Sulla genesi di ‘Promised Land’ dei Queensryche

(diversi anni fa m’ero ficcato in testa di scrivere un lungo testo riguardo a tutto ciò che sapevo e immaginavo su quello che era – e forse è – uno dei dischi più importanti della mia vita: Promised Land dei Queensryche. Buttai giù un sacco di pagine – talvolta deliranti! – sull’argomento ma poi finii, come faccio spesso, per abbandonare l’inutile progetto. In questi ultimi giorni mi son messo a riascoltare il lavoro della band di Seattle e m’è venuto a mente che potrei pubblicare, ogni tanto, alcune di quelle parole. Forse non penso più le stesse cose, forse le scriverei in maniera differente. Eppure, in un certo senso mi dispiace che la cosa rimanga per sempre confinata nell’hard disk. E quindi, ecco l’inizio di quel caotico ammucchìo di materiale grezzo, così com’era allora)


 

Mollare gli ormeggi.

 

Nel 1994 una rivista del settore pubblicò una vignetta nella quale venivano rappresentati i cinque membri dei Queensrÿche che, costipati su una piccola zattera, veleggiavano verso un’isola formata solo da cumuli di dollari. La didascalia diceva: “Queensrÿche: The Promised Land. The new or the last album?”.

L’illustrazione, critica neanche tanto velata verso l’ennesima svolta stilistica dei musicisti americani, mancava il bersaglio che intendeva colpire, ma, involontariamente, si dimostrava essere piuttosto evocativa se considerata da un altro punto di vista. Innanzitutto, come detto, falliva in modo clamoroso nel voler insinuare che, con la pubblicazione di quel disco, il gruppo di Seattle avesse di netto sterzato verso sonorità più semplici ed accessibili, in grado di avvicinarlo ancor di più al grande pubblico ed a incalcolabili guadagni. Si trattava di un’inesattezza per due principali motivi. In primo luogo perché trascurava il fatto che i Queensrÿche fossero già molto noti grazie al disco precedente, quell’Empire che li aveva visti scalare le classifiche, presenziare in modo costante su MTV e divenire, improvvisamente, delle ricche rockstar. Il secondo motivo era legato alla natura intrinseca di Promised Land, un album difficilmente etichettabile e in chiara controtendenza sia rispetto al fortunato predecessore ma anche se confrontato con le ruvide sonorità in voga all’epoca. Se è vero che stiamo parlando di un lavoro che avrebbe comunque esordito al terzo posto di Billboard e venduto lo stesso i suoi milioni di copie – divenendo anch’esso disco di platino -, rimane del tutto assurdo volerlo interpretare come una ricerca del facile consenso, dipingerlo come un atto di resa incondizionata verso il dio denaro. A meno di non averlo, è chiaro, del tutto frainteso.

Quella vignetta, però, suo malgrado sfiorava un concetto interessante.

Nel 1990, Empire si era chiuso con la splendida Anybody Listening?, una canzone il cui testo, un inno alla libertà di pensiero ma anche a quella artistica, sembrava in parte già delineare i tratti dell’ingombrante popolarità che di lì a poco sarebbe piombata addosso al gruppo. La metafora del viaggio in mare, tanto caro all’appassionato di vela Geoff Tate, quel lasciarsi trasportare via dal caldo vento del sud abbandonando il conosciuto e l’ovvio, il pregiudizio e le convenzioni, pare presagire ciò che, negli anni successivi, sarebbe successo alla band ed attorno ad essa.


Stepped out on the stage, a life
under lights and judging eyes.
Now the applause has died and I
can dream again…

 

Si tratta di una canzone da considerare, in potenza, già un pezzo importante di Promised Land, del quale anticipa uno dei temi principali. Anybody Listening? prefigura la condizione dell’artista che ha raggiunto l’apice e che, desideroso di nuove esperienze, si allontana dalla luce dei riflettori e dal fragoroso rumore degli applausi, fugge dal palco in cerca di altri stimoli, issa la vela e parte per un viaggio verso l’affascinante ignoto.

Dalle parole degli stessi musicisti abbiamo appreso che i quattro anni di silenzio discografico che seguirono Empire furono spesi soprattutto cercando di maneggiare una popolarità inaspettata, agognata per una vita intera e infine osservata con perplessità quando la si è potuta stringere con le mani e, anche, tentando maldestramente di gestire infelici situazioni personali. Un disco come Promised Land nasce proprio da simili presupposti ed il testo di Anybody Listening?, sotto questo punto di vista, lo introduce come meglio non potrebbe. Partiti per conquistare l’Impero, ci si è trovati solo di fronte ad una misera, ironica, Terra Promessa.

