Siamo qui… perché siamo qui (e non quo, e non qua)

Gli Anathema tornano a pubblicare un disco dopo sette anni di tentennamenti, posticipazioni e concerti acustici in localini intimi di mezzo mondo. We’re here because we’re here (dal titolo che mi rimanda inevitabilmente a Roll the bones dei Rush) appare fin dalle primissime note come un lavoro in cui speranza, luce e vitalità giocano ruoli decisivi, ben al di là di ogni possibile aspettativa. Se avete amato Alternative IV e i dischi precedenti, sappiate che qui siamo sull’altro versante. Qui non ci si suicida manco se ci pagassero, né si rimpiange alcunché, qui non ci si deprime in stanze buie in compagnia di una bottiglia di vino, qui non si perde tempo a frignare sugli amori andati e su quel che poteva essere e non è stato. We’re here è al contrario una specie di inno alla vita e al contingente (appunto), sinuoso nel suo incedere, delicato, spudoratamente malinconico e di una positività allarmante. Se offrivi una scogliera con precipizio sul mare agli Anathema di quindici anni fa, loro l’avrebbero sfruttata al volo  come trampolino di lancio verso il Grande Nulla. Ti butti giù e ciao ciao mondo crudele (ancora, un’immagine dai Rush: quelli del capolavoro The pass). Adesso vi si metterebbero a sedere, le gambe a penzolare a cento metri sul livello del mare, per osservare estasiati la poesia (coff, coff) di un qualche tramonto.  Magari fischiettando il ritornello mieloso (ma sì, caruccio) di una Dreaming light (suddenly life has new meaning/suddenly feeling is being). Con una lametta, all’epoca, avrebbero intaccato i polsi per vedere fin dove ci si poteva spingere prima di, prima di. Oggi l’utilizzerebbero per ritoccarsi il pizzetto. Una bottiglia di vino, quindici anni fa, si sarebbe trasformata in una solitaria e disperata sbronza. Oggi, probabilmente, è una scusa per sciorinare le proprie qualità di sommelier in qualche ristorante raffinato. Le persone cambiano… ma così tanto?

We’re here è – spero si sia capito – un disco che completa il viaggio “verso la luce” (o verso le canne) intrapreso con l’ormai lontano e meraviglioso A fine day to exit. Mette in mostra qualche buon pezzo, come l’iniziale e suggestiva Thin Air, con la sua trascinante esplosione, o Universal, ma nel complesso dà l’impressione di essere troppo diluito e insipido. Qua e là echeggiano melodie e suoni del bel tempo che fu, ma si tratta di fugaci flashback subito riassorbiti da qualche imponente tappeto di tastiere o dal fraseggiare ossessivo e ruffiano di una chitarra. E’ vero che le canzoni sono state scritte sette/cinque anni fa, ma proprio perché di tempo né è passato parecchio era lecito aspettarsi qualcosa di più. Questo è un disco che, sospetto, avrà vita molto breve.

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