Road Salt (part 1): why worry about emotional scars?

Road SaltUna volta superata una prima fase di scetticismo, posso sbilanciarmi (un po’) e dire che il nuovo Pain of Salvation non è, alla resa dei conti, male. La sterzata, già anticipata dalla manciata di canzoni presenti nell’EP autunnale, verso sonorità seventies può in un primo momento risultare eccessiva e forzata. I primi ascolti possono far pensare a un disco “troppo grezzo” per i loro standard, blues, sempliciotto e banale. Col tempo si finisce invece per capire che il lavoro non è poi così minimalista e lineare, anzi. Un po’ sorprendentemente si scopre che le canzoni hanno un certo spessore e che, nei loro angoli più bui, celano insperati sprazzi di classe painofsalvationiana. Come diceva lo storico dell’arte Giovanni Morelli, la personalità dell’artista emerge dai dettagli. Ciò vale anche in questa occasione.

Rispetto al disco precedente, l’aggressivo Scarsick, Road Salt abbandona ogni deriva metallica per scegliere la via di un rock antico e sanguigno, velato di blues nelle parti più semplici e di vecchio progressive in quelle più drammatiche (Sisters, Where it hurts), arricchendo i brani di improvvisi preziosismi tecnici, come nel valzer morboso e decostruito di Sleeping Under the Stars (che potrebbe benissimo esser fischiettata da uno dei diavoli di Bulgakov) o nel tira-e-molla schizofrenico di Curiosity.

Road salt è passionale, sensuale e sessuale (negli espliciti testi), contiene qualche passaggio superfluo (Tell me you don’t know e, forse, Of Dust) e un paio di splendide ballad: la già citata Sisters, che sfrutta vecchi trucchi per creare un’atmosfera sofferta, e la delicata ninna-nanna pop di Road Salt, cantate da un Gildenlow sempre più maturo e versatile. Nel mucchio si segnalano inoltre la buonissima Linoleum, solido pezzo rock zeppeliniano, e la lunatica Darkness of mine, che sembra a tratti scherzare con le aspettative dell’ascoltatore. Che poi è l’atteggiamento del disco nel suo complesso, a ben vedere. Non il loro miglior lavoro, ma neanche la delusione cui accennano molti.

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2 pensieri su “Road Salt (part 1): why worry about emotional scars?

  1. non ero molto convinto di volerlo ascoltare, dato che sono stato fan sfegatato dei PoS fino a Be.
    ho avuto un po’ il timore che per loro fosse finito il periodo migliore.
    alla fine, credo che lo ascolterò comunque, sperando di non rimanerci male.

    • probabilmente il periodo migliore è davvero finito. o, mettiamola così, nel loro “vecchio genere” hanno detto tutto quel che dovevano dire. questo nuovo corso rock, però, per me non è privo di fascino (anche se magari non si toccheranno più le vette degli anni passati)

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