La copertina di Promised Land appare subito piuttosto significativa. Se prendiamo il booklet e lo apriamo nella sua interezza, vi troviamo un anomalo totem emergere da acque melmose e stagnanti, mentre l’orizzonte è minacciato dall’incombente oscurità delle nubi. Quando ci avevano lasciati, quattro anni prima, si era su una barca a vela, solcando il mare in cerca di un futuro diverso, colmi di entusiasmo e spirito esplorativo. Quando li ritroviamo siamo ancora sulle acque, ma la barca non può che essersi arenata, quel mare immenso e profumato di salmastro è divenuto uno stagno che puzza di cancrena e quella piacevole brezza è ora la bonaccia che anticipa un temporale efferato e senza fine, dal quale non possiamo più fuggire.

Il viaggio, iniziato tanti anni prima e intrapreso con una destinazione ben precisa in testa, alla fine ha condotto i Queensrÿche proprio là dove intendevano giungere. Hanno realizzato il sogno di ogni musicista, hanno toccato la fama, hanno ricevuto i soldi, tanti soldi, hanno assaggiato la gloria, hanno visto i propri video su MTV, hanno potuto permettersi le auto più lussuose e gli alberghi più eleganti. La leggenda narra che Tate abbia addirittura acquistato un’isola tutta sua, sulla quale ha trascorso alcuni mesi in completa solitudine.

Quell’illustrazione satirica del 1994, intendendo dire tutt’altro è invece accidentalmente perfetta, quindi, nel sintetizzare e rappresentare un’idea assai diversa. L’isola di dollari è quel luogo dove i Queensrÿche sono naufragati con Empire, ben quattro anni prima. Se fosse stata pensata allora sarebbe stata pressoché perfetta: il vascello Silent Lucidity, sospinto dagli innumerevoli passaggi televisivi del proprio videoclip, attraversa i mari e conduce i suoi prodi condottieri nella Terra della Ricchezza, della Gloria e della Felicità.

Il disegno è colpevole, invece, di un ritardo che non ammette troppe giustificazioni. Perché, nel momento in cui Promised Land viene pubblicato, la montagna di monete, simbolo del successo e dei giornalisti che quotidianamente implorano per un’altra tua futile dichiarazione, è un posto dal quale ci si vuole allontanare, con una certa lucida fermezza. A proprie spese si è scoperto, infatti, cosa si celasse dietro quell’invitante mole di quattrini. Le parole di Tate sono significative, in tal senso:

 

Quando abbiamo creato questa band avevamo degli scopi ben precisi: innanzitutto comporre musica che ci piacesse, poi girare il mondo suonando e vendere molti dischi. Alla fine del tour di Empire abbiamo capito tutti che i nostri desideri si erano realizzati, che avevamo raggiunto la “Terra Promessa”, il sogno che ci aveva spinti fin dall’inizio. E proprio da qui prende spunto il nuovo album: eccoci qui, al culmine della carriera. Potremmo continuare a vendere milioni di dischi e a fare tour di successo, ma fondamentalmente sarebbe la stessa cosa. L’anno di pausa [una volta finito il tour] che ci siamo presi è servito a trovare nuovi stimoli e a considerare il vero valore di quello che avevamo raggiunto fino a quel tempo. Ci siamo chiesti se eravamo felici solo perché avevamo ottenuto il successo sia artistico che commerciale, e la risposta che abbiamo trovato guardandoci dentro è stata negativa. L’album esplora questa idea, riesamina la nostra vita, quello che ci ha formato, e immagina le strade che si aprono di fronte a noi (Metal Shock, n.178).

 

E’ interessante anche il punto di vista di DeGarmo:

 

In Promised Land stavamo cercando di trovare e scoprire la felicità. Non voglio dire che non fossimo felici, ma stavamo esplorando la domanda che spero molti ad un certo punto della vita si facciano: cosa è che ha più valore nella mia vita? Per cosa sono qui? Quali sono i miei obiettivi, sia emozionali che spirituali? Queste erano le domande a cui Promised Land doveva dare una risposta. Avevamo avuto un immenso successo con Empire, avevamo girato il mondo suonando la nostra musica, la nostra vita stava cambiando perché non c’erano più problemi economici, ma poi il tour è finito, siamo tornati a casa e non c’è stato più nulla, niente, c’eravamo solo noi. Non c’era più nessuno che organizzasse ogni momento della nostra giornata, non c’erano interviste da fare, insomma, non avevamo un ruolo (Psycho!, marzo 1997).

