L’illusione del destino

Qualche mese fa ero lì che stavo facendo zapping davanti alla tv (farlo dietro sarebbe quantomeno bizzarro e credo inutile). Passando alla velocità della luce da un canale all’altro alla ricerca di qualche trasmissione calcistica, a un certo punto capitai per puro caso su Rai 3.

Rimasi colpito dal primo piano di un uomo vecchio, sguardo intelligente, che rispondeva in inglese alle domande del conduttore. Appariva brillante e dava l’impressione di saperla più lunga della media. Istanti dopo, la scritta in sovraimpressione lo identificò: era Amartya Sen, Nobel per l’Economia. Feci allora un giro su IBS. Del tutto a caso, misi uno dei suoi libri nella “lista dei desideri”.

Un paio di settimane fa ho ordinato Identità e violenza (Identity and Violence. The Illusion of Destiny). Ammetto che l’ho trovato molto interessante. Non perché sia rivoluzionario, non perché sia scritto in modo eccezionalmente interessante (la prima metà è piuttosto ripetitiva, ma c’è da dire che la seconda, con i suoi aspetti autobiografici, regala anche qualche momento più coinvolgente). Più semplicemente, ha il merito di articolare e approfondire ciò che dovrebbe risultare palese e ovvio ma che, per un motivo o per l’altro, spesso non riusciamo ad afferrare.

Ho spesso accusato di miopia tutti coloro che vedono le relazioni con il singolo altro come un perentorio NOI vs LORO. Ci sono soggetti che, se un tipo X facente parte di una categoria PIPPO fa loro un torto, tendono per banalità di pensiero a odiare tutta la categoria nel suo complesso. Quindi, se un musulmano mette una bomba, io odio tutti i musulmani. Se un rumeno stupra una ragazzina, io spero che tutti i rumeni muoiano all’istante. E così via, come se in quel momento le identità musulmana e rumena dei due delinquenti annullassero tutte le altre loro affiliazioni. E’ la nota logica del pregiudizio. Esistono diverse vie per evitar di cadere in simili semplicistiche (ed errate) conclusioni. Una è quella di adottare il ragionamento statistico e di tenere a bada i bias cognitivi. Un’altra consiste nel considerare che noi stessi potremmo essere oggetto di tali risibili categorizzazioni (si pensi alle dicerie sui paesi latini, sulla mafiosità dell’italiano medio etc etc). Una terza via potrebbe essere quella di adottare un punto di vista storico che ci permetta di verificare come errori del genere abbiano condotti a tragedie e massacri che, troppo spesso solo col senno di poi, son stati condannati all’unanimità.

Un ulteriore argomento per smontare certe teorie bislacche e nocive, perché provocano sofferenze a persone, è quello che ripropone Amartya Sen. Ogni persona è centomila persone. Ogni individuo è in milioni di categorie. Ogni soggetto ha infinite identità: scegliere senza ragione, esser costretti a scegliere, o permettere che ci recintino all’interno di una e una sola categoria non ci sminuisce solo come esseri umani, ma ci porta anche a dare il via a conflitti che altrimenti non avrebbero motivo di esistere.

L’intero libro ruota attorno a quest’idea che è, ribadisco, tutt’altro che innovativa. Eppure Sen se la rigira tra le mani e la applica in un gran numero di ambiti, convincendoci ancor di più della sua efficacia. Originario dell’India (un paese che, dice, viene di solito definito “induista” ma che ospita 140 milioni di musulmani), ci racconta del suo arrivo in Inghilterra degli anni ’50 e della crescita della libertà multiculturale inglese degli ultimi decenni, ci narra degli scontri tra indù e musulmani della sua fanciullezza, ci dà la sua versione sulla globalizzazione (che ritiene un fenomeno favorevole anche se perfettibile) e ci parla di parecchie altre questioni interessanti. Senza mai perder di vista il concetto trainante del libro, e cioè che il determinismo culturale è una fesseria:

