riconoscere i volti, ogni sera al ritorno a casa dal lavoro puntualmente si stupiva nel trovare un’affascinante e sconosciuta donna indaffarata nella sua cucina. Dopo pochi attimi, aiutato dal contesto, ogni sera realizzava che quell’affascinante signora dovesse essere per forza sua moglie (e chissà che divertimento, per la paziente consorte).

 

Una conferma all’esistenza dei moduli dovrebbe essere, per l’appunto, il fatto che possano essere danneggiati, senza che il danno stesso vada a interferire con altre funzioni mentali. Per esempio, il deterioramento del modulo meta-rappresentazionale (un concetto che mi ha parecchio affascinato: nel mio piccolo ho pure provato a scriverci un breve racconto attorno), la capacità di “pensare sul pensato” e, quindi, di poter attribuire agli altri pensieri diversi dai nostri, porterebbe secondo alcuni al comportamento autistico. Opinioni, senza dubbio. Ma appassionanti.

 

Cosa c’entra Alien con la modularità del pensiero? Bah, probabilmente poco o nulla. Ma se esistono aggeggi – chiamiamoli moduli o più generiche “capacità cognitive” – che ci fanno “dedurre” facce da una stringa di due punti e una parentesi (gli emoticon), che ci fanno implicare un logico affetto tra una madre un figlio (per quanto disgustoso e improbabile egli sia), che ci fanno tradurre le urla disperate di un alieno in dolore percepito, che ci fanno scambiare banale olio versato per sangue (è il caso del racconto succitato di Miedaner), allora io posso immaginarmi una specie di meta-modulo sovrastante che raccolga l’insieme di informazioni fornite da tutti questi (e altri) meccanismi mentali e che serva a scovare e riconoscere “umanità”, o “anima” che dir si voglia, in un qualsiasi oggetto che ci venga presentato o con cui dobbiamo interagire.

 

Questo supposto nuovo modulo, che si potrebbe chiamare “meta-modulo per l’individuzione dell’anima” (ma solo perché il nome suona ganzo) e che per motivi abbastanza banali potrebbe esser stato favorito dall’evoluzione, mi porta ad altre tre estemporanee considerazioni:

 

1) Il meta-modulo, come tutti i moduli, può essere ingannato. Si pensi a come una maschera o un volto truccato possano ingannare il modulo del riconoscimento delle facce, o si pensi a come un supposto “modulo per il riconoscimento dei serpenti velenosi” si faccia ingannare – spesso per il nostro bene – da un serpente non velenoso. Ciò significa e conferma che in un futuro esisteranno robot che verranno percepiti come umani tout-court. Divaghiamo: “in realtà” questa mela non è rossa, ma il mio sistema occhio-cervello interpreta come “rosso” l’insieme di stimoli visivi che giungono ai fotorecettori della mia retina. Ciò che percepisco come “rosso” è rosso. Dunque, ciò che percepirò come “umano” sarà… umano?

 

2) La mia autoconsapevolezza, ciò che mi dice che esisto, può definirsi “anima”. Io osservo che gli altri hanno reazioni emotive simili alle mie di fronte agli stessi eventi, perciò tendo ad attribuire loro un’anima simile alla mia. Immagino che sentano come me. Ma anche lo scarabeo robotico di Miedaner e il mostro di Alien IV hanno reazioni per certi versi conformi a quelle che proverei io di fronte al dolore, perciò anche a loro tendo secondo percorsi inconsci ad assegnare un’emotività tipicamente umana, o “anima”. E che un robot (lasciamo per un attimo da parte l’alieno) abbia un’anima mi pare piuttosto fuori luogo, per tutta una serie di motivi. Perciò, o l’anima non esiste, o ce l’ho solo io. Forse.

