Non è la materia, è il movimento

We can only grow the way the wind blows
on a bare and weathered shore.
We can only bow to the here and now
in our elemental war.

We can only grow the way the wind blows.
We can only bow to the here and now
or be broken down blow by blow.

Rush, The way the wind blows

Chi comanda in famiglia? Ma io, tesoro!
La mamma prende solo le decisioni.

Woody Allen

In queste serate mi son messo a rileggere alcuni passaggi salienti di Anelli nell’io di D. Hofstadter. Si tratta di frasi, periodi e riflessioni che avevo sottolineato durante la prima lettura un po’ di tempo addietro.  Come si nota dal numero di pezzi che ho dedicato all’argomento, negli ultimi mesi il tema della coscienza mi ha preso parecchio. Una cotta passeggera come tante altre, insomma.  O forse no.

Cos’è la coscienza? Come si è formata? E’ solo un’illusione? Perché io sono io? Sono io che decido di scrivere, ora? Etc, etc. Questo vorrebbe essere un post definitivo in cui (mi?) chiarisco meglio la mia posizione al riguardo, posizione che è sintesi e rielaborazione delle cose che ho letto ultimamente sull’argomento.

Il fatto anomalo è che ci sono volte in cui mi metto a pensare alla questione più del dovuto, nei posti più bizzarri. Succede e, come vedremo, non posso oppormi. Non posso farci granché. E’ proprio una cotta.

Qualche settimana fa, per esempio, ho passato alcuni giorni a Parigi. Nella capitale francese, a causa del lungo camminare e del poco dormire, mi sono venuto a trovare in una condizione di estrema stanchezza mentale (e fisica).

E’ in quei momenti di basso livello d’attenzione che mi capitava di udire frasi uscite dalla mia bocca e di valutarle a posteriori come fenomeni improvvisi, “oggetti” indipendenti che io non avevo avuto intenzione di creare (1). Queste frasi erano saltuariamente non del tutto adeguate alla situazione in cui mi trovavo. Oblique rispetto alla realtà circostante o ai dialoghi che ero tenuto a sostenere. Io le pronunciavo e, dopo averne preso atto grazie alle orecchie, subito dopo mi chiedevo perché tali sequenze di parole fossero uscite dalla mia bocca (erano mie?), dal momento che non ero stato io a progettarle. A posteriori, pensavo: perché ho detto questa sciocchezza? volevo davvero dire ciò che ho detto? e c’entra qualcosa ciò che ho detto con la situazione contingente?

La cosa mi ha incuriosito molto e ci ho rimuginato parecchio sopra (da riposato), cercando di inquadrare il fenomeno all’interno delle teorie controintuitive di Hofstadter e di Dennett. Perché da stanchi – o da ubriachi – le parole sembrano uscire più liberamente dalla nostra bocca senza che ci sia una premeditazione da parte nostra?

La soluzione che mi pare più logica dopo tutto ciò che ho letto e assimilato, anche se a prima vista può sembrare assurda e contraria a quel che sentiamo, è questa:

Quel che dico non è mai il reale frutto di una volontà che si trova a monte. Ho solo l’illusione che lo sia. Io credo di pensare e dire ciò che voglio. In realtà è ciò che penso e ciò che dico che crea costantemente me.

Prendiamola larga.

L’idea che alla fine sono giunto ad accettare è che i miei discorsi – i miei pensieri – sono strettamente e inevitabilmente vincolati agli stimoli ambientali. Sono necessari. Non vedo altre soluzioni plausibili. I miei discorsi sono riflessi condizionati, reazioni automatiche a input forniti dal mondo che circonda la mia materia cerebrale. Ma non sono solo questo, ci mancherebbe, dal momento che io non sono né un termostato né un girasole. Al contrario di tali sistemi, infatti, io ho ricevuto in regalo dall’evoluzione un cervello complesso, plastico, capace di costruire simboli (i concetti). “Io posso” crearmi un mondo interno, e le “mie” azioni (reazioni) devono confrontarsi anche con esso. Un termostato, un tostapane o un girasole non hanno un mondo interno, perché sono sprovvisti di un sistema sofisticato di (auto)percezione e di creazione di simboli come il mio.

