Una mostra di zombi mezzi matti

copertina dell'edizione in lingua originale de "La donna che morì dal ridere"

Si è calcolato che i potenziali neurostati (le permutazioni e combinazioni d’attività teoricamente possibili) superino il numero delle particelle elementari dell’universo.

Vilayanur S. Ramachandran

C’è una donna che riempie le lacune della propria vista con i personaggi dei cartoni animati. Vede Bugs Bunny seduto sulle proprie ginocchia. Osserva Fred Flintstone camminarle di fianco lungo la strada. Un’altra, invece, contempla versioni a fumetti delle persone che conosce da sempre, come se vivesse dentro un film girato con la tecnica dell’interpolated rotoscoping. C’è una bibliotecaria che comincia a ridere, a sghignazzare in modo irrefrenabile. Fino a morirne. Ci sono soggetti che non riescono a immagazzinare nuovi ricordi e che restano ancorati a un eterno passato.  Laggiù è rimasta la loro vita. C’è un uomo dal braccio amputato che sente le unghie della mano fantasma conficcarsi dolorosamente nel palmo fantasma. E urla fino a impazzire per un evento che nessuno vede avvenire. C’è un uomo, anche, che prova intensi orgasmi nel piede fantasma. C’è una bella neurologa senza braccia che si vede gesticolare mentre parla. C’è un architetto che non sa sorridere volontariamente, a comando, ma il cui sorriso spontaneo è invece gioioso come sempre. C’è un mutatore che sente che le proprie sensazioni tattili si originano dalla scrivania che ha davanti: quando la accarezzano, accarezzano lui. C’è una ragazza cieca che – inconsapevolmente – compie azioni complesse che di solito richiedono la vista. C’è un uomo che ha continue allucinazioni visive, in ogni ora del giorno, che scompaiono appena chiude gli occhi. C’è una professoressa che si disinteressa di tutto ciò che sta alla propria sinistra. Disegna solo il lato destro di un fiore, mangia solo ciò che si trova nella sezione destra di un piatto di pasta. E’ la stessa donna, solitamente molto lucida, che cerca di afferrare oggetti dentro uno specchio posto sulla destra. C’è un uomo che applaude con una mano sola, credendo che il suo braccio sinistro paralizzato funzioni perfettamente. Lui lo vede funzionare. E c’è un’altra donna, con lo stesso problema, che afferma che il proprio braccio paralizzato in realtà appartiene al fratello (1), anche se riconosce benissimo che è attaccato alla propria spalla. C’è un uomo che, quando si alza dalla sedia, si volta indietro per controllare di non aver abbandonato metà del proprio corpo dietro di sé. C’è un giovane ragazzo, molto intelligente, che crede che i suoi genitori siano impostori. Sosia. Simulacri. C’è un uomo che afferma di essere morto, di puzzare di carne putrefatta e di essere ricoperto di vermi. C’è un signore che vede ovunque, in ogni volto che incontra, la stessa persona. C’è uno studioso che entra in contatto con Dio dopo essersi attivato i lobi temporali con uno stimolatore magnetico. C’è un ragazzo ritardato che, senza guardare orologi, vi dice l’ora esatta (completa di secondi) in qualunque momento del giorno gliela chiediate (e talvolta la mormora anche mentre dorme). E così via.

Sto forse parlando dei personaggi dei vari libri di Philip K. Dick (2)? Potrebbe essere. Eppure no, non stavolta. Questa non è fantascienza, neanche quella psicoincasinata del maestro di Chicago. Questi sono, invece, solo alcuni dei sorprendenti casi clinici presentati in La donna che morì dal ridere dal neurologo di fama internazionale (3) Vilayanur S. Ramachandran. Con molta ironia e con abilità narrativa, lo scienziato utilizza tali anomalie, dai risvolti spesso drammatici, per parlare del funzionamento del cervello e delle sue parti e per descrivere le connessioni tra roba cerebrale e mentale. Ogni considerazione esposta si basa sul risultato di test e verifiche sperimentali: quando non è così, quando si lascia andare alla mera speculazione, Ramachandran ha (al contrario di altri) il buon gusto di renderlo ben presente.