Una delle questioni centrali è il modo di vedere gli esseri umani. Devono essere classificati in base alle tradizioni ereditate (in particolare alla religione ereditata) della comunità in cui sono nati, dando per scontato che quella identità non scelta abbia automaticamente la priorità su altre affiliazioni legate alla politica, alla professione, alla classe, al genere, alla lingua, alla letteratura, ai coinvolgimenti sociali e a molte altre cose? Oppure devono essere considerati individui dalle tante affiliazioni e associazioni, sulla cui importanza e priorità sono loro stessi a dover prendere una decisione (e ad assumersi le responsabilità che derivano da una scelta ragionata)? E ancora: dobbiamo valutare la bontà di un sistema multiculturale da come <<lascia in pace>> gli individui di origine culturale differente, oppure da come mette in grado questi stessi individui, attraverso le opportunità sociali di istruzione e partecipazione alla società civile e al progresso politico ed economico del paese, di compiere scelte ragionate? (Amartya Sen, Identità e violenza)

(Le opzioni che predilige, parrà ovvio, sono in entrambi i casi le seconde)

Il libro è saggio, morale, competente. Il premio Nobel per l’Economia spiega come sia cieco, stupido e limitante l’attribuire un valore insensatamente alto solo ad alcune delle nostre molteplici identità, in virtù di tradizioni che ci vengono appiccicate addosso quasi fossero un destino ineluttabile. Ci ricorda, con esempi e aneddoti, come tutto ciò contribuisca a creare tantissima inutile e pericolosa tensione.

Un sacco di avvenimenti, anche recenti, mi son venuti alla mente leggendo Identità e violenza. Il padre musulmano che ammazza la figlia che convive con un italiano. Il padre italiano che picchia la figlia che sta insieme a un albanese. La storia del crocifisso – che tende a infilare in un’unica scatola tutta una nazione. Quella dei minareti – che marginalizza persone per un’eccessiva importanza data all’identità religiosa. La “guerra tra le civiltà” (da Sen criticata quanto “il dialogo tra le civiltà”). Il presunto assassino della “vecchia con le mani mozzate” che nelle sue prime dichiarazioni ufficiali afferma di esser diventato musulmano (e chi se ne frega?). E così via.

Io sono juventino, essere umano, toscano, amante dellalcol, ormai ex-calciatore, istruttore di scuola calcio, appassionato di tecnologia, italiano, innamorato del mio cane, non credente, toscano, san romanese, possessore di cellulare nokia, riccioluto, affetto da mal di schiena cronico, buon lettore, ascoltatore di musica, appassionato di cinema, nuotatore a tempo perso. E sono altro ancora, come tutti. Ho mille identità che sono frutto di scelte. Queste scelte mi hanno progressivamente allontanato dalla mia identità originaria, e hanno molto annacquato, per non dire quasi annullato, l’importanza che do, per esempio, al mio essere italiano. A Varsavia ho conosciuto un ragazzo dello Sri Lanka (un rifugiato politico bengalese sfuggito assieme alla famiglia da morte certa – causa tigri Tamil – che ha trovato asilo nella capitale polacca) e mi sono facilmente accorto che la nostra identità di bevitori di birra era molto ma molto più forte di quella legata al nostro paese d’origine, o alla nostra religione (a dir la verità non ho mai saputo, e mai me n’è fregato di saperlo, se credesse in Dio o roba simile). Come erano più rilevanti il nostro essere appassionati di computer, l’avere fratelli, il non conoscere la lingua polacca e l’essere entrambi appartenenti alla razza umana. Ho avuto un altro amico, conosciuto a Londra: questi era coreano (del sud), ma la nostra passione per il calcio italiano e per il cibo italiano, che ci faceva rinchiudere in un pub ogni domenica a mangiare panini al prosciutto e guardare partite, era molto più importante del nostro essere italiani o coreani.

Ora, io penso a tutti quelli che – per cercare un qualsivoglia conflitto – esaltano l’importanza di un’identità singola sacrificando tutte le altre. Penso a come riduce miseramente la propria esistenza chi fa dell’appartenere ad una e una sola categoria l’unica ragione di vita. Io prima di tutto ho radici cristiane, dice uno. Io sono interista e basta, dice l’ultrà. Io sono metallaro e questo incide su tutto il mio stile di vita, dice il true-metaller. In primo luogo sono donna, dice la femminista.

Al di là di tutto, delle guerre, dei conflitti culturali, dei problemi sociali e di tutte queste cose impor
tanti di cui ci parla Amartya Sen, mi viene da concludere che questa sia la gente più noiosa che si possa incontrare.

Speriamo di trovarne sempre meno in giro: per un futuro, almeno questo, con meno sbadigli.

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