Come si crea questo mondo interno di simboli? E’ presto detto. I miliardi e miliardi di input cui ho reagito durante la mia esistenza (il volto della mamma, l’orsacchiotto di peluche, il colore viola, Toxicity dei System of a Down, il mare di Tallinn, i capelli di quella ragazza etc) hanno impresso nel mio cervello complesso miliardi e miliardi di simboli con cui i miei discorsi – i miei pensieri – devono relazionarsi prima di essere esternati (o “pensati”). Tali input secondari, con le loro interazioni, sono a loro volta causa di altri simboli, che sono causa di altri simboli ancora, e così via. E’ in questo modo che si crea la mia, e la nostra, elusiva interiorità. Quella cosa che ci pare inafferrabile e infinita. Il loop di Hofstadter.

Ciò che voglio dire è che, in sostanza, quando noi parliamo – o pensiamo, o agiamo – sotto sotto siamo ancora un rudimentale sistema di risposta automatica o, meglio, siamo un immenso miscuglio di minuscoli sistemi di risposta automatica. Siamo vincolati all’ambiente, siamo un effetto necessario della natura. Ma, al contrario di una zanzara o di un termostato o di un girasole, il nostro ambiente non è rappresentato solo dal “mondo là fuori”: è costituito (soprattutto?) dai miliardi e miliardi di simboli che abbiamo introiettato durante l’esistenza. Essi vincolano inevitabilmente il nostro agire. Essi, con la loro frenetica danza, ci fanno essere noi.

Questo vivace ballo interiore ci fa apparire assai più complessi di quella zanzara. Non mi sognerei mai di sostenere il contrario. Ovviamente siamo molto più complessi di una zanzara, anche se a ben vedere tutti quei simboli di cui il nostro cervello è colmo sono – ancora una volta – causati dall’esterno. Non abbiamo deciso noi di crearli. Si sono creati, come tanti movimenti di girasoli in risposta al passaggio del sole stesso. In una maniera o nell’altra, direttamente o per vie secondarie, è dunque sempre l’ambiente che ci vincola.

Nel tentare di opporci alla Natura noi, nell’atto stesso di farlo, operiamo secondo le leggi della Natura            (Goethe)

Noi non decidiamo. Non nel modo che comunemente diamo per scontato. Ciò che ci sembra di decidere è, invece, un’inevitabile risposta dalla quale non possiamo sottrarci, un comportamento automatico vincolato dall’ambiente esterno e da quello interno (formato a sua volta dall’esterno). “Decidiamo” di decidere ciò che è già deciso “giù in officina”, come direbbe Stephen King.

Come disse Philip K. Dick:

Spinoza saw … that if a falling stone could reason, it would think, ‘I want to fall at the rate of thirty-two feet per second per second.’

Le nostre innegabili diversità caratteriali e il nostro multiforme modo di agire sono dunque dovuti al fatto che – ovviamente – ognuno di noi durante la vita si forma un set diverso di simboli, perché ognuno di noi fa diverse esperienze. Non esistono due persone che si comporterebbero sempre allo stesso modo nelle medesime situazioni (2). Ma, per tutto ciò che ho detto sopra, non si tratta di libero arbitrio. Anche se può sembrare che lo sia, e ci fa parecchio comodo ed è gratificante pensarlo, siamo solo guidati dagli input differenti che incontriamo. Siamo conseguenze dell’ambiente: noi e le nostre azioni. Siamo uno sterminato campo di girasoli sotto un cielo d’infiniti soli-stimolo che fuggono via nelle più impensate direzioni. Siamo tutto il campo, non i singoli girasoli.

Tornando a Parigi, dopo questa lunga digressione: perché avevo l’impressione (talvolta) che le parole mi sfuggissero di bocca?

Dennett direbbe che non ero in grado di esercitare la giusta censura sui “folletti”-parole che arrivano da qualche parte (“il pandemonio”) dentro di me e che “mi fanno” dire le cose. Ma ciò implica che io abbia un ruolo attivo, o almeno, mi suona così. Io non credo che si tratti di mancanza di censura. Non credo di avere un ruolo attivo, e in questo mi trovo più d’accordo con Hofstadter. Credo che, più banalmente, stanchezza (e alcool) disturbino la comunicazione tra mezzi di percezione e formazione di simboli. Così  in tali circostanze il mio comportamento “automatico” è “adeguato”, sì, ma ad una situazione mal percepita o fraintesa. In sé il mio comportamento è sempre giusto e appropriato:  in questi casi è solo relazionato a un ambiente (interno e esterno) non perfettamente percepito.