 

3) “Il meta-modulo per l’individuazione dell’anima”, come tutti i moduli, può essere danneggiato senza che ne risultino rovinati gli altri meccanismi mentali. Un serial killer, la butto lì, potrebbe avere un problema del genere. Potrebbe avere pieno possesso delle proprie facoltà mentali se non per quanto riguarda un piccolo insignificante dettaglio. Non essere in grado di “scovare” umanità nel prossimo, come gli androidi di Philip K. Dick. Tutti gli elementi che dovrebbero attivare il suo “meta-modulo per l’individuazione dell’anima” lo lasciano indifferente, poiché il modulo è difettoso, proprio come i tratti somatici del volto della moglie non suggerivano all’autore del mio manuale di Scienze Cognitive che quella era davvero la sua compagna. Lo stesso potrebbe valere per quel tipo (non linko il video perché quell’uomo fa pena e quel video fa male, ammesso che non sia un fake) che lascia cadere il cucciolo di cane in un burrone. E per un sacco di altri esempi, naturalmente.

(come ho premesso, la teoria modulare della mente è, per l’appunto, solo una teoria. io stesso, che sono solo un appassionato, ho letto diverse critiche. quindi, a partire da una premessa non certa, ma affascinante, mi son divertito a costruire tutto il resto, che mi accorgo essere non privo di contraddizioni)

 

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3 pensieri su “Riflessioni sull’anima del mostro di Alien

  1. c’è qualcosa che non miconvince al 100% riguardo ai moduli. forse perché sembrano molto "inquadrati" e delimitati, mentre sono abituato a pensare alle facoltà mentali come a delle "cose" che si sovrappongono a vicenda. ma forse nemmeno quello, perché in fondo è anche possibile pensare a dei moduli che si sovrappongano e siano collegati fra loro.ci sarebbe poi la mia solita abitudine ad inquadrare come emergenze le caratteristiche o gli oggetti complessi che fanno capo a processo molto più basilari. un modulo potrebbe quindi essere l’emergenza di una serie di cause sparse fra cui la capacità di riconoscere una particolare forma + quella di riconoscere una particolare forma 2 + quella di inserire la forma X in un contesto piuttostoche in un altro e via dicendo.tutte cose che si potrebbero legare ai prototipi ed alle categorie cognitive che sono matuate con l’esperienza.però però… c’è anche una corrente, dall’approccio incarnato, che parla di percezione legata all’azione. dice cioè, che un oggetto viene percepito non esclusivamente per la sua forma e come esso si comporta, ma anche in che rapporto con noi esso lo fa. in pratica, la sua percezione dipende da quello che noi sappiamo poter fare con esso, ed esso con noi. come dire che per un bambino con un mano un martello, ogni cosa diventa un chiodo. tanto per buttare altro *ehm* seitan *emh* al fuoco, tutto il discorso si potrebbe vedere anche sotto quest’ottica. :-)

  2. sì sì, ma anche io se penso ai moduli non sono proprio del tutto convinto. penso che la mente lavori in maniera più olistica, però è un fatto che molte persone perdano per un qualche danneggiamento solo una particolare capacità, mentre tutto il resto rimane immutato. penso che i moduli siano stati tirati fuori nella (comoda) concezione di mente come computer, algoritmi mentali limitati in un programma più esteso.>>>ci sarebbe poi la mia solita abitudine ad inquadrare come emergenze le caratteristiche o gli oggetti complessi che fanno capo a processo molto più basilari. un modulo potrebbe quindi essere l’emergenza di una serie di cause sparse fra cui la capacità di riconoscere una particolare forma + quella di riconoscere una particolare forma 2 + quella di inserire la forma X in un contesto piuttostoche in un altro e via dicendo.tutte cose che si potrebbero legare ai prototipi ed alle categorie cognitive che sono matuate con l’esperienza.>>>Questo è interessante e spesso ci penso anche io, ma magari la verità potrebbe star nel mezzo e questo procedimento di riconoscimento dal basilare al complesso, se esercitato molte volte, potrebbe dar luogo ad una "struttura" (economica e veloce) in grado di ripetere il procedimento senza fatica. e questa "struttura" (non per forza localizzata fisicamente) potrebbe essere qualcosa di simile al modulo di cui sopra…Comunque in generale ho il sospetto che le mie poche letture sull’argomento siano ormai datate. Qualche mese fa leggevo un articolo sull’ingegneria domotica che parlava di questo:http://notizie.virgilio.it/tecnologia/casa_domotica.htmlSe si riescono a "catturare" "pensieri" relativamente complessi (o almeno, che non riguardano i movimenti meccanici del corpo) come quelli, credo che gli studi nel settore abbiamo fatto passi da gigante.

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