 

Dal punto di vista artistico, la navigazione di Anybody Listening? già delineava quelli che erano gli intenti del gruppo, il quale non aveva intenzione di adagiarsi sugli allori – così come, del resto, non ha mai fatto – e si lasciava il campo aperto a qualsiasi esplorazione musicale. “Se dovessi usare un’unica parola per descriverci, direi ‘esploratori’. Nella musica come nella vita” (Geoff Tate, Metal Shock, n.237). Dopo Empire, si sentiva la necessità di allargare l’orizzonte, di inglobare nuove tendenze e di materializzare idee inusuali. Promised Land è anche tutto ciò, un’ulteriore tappa evolutiva nel percorso musicale dei Queensrÿche, è un’esplicitazione di libertà artistica, un lavoro che sfugge alle definizioni e che rende il suono del gruppo ancora più ricco ed imprevedibile. Fino al 1994 si potevano infilare i Queensrÿche all’interno del filone heavy metal senza troppi problemi, nessuno avrebbe gridato allo scandalo. Pur avendo dato forti spinte centrifughe al genere, in termini di sperimentazione (Rage for order) e di sorprendente raffinatezza (Operation:Mindcrime e Empire) fino al 1994 quello dell’heavy metal restava il territorio entro il quale i musicisti di Seattle muovevano i loro pesanti passi. Promised Land è un album più rock, a più ampio respiro, un lavoro al quale i panni del metal cominciano a stare un po’ troppo stretti. Si può permettere ariose ballad dal sapore pinkfloydiano, improvvisazioni lisergiche, sovraincisioni e sfruttamento dei sample al limite del maniacale, l’uso di violino, sassofono e pianoforte, qualche influenza elettronica, cenni di percussioni tribali, melodie dal sapore Beatles, il parziale rifiuto della forma canzone, qualche breve puntatina nel rock alternativo – ma con i suoni tenuti sempre sotto stretta sorveglianza – e altro, tanto altro ancora.

Finito l’applauso, si può sognare di nuovo. La notorietà e i grandi guadagni liberano sempre più l’artista dalle costrizioni e dai voleri di produttori e case discografiche. Seguendo questa linea di pensiero, dopo Empire, i singoli membri dei Queensrÿche costruiscono i propri studi personali ed acquistano tecnologie all’avanguardia, prendendo così le distanze dalla tipica routine produttiva e cominciando a gestire in modo ancora più autonomo il momento della fase creativa. Il vantaggio più importante è allontanarsi dalle pressioni delle case discografiche, permettendo alle composizioni di seguire un percorso libero da imposizioni di sorta. Tate conferma che

 

dopo il tour [di Empire] abbiamo tutti investito parte dei nostri introiti e del nostro tempo per costruirci degli studi di registrazione casalinghi […]. L’approccio per Promised Land è molto diverso da quello adottato per gli album precedenti: innanzitutto, potendocelo permettere, abbiamo lavorato part-time e il 90% del materiale è stato registrato a casa, il che dà al tutto un tono assai differente (Metal Shock, n.178).

 

 

 

 

Ancora un’isola.

Promised Land è stato portato a termine in mezzo al mare. Gran parte del lavoro era già stata realizzata in modo indipendente, con ogni musicista isolato nel proprio studio di registrazione ed intento a lavorare sulle proprie idee,  molto prima che tutto il materiale fosse fatto approdare su una sconosciuta spiaggia. Un metodo di lavoro innovativo e, per quegli anni, altamente tecnologico. Come ribadisce lo stesso Wilton:

 

La maggior parte del disco è stata composta in segmenti indipendenti. Quando abbiamo finito il tour di Empire, nel 1992, abbiamo deciso di comprarci degli home studios, uno per ciascun membro della band. Lo stesso modello […], così da avere ognuno lo stesso tipo di registratore. In questa maniera abbiamo incominciato a scambiarci dei nastri, dopodiché ci siamo riuniti nella casa di Scott […] e abbiamo cominciato a mettere insieme il tutto (Metal Hammer, n.10/94).

 

C’è del paradossale nello scoprire che un disco così spirituale e introspettivo, se vogliamo, sia stato realizzato tramite simili sistemi tecnologici, decisamente all’avanguardia per il periodo. Lo scambio di file tramite la novella Internet, l’uso dei computer nell’elaborazione dei suoni, la forte passione per il sampling, la costruzione della canzone tramite il cut and paste e l’assemblaggio di differenti parti digitali: sono tutti elementi che denotano una certa confidenza con le nuove tecnologie ed un interesse per la sperimentazione che si era già palesato dieci anni prima, con la realizzazione di Rage for Order. Anche allora si usava la tecnologia per sconsigliarne il suo abuso, anche allora si tendeva a mascherare il sentimento sotto l’inquietante veste dell’elaborazione futuristica delle sonorità, a pressurizzare la grazia.