Se ammettiamo che stanchezza e alcool provochino disturbi di percezione non continuativi (il che per me è plausibile), ondate di assenza di segnale, rumori temporanei nella comunicazione, è nei momenti di recupero di energie o di recupero di lucidità, nei momenti in cui torniano a percepire il mondo (anche quello interno) nel modo appropriato (secondo gli standard, secondo ciò che abbiamo appreso) che ci voltiamo indietro e giudichiamo inadeguato, e sorprendente, ciò che abbiamo appena proferito. E’ questo, credo, che mi succedeva a Parigi.

Se il mondo mi pare B, mi comporterò in maniera consequenziale B1. Ma quando ritorno a vederlo normalmente come A, il comportamento B1 mi sembrerà illogico se relazionato a A1 (conseguenza di A).

(mi torna a mente la divertente storia che mi raccontò un amico una volta. c’è lui che sta rincasando dopo una notte a forti tinte alcoliche. è molto tardi. di fronte alla porta di casa, cerca di infilare la chiave nella serratura – senza riuscirci al primo colpo. fa un gran baccano, ma poi riesce ad aprire. quando entra sente i genitori, un po’ allarmati, chiamarlo dalla loro camera da letto: “Lorenzo?”. lui sente pronunciare il proprio nome e risponde con un bizzarro “… PRONTO?!”, chiedendosi un istante dopo perché mai abbia risposto in maniera così stupida. non sarei stupito se scoprissi che in quegli attimi il suo mondo interno, confuso con quello esterno, stesse girando attorno al ricordo o al proposito di fare o ricevere una telefonata)

Tornando alla famosa zanzara: se il suo sistema di percezione è lesionato e, mettiamo, gli fa scambiare il marmo di Carrara per pelle animale, essa proverà senza successo a infilzare una superficie troppo dura. In questo caso la risposta di fronte all’appetitoso marmo è coerente col suo sistema di percezione alterato. Se per magia potesse guarire e potesse venir dotata di un cervello sufficientemente potente, noterebbe la discrepanza tra il prima e il dopo e si chiederebbe “perché diavolo volevo estrarre sangue da una pietra? Dio mio: sono o no un’imbecille?”.

Si potrebbe fare un discorso simile per i sogni, a ben vedere, ma andrei troppo per le lunghe.

In estrema sintesi, per chiudere, ribadisco una volta per tutte ciò che penso sulle questioni principali poste dal “problema della coscienza”:

  • la mia posizione nei riguardi del dualismo non è dogmatica, così come non lo è la mia posizione nei riguardi di Dio. Se un giorno Dio si manifesterà e fornirà prove certe della sua esistenza, io cambierò idea sulla sua esistenza. Se un giorno vedrò un unicorno scorrazzare nel bosco, io comincerò a credere agli unicorni. Se un giorno, tornando al discorso sul mentale, ci saranno prove che la mente è altra cosa rispetto alla materia, prenderò in considerazione la novità. Per adesso, tutto gioca contro Dio, contro l’unicorno e contro “lo spirito” che infesterebbe il nostro cervello. Non ci sono prove su Dio, non ci sono prove sull’unicorno. Non ci sono tracce di quel fantasma nella macchina che dovrebbe differenziare, tra le altre cose, la nostra mente da quella degli altri animali (e in che misura?). Non c’è nessun èlan mental. Un’anima immateriale porterebbe, tra l’altro, un sacco di problemi da affrontare: chi ce l’ha donata? quando entra in noi? quando se ne va davvero? come può un qualcosa di immateriale muovere un qualcosa di materiale? E’ molto più razionale (ma forse non così intuitivo) pensare che la mente umana sia “solo” il risultato di un’evoluzione che l’ha resa, a partire da sistemi più semplici, tremendamente più complessa (si veda anche Il gene egoista di Dawkins). La mente deriva dalla materia: non vedo come possa essere altrimenti. E’ il movimento (i pattern di Hofstadter) che poi la rende così speciale, così com’è la sinfonia a rendere speciali centinaia di note che, prese singolarmente, non avrebbero alcun impatto emotivo.
  • parlare di anima (non in senso dualistico), di coscienza, di io o di autocoscienza per quanto mi riguarda significa designare più o meno la medesima (illusoria, ma comoda) entità.
  • i qualia non esistono. Dennett in Coscienza spiega in maniera perfetta perché l’evoluzione non ne ammette l’esistenza. Mai letta una dissertazione tanto convincente sull’argomento.
  • se l’io, l’anima o la coscienza sono un (epi)fenomeno illusorio frutto dell’evoluzione (come credo: esso ci aiuta a percepirci come unità e come entità separata rispetto all’ambiente e ci porta un sacco di altri vantaggi) (3), non è detto che ciò debba essere un male. Riflettere su queste questioni e arrivare fino a certe profondità può essere di per sé sconvolgente ed è molto interessante, ma tutto può chiudersi lì. E’ solo un altro livello a cui analizzare il problema. Voglio dire: siamo agglomerati di atomi provenienti da stelle esplose, siamo (inconsce) macchine per la sopravvivenza del nostro DNA, siamo robot che reagiscono in automatico agli stimoli ambientali illudendosi di avere un libero volere, siamo un continuo movimento non deterministico di particelle elementari, siamo neuroni che scaricano o non scaricano (le poche cellule che comandano tutte le altre cellule del corpo: siamo una dittatura? siamo un’oligarchia?), siamo cervelli grigi e gelatinosi e disgustosi, siamo il risultato di un numero incalcolabile di eventi casuali, siamo uno dei possibili risultati di uno dei possibili Big Bang in uno dei possibili Universi. Ciò rende la vita più arida e non meritevole di essere vissuta? No. Sono solo altri livelli d’osservazione. E, di solito, nelle esperienze quotidiane, non ci interessano un granché, come non ci interessa di solito sapere che la Divina Commedia è composta da migliaia di lettere dall’alfabeto. Nella mia visione laica della questione, non vedo perché il fatto di non possedere un io, o un’anima immateriale che mi renda speciale, o un libero arbitrio, debba buttarmi giù o spingermi al nichilismo. Al livello medio, al nostro livello che si trova a metà strada tra la fisica quantistica e il mistero infinito dell’Universo, son tutti elementi, anche interessanti, che nella pratica possiamo trascurare senza alcun problema di sorta.
  • “se il libero arbitrio non esiste, perché punire uno stupratore? In fondo, si potrebbe dire, non è davvero lui a compiere quell’orrenda azione. Le vere colpevoli sono quelle bastarde delle sue cellule. O la bastarda della Natura”. Ho due risposte a questa possibile obiezione. 1) (come dice Hofstadter) fare finta che il libero arbitrio esista fa andare avanti la società piuttosto bene, quindi in tal senso è meglio che le cose non cambino. E’ un’utile convenzione sociale. 2) in una visione più gelida della questione, a un altro livello, si potrebbe lo stesso pensare di limitare l’azione di una “macchina difettosa”: se la Mercedes fa uscire un’auto che non frena e che mette a rischio l’esistenza di una moltitudine di persone, la ritira dal mercato il prima possibile onde evitare guai. Le prigioni sarebbero dunque grossi parcheggi recintati di Mercedes difettose, da aggiustare o, chissà, irrimediabilmente compromesse.

————

(1) A meno che, ovviamente, io non abbia una qualche strana anomalia mentale. O che io sia uno zombie, al contrario di tutti voi.

(2) Anche due gemelli sviluppano personalità diverse: nella loro vita essi incontrano diversi universi di stimoli.

(3) Ho letto diverse cose che spiegano abbastanza bene come la coscienza umana possa essere sorta parallelamente al linguaggio in un contesto evolutivo.

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8 pensieri su “Non è la materia, è il movimento

  1. Bell’articolo! :-)
    Sulla questione delle Mercedes difettose, mi viene da pensare che non sia corretto parlare di difetti o guasti, perché implicherebbe che ci fosse un modello corretto e quindi dei modelli che non rispettino la correttezza.
    Ma se ragiono in parallelo con l’idea della teoria dell’evoluzione, dovrei pensare che quello che è considerato un’anomalia o un difetto, perché diverso dalla moda, sia una mutazione, una specie di possibile seme di una nuova evoluzione. Quando l'”anomalo” viene “ritirato”, è perché non riesce a superare il test di compatibilità con il resto dell’ambiente. Il ritiro quindi, è l’effetto di un inserimento nell’ambiente che non ne ha permesso l’integrazione con esso.