La donna che morì dal ridere (Phantoms in the Brain) è, come tutti i libri che parlano del cervello e del suo comportamento, un libro sconcertante. Perché demolisce la stragrande maggioranza delle intuizioni che possiamo avere sul nostro modo di agire e pensare, dimostrando che abbiamo un’innata, radicata, resistente e utile tendenza ad autoingannarci su una molteplicità di questioni. Ci raccontiamo un sacco di frottole: per il nostro bene, s’intende.

Queste cose non mi lasciano indifferente. Tutt’altro. Mentre scorrevo le pagine, rapito dai misteri della mente umana, avevo la netta sensazione che il mio punto di vista sulla condizione umana si facesse, pian piano, sempre più “maturo”, “ampio”, “consapevole”. Qualcosa del genere. Stavo facendo un passo indietro rispetto a tutto. Uscivo dal sistema.

Non so come metterla senza dar l’idea di voler assumere le sembianze di un irritante paladino del new-age, o senza dar adito a sospetti su ciò che ho fumato di recente, ma ho la netta sensazione che questo materiale ti offra davvero una prospettiva più ampia su ciò che rappresentiamo come esseri umani e su come ciò che esperiamo sia in realtà (quale realtà?) assai diverso da ciò che succede (dove?) (4). In breve, mi rendo conto che molte delle questioni che per secoli hanno tormentato i più grandi filosofi (si pensi alla rivoluzione di Kant o alle perenni discussioni tra empirismo e razionalismo) possono trovare nella neurologia sperimentale una risposta, se non definitiva, almeno più solida e verificabile.

Il cervello è una cosa ipercomplessa, come ricorda la citazione che ho posto in apertura. Se è vero che Ramachandran ci obbliga a guardare i suoi casi sorprendenti, egli non dimentica di sottolineare che tutto ciò è un pretesto per spiegarci come funzionano i nostri encefali. In questa nuova visione, credo, il concetto di “sanità mentale” ha contorni sempre più sfumati. Come mi venne in mente leggendo Noi Marziani (ancora di Dick), la follia è solo un passo più in là. O qualche grado sopra. E’ una connessione neurale nuova o rinforzata. E’ una via cerebrale interrotta per un’inezia. E’ una tendenza solo un po’ più marcata.

Se immaginiamo, per giocare, che ognuna delle sindromi narrate nel libro corrisponda a una manopola che può essere posizionata su dieci gradi d’intensità (1: sindrome quasi nulla; 10: sindrome al massimo livello di potenza), credo che ognuno di noi abbia più di una manopola sistemata su posizioni intermedie. Ognuno di noi considerati “normali”, in sostanza, ha le sue piccole sindromi dovute a differenze di connessione, attivazione e funzionamento delle regioni cerebrali. Si tratta di sindromi abortite, potenziali, latenti o sottovalutate. Eppure presenti. Eppure insopprimibili.

E’ anche la distribuzione casuale di queste parziali anomalie che ci rende differenti. Leggendo Ramachandran si intuisce che, per esempio… i complottisti, coloro che credono nel soprannaturale (o in Dio), coloro che hanno problemi nell’organizzazione del discorso (io, per esempio, almeno a livello orale), coloro che millantano capacità che non hanno (è la sindrome che fa girare il mondo), coloro che riempiono le pagine dei diari con ogni dettaglio delle proprie giornate (o scrivono articoli di blog lunghi come questo), coloro che negano a se stessi di essere incapaci di compiere una certa azione, i malfidati, gli scettici ad oltranza, coloro che fanno amicizia con tutti senza pensarci troppo su, i poeti, i musicisti, gli scrittori… tutti questi, e altri ancora, hanno sviluppato la loro sindrome in potenza. Tutti hanno la manopola di una certa deviazione mentale posizionata su livelli 3, 4, 5 o 6. E non è detto che sia sempre un male. (Mi viene a mente il caso, narrato da Ramachandran, del signore che viene colto da epilessia (o qualcosa del genere) e, una volta guarito, comincia ad appassionarsi alla poesia).

