GPS mentali più o meno efficaci

Leggendo Coscienza di Dennett non posso fare a meno di fare un paragone con un’altra mia recente lettura, Anelli nell’io di Douglas Hofstadter. La mia riflessione riguarda la maniera dei due scienziati di esporre le loro idee sul medesimo argomento. Non i contenuti, ma come sono organizzati.

Ho detto che Anelli nell’io è in primis un capolavoro di chiarezza, e non lo rinnego. Lo è. Hofstadter non inserisce un termine nuovo se prima non l’ha definito e preferisce tenersi alla larga dal gergo tecnico dei filosofi. Diciamo che “va incontro” alle facoltà cognitive del lettore medio, anche prendendosi cura, tra le altre cose, del lay-out delle pagine. Perciò la lettura è piacevole, anche se non si scende mai a compromessi con la difficoltà dei contenuti: lunghe serie di cause ed effetti trasportano chi legge lontano dalla terraferma. Ad un certo punto, smarrito e privo del salvagente delle proprie radicate convinzioni, egli si guarda attorno e si chiede: “Ah, io sono qui?”. E soprattutto: “Io sono questa roba?”.

Hofstadter centra il suo obiettivo tramite un’esposizione lineare. Da A passa B, poi a C, e così via. Definisce A, definisce B. Una volta raggiunto C, ci riepiloga perché possiamo derivarlo da B e da A. Ama farsi capire. Perciò ama la ridondanza: non c’è bisogno di citare il Trattato di Semiotica Generale di Eco per intuire quanto la ripetizione dei concetti, magari formulati di volta in volta in maniera diversa, favorisca la comunicazione (la comprensione). Se ci si pensa un attimo, è ovvio. Se c’è la minima possibilità di rumore tra chi comunica e chi riceve la comunicazione, inviare più volte il messaggio aumenta la probabilità che il messaggio stesso venga ricevuto.

Se essere ridondanti può alla lunga finire per annoiare il lettore, essere ridondanti in modo creativo può invece essere una carta vincente. Il lettore capisce e, tutto sommato, s’appassiona e si diverte.

Mi pare sia stato Stephen King in On Writing a dire che scrivere è fare una selezione. E’ dire una cosa e abbandondare tutto il resto. E’ scegliere cosa raccontare ignorando l’infinito inutile.

Ebbene, dopo aver letto un centinaio di pagine sembra che Dennett, rispetto a Hofstadter, da tale punto di vista sia carente. Per quanto i contenuti siano interessanti, l’esposizione suona molto più ingarbugliata. Dennett, che, come Hofstadter, si rivolge a lettori non specialistici, vuol dire troppo in poco tempo. Dà per scontata l’immediata comprensione di concetti difficili (non utilizza le potenzialità della ridondanza), introduce termini nuovi senza definirli a dovere e, soprattutto, non sceglie una via preferenziale di ragionamento, ma si lascia distrarre dalle affascinanti deviazioni. Certo, lo si segue comunque, ma la lettura è meno piacevole e meno chiara. Fermo restando, lo ripeto, la rilevanza dei contenuti.

(Scegliere una via ed evitare di affrontare tutto il resto non è sempre facile. Lo dice uno (il sottoscritto) che infarcisce i propri periodi di numerosissime parentetiche (è anche timore di non farsi capire (c-a-p-i-r-e!)) e che vorrebbe sempre parlare di tutto contemporaneamente e parallelamente (mi succede anche a voce, e ciò va a discapito della programmazione di frasi più complesse, perché sposta l’attenzione sulle tante possibilità e non sullo sviluppo di una singola possibilità). Tagliare via è un atto di coraggio: il premio che si riceve in cambio è quello di rendere più leggibili i propri scritti.)

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