Indicare è da maleducati? Naaa. E’ da gente con una certa ambizione.

Qualche settimana fa avevo scritto un breve post di meraviglia sul fatto che trovassi molte analogie tra alcune cose che stavo leggendo e la serie TV di Dr. House. Adesso sono alle prese con La donna che morì dal ridere del neurologo indiano V. S. Ramachandran e posso dire senza timor di smentita che gli autori del prodotto televisivo hanno certamente tratto forte ispirazione, tra le altre cose, proprio dalle idee di Ramachandran stesso. Lo si nota dal metodo di lavoro sherlockholmsesco che lo scienziato utilizza ed esalta (e si sa che la figura del dottore col bastone si rifà per diversi aspetti a quella del personaggio di Doyle) ma, soprattutto, dalle idee che House sfrutta per risolvere i propri “puzzle”. Alcune di esse sono proprio idee di Ramachandran, come nel caso citato da Wikipedia:

In the episode “The Tyrant” of the television show House, M.D., Dr. House cures phantom limb pain using Ramachandran’s mirror box.

Ho cominciato il libro di Ramachandran un paio di sere fa. E’ molto acuto e sorprendente e, se avrò voglia, ci tornerò in seguito (1).

Qui volevo solo sottolineare una relazione che credo interessante tra un paio di questioni che ho trovato su due libri diversi: La donna che morì dal ridere, per l’appunto, e Chi siamo del duo padre/figlio Cavalli-Sforza.

Ramachandran dice che

molti pazienti affetti […] da discalcolia [incapacità di fare calcoli, NdG] presentano anche un altro disturbo, l’agnosia digitale: non sanno dire il nome del dito che il neurologo indica e tocca. E’ solo una coincidenza che la capacità di operazioni aritmetiche e la capacità di identificare le dita siano localizzate in aree cerebrali adiacenti, o il fenomeno è connesso al fatto che tutti noi impariamo a contare nella prima infanzia servendoci delle dita? […] E’ possibile che […] durante la fase di apprendimento le due funzioni vengano espletate <<a stretto contatto di gomito>> e siano interdipendenti […].

D’altra parte, in Chi siamo il genetista Cavalli-Sforza ipotizza l’esistenza di una lingua ancestrale, parlata dal primo gruppo dei nostri lontanissimi antenati, che sarebbe alla radice di tutti i linguaggi moderni:

Vi è stata un’unica lingua nel passato dell’umanità? Molti si rifiutano ancora di considerare il problema, ritenendo che la velocità di evoluzione delle lingue sia troppo grande per potervi rispondere. Ma Greenberg […] ha cominciato a dare una risposta, dimostrando che esiste almeno una radice che sembra comune a tutte le lingue: l’etimo tik.

Cavalli-Sforza ricorda che in Nihosahariano tok-tek-dik significava “uno”. In Caucasico (sud) titi e tito significavano “dito” e “singolo”. In Uralico ik-odik-itik stavano per “uno”. In Indoeuropeo dik-deik era “additare”. In Giapponese te stava per “mano”. In Eschimese tik era “dito indice”. In Sinotibetano tik aveva il significato di “uno”. In Austroasiatico ti voleva dire “mano” e “braccio”. In Indopacifico tong-tang-teng aveva il significato di “dito” o “mano” o “braccio”. In Na-Dene tek-tiki-tak era “uno”. In Amerindio tik significava “uno”.

Trovo emozionante e piena di significato la connessione tra questi due fatti, la prossimità cerebrale delle funzioni di calcolo (e “senso dei numeri”) e del riconoscimento delle dita con la scoperta che i nostri lontani antenati avessero cominciato a comunicare tra di loro utilizzando – non a caso – espressioni per contare o additare.

Il bambino che oggi impara a contare con le dita ripercorre assai velocemente le stesse tappe dell’homo sapiens giovane, che cercava di comunicare con gli altri proprio come fanno inizialmente i piccoli di oggigiorno (non è difficile farsi venire a mente l’immagine dell’infante che ancora non sa parlare e che, per esprimersi, indica le cose (2)).

Tutto questo mi ricorda, ancora una volta, come pensiero (mente), cervello e linguaggio siano sempre strettamente collegati: l’idea è che l’evoluzione abbia favorito il loro progressivo “venirsi incontro”, rendendoli in maniera parallela  e interdipendente sempre più complessi. In cervelli adatti e selezionati, il pensiero (la mente, la coscienza) è probabilmente cresciuto assieme al linguaggio, gradualmente interiorizzato, a partire da basi elementari come l’indicare o il contare. Dal semplice all’estremamente complesso: è la storia dell’evoluzione dell’uomo, è la storia dell’evoluzione della sua mente.

Non succede lo stesso fenomeno nei bambini? Non cominciamo a “pensare” davvero e ad avere una “coscienza”  (un’anima) quando cominciamo a parlare e a parlare a noi stessi? Non cominciamo a ricordare solo quando questi pensieri (prima assenti) iniziano a fissarsi, a sedimentarsi, a rimanere come “oggetti linguistici” memorizzati?

Non ho ovviamente le risposte. Nell’attesa, però, mi fiondo su un cono gelato al cioccolato.

——–

(1) Ramachandran è fenomenale nel trasmettere il proprio senso di meraviglia di fronte alle anomalie del cervello (e della mente) umano. Questo è uno di quei libri che si vorrebbero citare per intero, ricchi di storie stupefacenti che non possono non essere condivise. Scoprire, è solo un esempio tra tanti, che il sorriso “ipocrita” e il sorriso naturale sono mappati in due diverse aree cerebrali (il primo è un gesto meccanico, il secondo una reazione istintiva situata in una parte del cervello “più antica”) non è… sensazionale?

(2) Mi viene a mente anche un recente e buffo dialogo con un bambino che alleno.  Ad un certo punto mi si avvicina, visibilmente infastidito.”Gianluca, Gianluca! Paolo mi dà fastidio!”. “Che ti fa?”, gli chiedo. “Mi indica”. Ho riso di gusto, pensando a quante volte la mamma gli avesse ricordato che “non si indica, perché non è maleducazione”.

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