Da questo punto di vista tutti, dicevo, siamo un po’ ammalati e mezzi matti. Senza che quest’affermazione suoni come la solita banalità che sentiamo in giro, s’intende (5). Voglio dire che siamo lontani dalla vera patologia, certo, ma non così distanti come di solito tendiamo a pensare. Gli eventi rafforzano certe connessioni cerebrali e ne inibiscono altre, gli eventi girano – per nostra fortuna (o no?) con moderazione – le nostre manopole e ci fanno diventare ciò che siamo, con le nostre varie abilità, predisposizioni, passioni e credenze. Quando gli eventi ruotano le nostre manopole fino al livello 8, o al livello 9, o al 10, allora cominciamo a essere, forse, “ufficialmente” dei casi patologici. Ma il confine tra chi, per esempio, dimentica i nomi delle cose ogni tanto (eccomi!) e il disturbo dell’anomia forse non è mai così netto e scontato. Quando comincio a essere davvero “disturbato”? A livello 5? 6? 8? O forse lo ero anche prima?

In conclusione, sembra che siamo collezioni caotiche di sindromi in potenza, malformate o poco sviluppate. Tutti. Tale condizione ci spinge via da una ideale perfezione e rende assurda ogni teorica pretesa di normalità.

Forse è anche questo, suppongo, che rende le cose un minimo interessanti.

——–

(1) “La paziente mi guardò negli occhi e disse irata: <<Che cosa ci fa questo braccio nel mio letto?>>. <<Lei mi dica di chi è>>. <<E’ di mio fratello>>” o anche “<<Dottore, gli studenti di medicina mi hanno messo il braccio di un cadavere nel letto ed è tutta la notte che cerco di liberarmene!”>> (da La donna che morì dal ridere)

(2) Quando ho letto questa parte, ho subito visualizzato Philip K. Dick e gli ultimi deliranti anni della sua vita, anni in cui si riteneva il tramite di Dio e in cui scrisse migliaia di pagine di testi incomprensibili che dovevano rappresentare il messaggio del Signore per il suo Popolo:

Le alterazioni producono quella che alcuni neurologi definiscono <<personalità del lobo temporale>>. I soggetti hanno emozioni più intense e vedono un significato cosmico in eventi banali. In genere (almeno così si dice) sono boriosi e privi di senso dell’umorismo, e tengono diari dettagliati in cui registrano con cura gli avvenimenti quotidiani, una tendenza che è chiamata ipergrafia. Certi pazienti mi hanno consegnato tomi di centinaia di pagine, tutte zeppe di simboli e riflessioni mistici. Nella conversazione […] appaiono ossessivamente interessati a problemi di natura filosofica e teologica.

(da La donna che morì dal ridere)

(3) Mi pare di capire che tra le sue scoperte più note ci sia l’utilizzo del mirror box, col quale è riuscito a far scomparire il dolore all’arto fantasma a più di un amputato.

(4) E la questione posta da Dennett in Coscienza sulla differenza tra fenomenologia e eterofenomenologia. Ciò che tu mi racconti sulla tua propria esperienza è importante, ma spesso è inutile ai fini dello studio dei rapporti tra mente e cervello, perché gran parte (o tutte) le operazioni dell’encefalo operano sotto la soglia della coscienza. Per esempio, tu puoi dirmi: “io sento di decidere” e la tua posizione è ovviamente rispettabile e comprensibile. Ciò non implica che, alla resa dei conti, tu decida davvero.

(5) Ho sviluppato un’irrazionale antipatia verso tutti coloro – e sono tanti! – che amano dire di se stessi: “io sono matto!”. Sì, lo so, contraddice tutto ciò che ho appena detto. Pazienza.

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15 pensieri su “Una mostra di zombi mezzi matti

  1. fra i soggetti che non memorizzano nuovi ricordi, c’è anche il caso di Clive Wearing? avevo visto un documentario su di lui, in facoltà. davvero interessante!

