Nei mondi incantati si agitano le volitive mascelle

In questi giorni ho letto una breve biografia su Mussolini, scritta da Paolo Alatri. Di solito son molto più attratto dalla storia di 15.000, 100.000 o di un miliardo di anni fa (penso che le risposte più importanti si trovino là, all’origine di tutto) ma ogni tanto mi piace farmi una panoramica sugli avvenimenti più recenti. Solo per sentirmi meno ignorante. Non ho studiato il periodo fascista a scuola (il programma di storia della quinta liceo ci arriva di rado), ma ho avuto modo di farlo un po’ all’università, leggendo Hobsbawm, e qualche anno più tardi col puntuale Umberto Eco della Misteriosa fiamma della regina Loana. Poi ci son stati i documentari e tutti i vari accenni al ventennio fatti da molta e variegata letteratura. Eccetera, naturalmente, eccetera.

Su Mussolini si sanno e si son dette tante cose che è inutile star qui a ripetere. Quel che mi affascina maggiormente è, invece, il processo secondo cui una figura così controversa abbia finito per esercitare un fascino morboso su ragazzi e ragazzini nati anche cinquant’anni dopo la sua morte. E’ un ragionamento che si potrebbe fare, per esempio, anche con personaggi come Che Guevara. Perché queste lontane personalità influenzano ancora le menti?

Una possibile spiegazione è che il passato viene sempre mitizzato. Sia che si parli di passato personale, col cervello che lo rende gradevole per evitarci di dover a che fare continuamente con conflitti o dolori, sia che si parli di passato storico, eternamente paragonato a un presente che è (sempre) percepito come instabile, caotico e privo di quel senso che i nostri antenati avevano saputo dargli, quel che è avvenuto prima appare sempre migliore e meno ansiogeno di quel che sta succedendo adesso. E’ semplicemente umano. Ma è anche parecchio sbagliato: ora che cominciamo a capire come funzionano i nostri processi cognitivi dovremmo riuscire a realizzare come si formano le nostre illusorie nostalgie. E a prenderne le distanze.

Questo ragionamento riguarda anche Mussolini. E’ parecchio buffo che, oggi, la figura di un disertore e di un (giovane) antimilitarista sia presa da alcuni come esempio (boh) di coraggio o di vis pugnandi. Trovo altrettanto comico che chi accusava la fantomatica “razza italiana” di codardia sia oggi preso come il simbolo del “vero spirito italiano” o come insuperabile rappresentazione di orgoglio nazionale. E’ anche divertente notare che chi – per il proprio “onore” personale – mandava ragazzi incontro a morte certa in inutili guerre in Africa o in Grecia rappresenti per molti il non plus ultra del patriottismo. E’ spassoso accorgersi che un carattere all’inizio così anti-clericale sia oggi l’eroe di chi difende le cosiddette radici cristiane dell’Italia. E si potrebbe andare avanti ancora un bel po’, rafforzando l’idea che un’accurata selezione di elementi sparsi abbia messo assieme una figura irreale, costruita ad hoc da tutti quel processi crea-nostalgia di cui si parlava sopra. Il Mussolini che vive nella testa del ragazzino quindicenne che ha imbrattato lo zaino di scritte inneggianti al duce è un Mussolini che non è mai esistito davvero. Tale idealizzata figura, infatti, non comprende un sacco di informazioni che sarebbero percepite come distoniche ma che appartenevano senza alcun dubbio al personaggio storico. Che era, tra le altre cose, un incredibile e vile perdente.

Il libro di Alatri risale al 1995 e quindi è stato scritto senza poter immaginare ciò che si sarebbe detto di Berlusconi negli anni seguenti: che ci trovavamo, cioé, di fronte ad un Mussolini II o che ci stavamo avviando verso un nuovo regime. Le similitudini che ho trovato tra i due non possono dunque essere forzate dallo scrittore. Ma non sono così scandalose: credo che anche qui siamo portati a cercare analogie e a selezionare solo elementi utili alla nostra teoria a discapito di altri.

D’altra parte ho sempre ritenuto anche che, per giungere a desiderare così tanto potere, si debba essere dotati dello stesso carattere, delle stesse convinzioni, delle stesse fobie, delle stesse frustrazioni. Mussolini, Hitler, Stalin, Franco, Castro: dietro a ego così sproporzionati non può non esserci una tendenza all’autoinganno più forte che in soggetti comuni. Probabilmente anche Berlusconi ha, in potenza, tutte queste predisposizioni. Come Mussolini, per esempio, ama circondarsi di persone che non lo contraddicono e che, anzi, ne esaltano vizi e virtù. Come Mussolini, Berlusconi non sa ammettere – forse neanche a se stesso – di aver sbagliato. Come Mussolini, utilizza il Paese come strumento per consolidare il proprio prestigio personale e tenta di nascondere debolezze e incapacità dietro dichiarazioni a effetto, semplici e populiste. Come Mussolini, ha una certa allergia per la libertà di stampa e di pensiero. A differenza di Mussolini, però, Berlusconi si trova in altro tempo e in altre circostanze e ciò conta. E’ decisivo. Perché credo che la Costituzione e l’opinione pubblica odierna, interna ed estera, con cui il fenomeno Berlusconi deve convivere finiranno (si spera) per limitarne ogni eventuale tendenza totalitaria.

Tornando agli ultimi post che ho scritto e agli ultimi libri che ho letto, mi viene da chiedermi per quale motivo un soggetto debba finire per infilarsi in un feedback positivo e esplosivo come una dittatura. Chi glielo fa fare? Per quale motivo desiderare di avere così tanto potere, e ancora di più, e ancora di più?  E’ normale? E’ sano? Gli ingenui potrebbe rispondere che con tanto potere in mano si può cercare di decidere in maniera più sbrigativa per il bene del proprio popolo, ma proprio Mussolini e Berlusconi dimostrano che questo non è il vero motivo. Il potere piace in sé. Non è un mezzo, è un fine. E’ un meccanismo autorinforzante.

Lo racconta alla grande Chaplin in una famosa scena del capolavoro Il grande dittatore:


Continuando con le domande: cosa direbbe il neurologo Ramachandran a tal proposito? C’è una qualche sindrome che spiega perché alcuni soggetti, in preda ad allucinazioni autoingannanti sulle proprie capacità, arrivano a desiderare così tanto potere e ad attribuire – senza esitazioni – i meriti delle vittorie a se stessi e le colpe delle sconfitte a tutti gli altri? Perché alcune persone sviluppano un ego così ipertrofico e così cieco di fronte alle evidenze contrarie che la realtà di continuo propone? Se uno è capace di veder il proprio braccio paralizzato muoversi, mi chiedo, c’è forse qualcun altro in grado di ingannarsi sulla qualità delle proprie truppe (un braccio metaforico?) e di buttarle allo sbaraglio in guerre che – oggettivamente – esse non potranno vincere? Chissà.

Visto che le tendenze caratteriali e comportamentali dei dittatori (o di coloro che aspirerebbero a esserlo) sono spesso inevitabilmente assai simili, sarebbe interessante studiare (in un mondo ideale) il fenomeno da un punto di vista neurologico. Si scoprirebbe, forse, che anch’esso deriva da una disfunzione cerebrale, da qualcosa che funziona troppo, o troppo poco, dentro il loro cranio.

L’olocausto, le leggi razziali, i gulag, le guerre con milioni di morti: tutto questo orrore, tutto questo dolore, solo per una manciata di neuroni che scaricano (o no) nel punto sbagliato di un singolo encefalo.

E’ una visione desolante ma, se ci si pensa bene… non è andata proprio così?

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