Fantasmi striscianti

Serpenti illusori

La reazione che la maggior parte dei primati cresciuti in cattività hanno quando vedono per la prima volta un serpente mette chiaramente in luce che li aborriscono profondamente, ed è probabile che il disgusto umano per i serpenti abbia un’origine biologica che spiega quella biblica, e non viceversa.

Daniel Dennett, Coscienza


Qualche giorno fa stavo pensando la medesima cosa, che è tutto sommato abbastanza ovvia.

E’ mia abitudine correre in mezzo ai boschi e distogliere il pensiero dal qui e ora grazie alla distrazione fornita dal lettore mp3. Voglio dire che lo faccio con lo stato d’animo di chi non sta certo costantemente all’erta, indagando sul sopraggiungere di eventuali pericoli. Se avessi davvero paura di qualcosa, andrei a correre altrove.

Però talvolta nel bosco le cose strisciano, e possono mettere una certa agitazione. E infatti in due o tre occasioni, negli ultimi anni, un serpente mi ha attraversato la strada, sparendo subito tra erba e cespugli. Ma sono eccezioni. Devo dire che nella stragrande maggioranza dei casi non capita mai di incontrare i temuti rettili. Anche in mezzo a un bosco, paradossalmente, incrociare il riservato serpente è un evento piuttosto raro.

Eppure, spesso mi succede di vederne uno anche quando in realtà non c’è. Mentre corro (e sudo), distratto dalla musica, ogni tanto lancio lo sguardo verso qualcosa su un lato della via e, terrorizzato, faccio un rapido spostamento verso la parte opposta. Fuggo da un pericolo non compreso. Un serpente. Di colpo un tremendo senso di panico mi assale, il cuore accelera e tutto il sistema si mette in allarme, rilasciando adrenalina. L’obiettivo preconscio è quello di evitare la bestia strisciante e, chissà, velenosa. L’impulso è di prenderne le dovute distanze. Salvare la pelle, innanzitutto.

Poi mi fermo e, quando sono al sicuro, guardo dietro di me. Guardo il serpente. E il serpente non si muove. E’ sempre lì. Fermo, tranquillo, atarassico. Niente sembra turbarlo.

Perché non è un serpente, realizzo qualche istante dopo. Ma è un ramo. O un pezzo di corda. O (giuro che m’è capitato), un grosso e lento lombrico. E’ solo un’illusione.

E’ vero che culturalmente questo rettile non è un granché amato, ma la reazione istintiva di difesa che sorge alla vista di ciò che solamente sembra un serpente può con difficoltà essere attribuita a processi di “infestazione” culturale della mente. Pare che abbiamo una (ovvia) certa tendenza a produrre falsi positivi su cose che assomigliano a serpenti (con i serpenti “neutri” che assomigliano tantissimo a velenose vipere) la quale potrebbe esser stata selezionata nel processo evolutivo. Ogni tanto ci sbagliamo, ma nel lungo periodo quest’atteggiamento può aver portato i nostri remoti antenati a salvarsi la vita in più di una occasione. Chi al contrario tendeva a produrre falsi negativi (magari giudicando come innocui “rami” delle vere e pericolose vipere) potrebbe non esser campato così a lungo, riproducendosi in misura minore.

Insomma: in questo caso, la natura ha premiato i fifoni.

Insisto nel dire che questa sorta di paura ancestrale dovrebbe esser “cablata” nel cervello e non influenzata da processi culturali: passato l’attimo (preconscio) di terrore, infatti, non ho troppo timore nel fare qualche passo indietro per controllare se lo “stimolo” sia o no un rettile. Lo faccio perché so che non tutti i serpenti sono velenosi, perché so che quasi sempre fuggono via, perché vedo che c’è una certa distanza tra me e lui, perché so che esistono gli antidoti e forse perché sono un po’ cosciente (curioso come qui “incosciente” sia un termine inappropriato). E quando sono cosciente vengo inondato da informazioni culturali utili e rassicuranti che mi aiutano a maneggiare la situazione con maggior tranquillità (anche se l’adrenalina ci mette un po’ prima di sloggiare davvero).

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