  2. non mi ricordo il nome, e ora non posso controllare. era uno che aveva avuto problemi/danni all’ippocampo, comunque. Faceva una cosa e la dimenticava un minuto dopo. Eppure non dimenticava chi era, o la sua infanzia, o come si chiamano le cose etc

  3. E’ molto interessante tutto ciò, e prenderò senz’altro “La donna che morì dal ridere”.
    Mi ricorda moltissimo Oliver Sachs (“L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”, “Su una gamba sola”, “Risvegli”, questi i più noti e quelli meglio esemplificativi… nonché quelli che ho letto io, quindi gli unici di cui ti potrei parlare a ragione ;-))) . Anche lui è un neurologo di fama mondiale, ed in particolare ha formulato una visione inedita della malattia non vedendola come una menomazione ma come una maniera diversa di sfruttare le potenzialità del cervello.
    Ha una visione indubbiamente molto poetica, però i suoi studi sono stati fondamentali nella storia delle neurologia.
    Recentemente ho letto Su una gamba sola, basato sulla sua personale esperienza di quando – in seguito ad un incidente – perse la cognizione, la percezione di una delle sue gambe. Questa sorta di “epifania” al contrario – così potrei definirla – ha dato origine ad una serie di fenomeni di natura psichica che poi lui stesso ha analizzato a fondo. Interessante la sua analisi del paziente che, costretto a letto per molto tempo, vede restringersi la percezione dello spazio intorno a lui, perdendo la cognizione della vastità del mondo fuori. Una sorta di introiezione della realtà esterna insomma, con conseguente riduzione di essa.
    Vabbè… non aggiungo altro. Se ne avrai voglia potrai approfondire da solo ;-)
    P.S.: ho sempre pensato che la follia sia un qualcosa di più, anziché di meno. O meglio: il folle vede e fa cose che noi non sappiamo spiegarci perché egli parla un linguaggio diverso da quello che la comunità usa convenzionalmente. I suoi gesti significano soltanto per lui.
    Inoltre è vero che il cervello ha tante potenzialità che non usiamo abitualmente ma quando, in seguito ad una malattia, ad un trauma, perdiamo l’uso di una parte allora entrano in gioco altre parti di esso e possiamo fare cose che credevamo impossibili.
    Gyu de Maupassant diceva che il soprannaturale è solo ciò che i nostri cinque sensi non possono cogliere. Ossia nulla di fantastico, solo un qualcosa di cui abitualmente il nostro cervello non riesce ad avere cognizione.

    • :) In effetti – guarda caso! – avrei letto Sacks i mesi successivi. Nel 2010, dopo l’incontro con Rama(chandran), ho letto proprio ‘L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello’ e l’ottimo ‘Musicofilia’. Poi ho visto anche ‘Risvegli’, ispirato al suo libro. Sono arrivato a lui proprio perché Ramachandran lo cita spesso qua e là. Mi manca (tra gli altri) “Su una gamba sola”: penso che potrei leggerlo prossimamente, grazie del consiglio.

      “Inoltre è vero che il cervello ha tante potenzialità che non usiamo abitualmente ma quando, in seguito ad una malattia, ad un trauma, perdiamo l’uso di una parte allora entrano in gioco altre parti di esso e possiamo fare cose che credevamo impossibili.”

      Quando l’emisfero dominante abdica (magari a causa di un trauma o di un ictus) e il suo potere di inibizione nei confronti dell’altro viene meno, talvolta succedono le cose più strabilianti. Gente che comincia a comporre musica. Gente che fa calcoli assurdi. Gente che comincia a disegnare in maniera divina. Gente che improvvisamente ricorda i dettagli – tutti i dettagli – di una giornata teoricamente anonima che ha vissuto 40 anni prima.