    A questo punto, il crimine ed i comportamenti devianti non sarebbero che possibili mutazioni della società (sottosistema complesso di quello della natura, formato da insiemi di specie umane :-D ) e, dipenderebbe dal resto dell’ambiente il fatto che essi vengano integrati in essa, oppure no.
    Questo cambia a seconda dell’ambiente più vicino alla mutazione (o, meglio, alle caratteristiche ambientali di quel “luogo”. Considero l’ambiente un continuo le cui caratteristiche variano in modo sfumato.), cosicché ad esempio, in Italia, mutazioni della società come la corruzione e lo sfruttamento dei deboli riescono ad integrarsi e quindi a sviluppare nel sistema influenzando tutte le sue parti, mentre in altri “luoghi”, ciò non accade.

    Quindi, anche i discorsi sul giustizialismo, secondo quest’ottica, cambierebbero. Secondo un giustizialista, è molto importante che le mutazioni si estinguano mediante il ritiro, deciso (almeno lui crede) da organismi centrali. Al contrario, chi ha un approccio al sistema della giustizia più libertario, penserebbe che le mutazioni finirebbero da sole sulla via dell’estinzione se, secondo quella che crede essere la morale, si trattasse di mutazioni dannose. Ma ammetterebbe la possibilità che una mutazione possa anche essere evolutiva, e quindi positiva, sempre secondo quella che crede essere la morale. Tutto questo, avendo fiducia nelle capacità auto-equilibranti della natura.

    • “Sulla questione delle Mercedes difettose, mi viene da pensare che non sia corretto parlare di difetti o guasti, perché implicherebbe che ci fosse un modello corretto e quindi dei modelli che non rispettino la correttezza.”

      In effetti il discorso può non essere stato chiarissimo, ma io mi riferivo a “macchine organiche” (livello d’osservazione basso) che al livello d’osservazione alto, quello del nostro benessere, delle regole sociali e del quieto vivere, quello delle norme che fanno funzionare la società, sono dannose perché non capaci di seguire tali norme, regole, abitudini, comportamenti. Parlando di evoluzione, in questa visione delle cose diciamo che a posteriori le norme sociali fungono da selezione naturale, confinando ed emarginando la “macchina organica” “difettosa” (secondo criteri imposti dall’alto). Il modello è corretto perché favorisce l’organizzazione e il benessere della cosa sociale, sarebbe questo il criterio di selezione.

      “A questo punto, il crimine ed i comportamenti devianti non sarebbero che possibili mutazioni della società (sottosistema complesso di quello della natura, formato da insiemi di specie umane :-D ) e, dipenderebbe dal resto dell’ambiente il fatto che essi vengano integrati in essa, oppure no.
      Questo cambia a seconda dell’ambiente più vicino alla mutazione (o, meglio, alle caratteristiche ambientali di quel “luogo”. Considero l’ambiente un continuo le cui caratteristiche variano in modo sfumato.), cosicché ad esempio, in Italia, mutazioni della società come la corruzione e lo sfruttamento dei deboli riescono ad integrarsi e quindi a sviluppare nel sistema influenzando tutte le sue parti, mentre in altri “luoghi”, ciò non accade.”

      Discorso interessante (anche quello più sotto). Potremmo dire che abbiamo pian piano sviluppato criteri di selezione – secondo la nostra morale – meno rigidi, forse perché le “mutazioni” si son presentate in un numero così eccessivo da influenzare la selezione stessa, fatta anche da “macchine mutate”. E’ un argomento che necessiterebbe di un saggio :)

  2. ok..ti rispondo di qua :)

    Mi fai venire in mente un’esperienza particolare che mi è capitata un paio di anni fa. Dopo una serie di abusi del mio cervello più o meno illegali, stavo tornando a casa e mentre mi dirigevo verso la stazione della metro ho avuto l’impressione di avere la consistenza di un palloncino d’aria (ero leggerissimo) e di essere letteralmente _tirato_ da un cavo che avevo piazzato nel centro della fronte…insomma, non ero IO che decidevo dove stavo andando. Li per lì mi sono spaventato ed infatti continuavo a ripetere all’amica che era con me che non ero io che stavo andando…dove stavo andando :) – In realtà il tutto lo spiego con: a – non ero lucido. b – ho letto troppi libri di PKD. c – conoscendo la strada a memoria ho semplicemente messo il pilota automatico ed ero in una sorta di multitasking…ovvero, camminavo senza stare attento alla strada e mi sono concentrato sulla chiacchera con l’amica mia. Fino a quando ad un certo punto mi sono immerso in tutte e due le attività contemporaneamente. Presente quando guidi una macchina (su una strada che conosci, e non c’è traffico) e da un momento all’altro ti ritrovi ad aver fatto 20 km senza rendertene conto? Più o meno una cosa del genere…

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