Blame it on the black star

Poi succede che un giorno rimetti nel lettore quel cd che non ascoltavi da una vita e, succede, quel cd nel lettore ce lo tieni per una settimana a dir poco. E successo, ed è risuccesso, con The bends dei Radiohead. E temo risuccederà in futuro. Il Natale cristiano è una barzelletta, ma tutto il contorno è sempre straordinariamente vivo ed eccitante. E l’atmosfera cambia già settimane prima. Te ne accorgi se fai un giro in città, se vai a far spesa in un supermercato, se hai a che fare con dei bambini e con tutti i loro desideri videogiochistici. Il 26 dicembre la vita già torna a non aver senso (fa tanto sigaretta dopo l’orgasmo) ma fino al 25 è infarcita di luci e vin brulé e ricordi dinfanzia e acquisti e camminate nel gelo. E dischi, dischi, dischi.

La lista dei miei “dischi di Natale” è lunghissima e comprende roba prevedibile (Dead Winter Dead dei Savatage, Tori Amos) e più anomala (Devin Townsend, per esempio). Di questa lista fa parte da molti anni anche The Bends, per me il miglior album dei Radioehead, anche meglio dell’ottimo Ok, computer. Riascoltare la sempre-fresca Street Spirit, The Bends, Planet Telex, la superba Fake Plactic Trees e le malinconiche passeggiate di Bullet Proof e [Nice Dream] è sempre un grandissimo piacere. Ci sono quella vitalità e quell’equilibrio che i Radiohead avrebbero poi progressivamente smarrito nei lavori successivi. C’è quel buon gusto acerbo. Ci sono suoni grezzi e ampi, magici. E c’è, soprattutto, Black Star.

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