More than human

Nelle ultime torride sere, e in qualche pomeriggio sulla spiaggia, ho letto Più che umano (in Italia noto anche come Nascita del Superuomo) di Theodore Sturgeon. L’opera è stata pubblicata nel 1953 ed è considerata da molti un capolavoro della fantascienza. La trama è su wikipedia.

Poiché non ho molto tempo, ma neanche troppe cose intelligenti da dire al riguardo, vado subito al sodo: il libro non mi ha convinto del tutto. Ne ho apprezzato le idee, gli intenti, le visioni e anche la prosa, sempre misurata, leggera e scorrevole (in certi punti m’ha ricordato Murakami), ma trovo che Sturgeon potesse organizzare meglio i contenuti e, soprattutto, dovesse rendere in maniera più vivida la novità, la potenza e la compattezza dell’uomo Gestalt. Con lo scorrere delle pagine questa evoluzione dell’Homo Sapiens, cuore pulsante del libro nonché vero protagonista della storia, continua a essere percepita dal lettore come somma di parti invece che, e questi erano i fini dello scrittore, come intero. Condivido un pensiero che ho trovato su Anobii:

malgrado il libro sia scritto bene, catturi e non lasci più, manca proprio di quella parte fondamentale, manca cioé dell’Homo Gestalt: le tre parti del romanzo vedono succedersi un numero di punti di vista da cui prende mossa la storia, vuoi che si tratti di Lone, vuoi di Janie di Gerry o di Alicia; mai, mai il punto di vista è quello dell’Homo Gestalt, tutt’altro; cosa esso sia realmente per i suoi membri non è mai mostrato.

Ammetto che, pur non facendomi gridare al miracolo, la storia m’ha fatto pensare a molte cose. E’ un punto a suo favore. M’ha ricordato un libro sulla psicologia della Gestalt che ho letto un paio d’anni fa, per esempio, approccio che si ritrova nella narrazione di sedute psicanalitiche – ordinarie e non. Ma mi ha anche richiamato in testa alcuni esperimenti mentali di certi filosofi che pongono seri interrogativi sulla fusione tra un corpo e una mente, relazione che diamo sbrigativamente per scontata. Mi ha fatto vedere Internet negli anni ’50 (my global mind searches for something new). E mi ha fatto pensare, inoltre, a molte altre storie di fantascienza che gli sono, è evidente, debitrici.  Così tante che è inutile citarle. Non ho letto niente in proposito, ma penso che le analogie concettuali tra questo libro di Sturgeon e Philip K. Dick (l’approccio “psico-fantascientico” in primis) non siano trascurabili. Sturgeon ha una prosa oggettivamente migliore, ma – se ci si basa su More than Human – gli manca la capacità di trasmettere le visioni e di inquietare il lettore che è propria di Dick, più marcio e coinvolto. Almeno in questo caso, non ha saputo rendere la sua grande idea davvero verosimile.

Più che umano mi è sembrato un discreto libro, ma non mi ha sconvolto o terrorizzato o fatto riconsiderare certi aspetti della realtà come hanno fatto tanti altri lavori di fantascienza. Dopo un inizio davvero promettente è scivolato via con troppa facilità.

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4 pensieri su “More than human

  1. A me invece il libro ha sempre convinto molto, forse perché durante la mia lettura l’attenzione si è spostata su un altro aspetto. E cioè non tanto l’uomo gestalt in sè, che resta inspiegato e credo sia, probabilmente, meglio così (lo trovo più potente con ampie dosi di non detto), quanto piuttosto il rapporto fra la specie nuova e superiore rispetto all’homo sapiens. Tutta la costruzione del libro sembra quella graduale di un edificio e di questo edificio l’ultimo piano, magari un bellissimo attico dai giardini pRensili, piscina e cameriere strafighe in bikini, è rappresentato proprio dal confronto lassù. Poi magari sono io che non capisco, eh… :)

  2. boh, l’uomo gestalt non mi appare (soggettivo sbroc) una cosa vera, non so come metterla, ma più l’idea astratta di cui parlano dei tizi con delle capacità speciali. vedo le sofferenze o le gioie dei singoli, non quelle del tutto.

    la metafora dell’edificio è calzante e rende bene l’idea: tra l’altro il libro inizia con una bella descrizione dei comportamenti dell’idiota, che è un animale mosso da istinti, da pulsioni, da meccanismi di azione e reazione. Da un animale senza coscienza (pre-homo sapiens) a un’entità nuova, collettiva, superiore (post-homo sapiens): in tal senso sì, il parallelo con la costruzione di qualcosa ci sta.

    m’è piaciuto anche il discorso su morale e ethos e su come si incastrino nella “gerarchia degli organismi”, solo che – causa caldo e pigrizia – m’ero dimenticato di accennarne.

  3. Concentrarsi sui singoli, secondo me, e` stata una scelta azzeccata. Secondo me, e` proprio l’individualita` delle parti e contemporaneamente la loro unione a rendere l’uomo gestalt qualcosa di piu` evoluto di quella che sarebbe una banale mente alveare. Il fatto che non si “veda” l’uomo gestalt, e` proprio perche` il punto di vista e` quello dei suoi “organi”, che possono solo immaginare cosa potrebbe essere cio` che emerge dalla loro unione. Condizione comunque privilegiata, se la si paragona a quella di un organo, e dovuta proprio alla loro persistente individualita`.

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