      Non mi meraviglierei se un giorno qualcuno inventasse una pillola per addormentare l’emisfero censore, almeno per un po’, e liberare quelle potenzialità che oggi sono proprie solo dei savant. Ok, è fantascienza. Ma chissà. :)

  4. Beh, magari proprio così come la metti tu è fantascienza (ma quando ero piccola io anche l’idea di poter parlare con qualcuno al telefono riuscendo a vederlo su uno schermo mi sembrava fantascienza!), comunque sia anche in alcuni casi di leggera alterazione della coscienza (per uno spavento, per un malore fisico, escludendo l’uso di sostanze psicotrope ;-)) si verificano fatti particolari o si diventa temporaneamente capaci di fare cose che generalmente non si è in grado di svolgere.
    A me affascina proprio l’idea di malattia come amplificazione anziché come menomazione. Anche se poi immagino sia terribile questo “non sentirsi”, “non avvertirsi” come di consueto.
    Penso venga più naturale concentrarsi più sulla perdita in sé piuttosto che sull’acquisizione di nuove potenzialità.
    Fatto è che il cervello resta l’enigma più affascinante che ci sia.

    P.S.: un mio sogno è quello che la scienza un giorno riesca a filmare l’attività onirica, così uno al mattino si potrebbe rivedere i sogni che ha fatto come se fossero dei film. Non sarebbe fantastico? Ci sarebbe del materiale già bello e pronto per un romanzo, per un film…

    • “un mio sogno è quello che la scienza un giorno riesca a filmare l’attività onirica, così uno al mattino si potrebbe rivedere i sogni che ha fatto come se fossero dei film. Non sarebbe fantastico? Ci sarebbe del materiale già bello e pronto per un romanzo, per un film…”

      forse succederà prima di quanto si possa credere:
      http://www.npr.org/templates/story/story.php?storyId=124581153

      (ipotesi avanzata – anche questa! – in un episodio di Dr House)

      • questo esperimento è citato anche qui: http://incompetente.splinder.com/post/22509172/principio-olografico-e-psicologia-fine-del-viaggio

        “Un recente articolo sembra indicare che l’idea di “leggere la mente” di qualcuno rilevandone l’attività cerebrale e poi elaborandola grazie a un computer possa non essere pura fantascienza, come al momento può apparire una scena del telefilm Dr. House… La cosa forse più interessante nell’articolo che citavo è che si afferma che i pattern neurologici correlati alle immagini sono molto simili tra persone diverse, il che lascia spazio all’ipotesi, sia pure molto speculativa, che sia possibile in futuro associare in generale specifici pattern neuronali a specifici costrutti mentali (immagini, concetti, ecc.). Questa ipotesi rappresenterebbe un bel sostegno alle tesi riduzioniste, o no?”

        In una visione materialistica della mente (come ce l’ho io) credo che ciò sia possibile. Difficile, difficilissimo, possibile tra 200 anni… ma possibile.

  5. Ho letto l’articolo e anche il post sul blog di Incompetente, e li ho trovati molto interessanti.
    Che vuoi che ti dica? Magari il mio sogno di filmare i sogni un giorno non sarà più un sogno ;-)

    Quello che mi sconcerta un po’ è la complessità dell’esperienza della realtà, difficilmente riducibile a livello di test. Mi spiego meglio. Per quel che ne so (ma davvero molto poco!), ad es. l’I.A. (mi riferisco a quella che si occupa di ricreare le connessioni neuronali) si è arenata là dove è stato impossibile immettere – sotto forma di dati – tutte le situazioni del reale cui l’individuo reagisce; per dirlo con altre parole: nell’esperienza reale si verificano molti più eventi e circostanze e si formano molte più sinapsi di quelle che potremmo arbitrariamente inserire nell’hard disk di un computer.
    Quindi, anche nel caso di uno scanner per la mente, la difficoltà sarebbe nel riprodurre tutti i pattern che eventualmente vengono generati dall’immaginazione.

    Per quanto riguarda i sogni poi ci sarebbe un altro scoglio da superare: quello di riuscire a tradurre eventualmente tutta la simbologia sottesa con cui l’inconscio esprime se stesso ;-)))
    Interessante comunque e grazie per avermi rimandato agli articoli di cui sopra ;-)

    Anche io ho una visione materialista della mente, credo però che i nostri sensi siano molto fallaci e che sia difficile stabilire uno statuto ontologico del reale.

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