A ridare una certa poesia alla produzione di Promised Land ci pensa di nuovo il mare, perché è in mezzo all’oceano, lontani dalle distrazioni e dalle pressioni cui sono sottoposte le rockstar, che i Queensrÿche si ritrovano per terminare il loro lavoro. Tate racconta che:

 

Lavorando sulle canzoni per conto nostro, in casa, ci siamo accorti che avevamo un’idea ben chiara della forma definitiva che il materiale avrebbe dovuto assumere sull’album. A quel punto abbiamo chiamato James “Jimbo” Barton […] e abbiamo deciso di usare il materiale che avevamo già registrato come guida. Dopo aver affittato uno chalet su un’isola qui nello stato di Washington, ci siamo trasferiti tutti quanti lì, unendo i nostri studi personali [in quello che verrà chiamato Big Log Studio], e abbiamo letteralmente “respirato” l’intero processo di creazione di Promised Land (Metal Shock, n.178).

E’ su una remota isola a nord delle isole di San Juan, nello stato di Washington, all’interno di una capanna costruita con tronchi d’albero e trasformata temporaneamente in uno studio di registrazione, che i brani di Promised Land assumono la loro forma definitiva. Almeno in questo caso, il gruppo opera in modo opposto, trasportando i propri marchingegni digitali in mezzo ad una natura ancora poco contaminata, immergendo i registratori ADAT nell’atmosfera di perenne autunno tipicamente nordamericana, lasciando che i nastri digitali si facciano corrompere dalla brezza pregna di salsedine. Nei mesi successivi all’uscita del disco viene messo in commercio un doppio CD-ROM – altra sorprendente sterzata verso la tecnologia – che mostra alcuni dei momenti più significativi vissuti dalla band sull’isola mentre è alle prese con la registrazione dell’album.

Circondati dalle acque, i Queensrÿche si ricordano di essere un gruppo e di poter ancora lavorare come tale, come entità unica. Non possono non tornare alla mente, ancora una volta, le profetiche parole di Anybody Listening?. Ognuno dei cinque musicisti si porta dietro i propri malesseri, non potrebbe essere altrimenti, ma quel luogo così solitario riesce a regalare un nuovo punto di vista, più distaccato e razionale, su ciò che hanno attraversato durante quegli anni. Simili condizioni sembrano favorire l’elaborazione del dolore. La particolare atmosfera respirata in mezzo al Pacifico, dove rimangono per ben cinque mesi, riesce a destare ancora di più la loro ansia da sperimentazione, e la gran parte dei sample che andranno ad arricchire e rendere ancora più stimolanti le canzoni del disco sono stati registrati in presa diretta proprio là, come testimonia Wilton:

 

…ad un certo punto si sente il suono della percussione di un bidone della spazzatura, il suono di una porta che sbatte o quello dei passi sulla sabbia, o il suono di una persona che porta da mangiare ai gabbiani […]. Avevamo abbastanza flessibilità, eravamo nel nostro chalet, abbiamo vissuto là dentro… abbiamo registrato laggiù tutti gli effetti sonori. Siamo perfino andati nei bar per registrare le conversazioni della gente (Metal Hammer, n10/94).

 

Che la situazione in sé non abbia che potuto favorire una notevole proliferazione di idee pare abbastanza evidente a chiunque abbia ascoltato l’album in cuffia. Ogni brano, senza mai risultare pesante o artificioso, è stratificato, è arricchito da sovraincisioni, da voci alienanti, da rumorismi di vario tipo, da effettistica di gran gusto. Le connessioni tra la materia sonora e i testi sono in grado di generare notevoli effetti semantici e di avviare i più disparati e personali percorsi di lettura. Certe intrusioni ambientali non fanno che rafforzare la potenza concettuale del disco, così come fa la riproposizione di alcuni elementi topici disseminati lungo tutta la durata del lavoro. L’ascolto lascia presupporre che l’album sia stato realizzato in condizioni di grande libertà e curiosità creativa, e che alcuni dettagli siano figli di feconde sedute di brainstorming. O, più semplicemente, tutto il merito va al solo fatto di vivere un periodo assieme, proponendo ogni giorno al resto del gruppo spunti e riflessioni da criticare, ritoccare, campionare, accettare o rifiutare. Avendo l’opportunità di osservare i filmati presenti sull’ormai introvabile CD-ROM, ciò che maggiormente risalta è la singolare alchimia che si era venuta a creare tra i cinque musicisti e, non dimentichiamolo, il loro produttore “Jimbo” Barton. I presupposti per la realizzazione di un album non convenzionale c’erano tutti. […]

(continua qui)

Annunci

5 pensieri su “Sulla genesi di ‘Promised Land’ dei Queensryche

  1. Ho visto che non ci sono ancora commenti su questo post. L’ho letto tutto ed è molto interessante. Spero che tu voglia continuare a pubblicare anche il resto. :-)

  2. mah, ci dovrei rimettere le mani. è materiale assai farneticante :), che soffre di sovrainterpretazione. vedrò se riesco a postare qualcosa di decente ogni tanto. ci tenevo a mettere online questo pezzo perché non ho trovato niente in italiano che parlasse di com’è nato questo disco, e qui ci sono un po’ di informazioni (magari romanzate)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...