La scuola delle scimmie

Washoe e Roger

Anche l’ethos ti fornirà un codice per la sopravvivenza. Ma si tratta di una sopravvivenza più generale di quella della tua persona, della mia specie o della tua specie. Si tratta del rispetto delle tue origini e della tua posterità. Si tratta di riflettere sulla corrente principale che ti ha creato e in cui quando verrà il momento tu creerai qualcosa di ancora più grande. […] E quando la tua specie sarà abbastanza numerosa, il tuo ethos diventerà la loro morale. E quando la loro morale non sarà più adatta alla specie, tu o qualche altro essere etico ne creerete una nuova capace di fare un ulteriore balzo in avanti lungo la corrente principale, senza dimenticare il rispetto per te, il rispetto per coloro che ti hanno dato alla luce e per coloro che hanno dato alla luce loro, sempre più indietro fino alla prima creatura selvaggia, che era diversa perché il suo cuore sussultava quando vedeva una stella.

Theodore Sturgeon, Più che umano

VIENI ABBRACCIO

Washoe

Più di quarant’anni fa, un ragazzo americano di nome Roger Fouts si iscrive alla facoltà di psicologia con l’intenzione di occuparsi, in futuro, dell’apprendimento dei bambini. In quel periodo la sua giovane moglie rimane incinta e lui ha bisogno di svolgere un lavoro (anche part-time) per portare a casa qualche spicciolo. Così chiede all’università se da quelle parti hanno qualche posto disponibile, per qualsiasi tipo di mansione. Purtroppo, però, le offerte di lavoro latitano, e tutto sembra inevitabilmente volgere al peggio. Finché un bel giorno Allen Gardner, un rigoroso psicologo sperimentale, non telefona al ragazzo per chiedergli se “ha voglia di insegnare a parlare a uno scimpanzé”. Roger, disorientato, risponde in maniera affermativa e si presenta al colloquio. Il colloquio va male, malissimo. Gardner infatti si aspettava che il giovane avesse tutt’altra preparazione e gli comunica che non può assumerlo. Prima di rispedirlo a casa, lo psicologo gli chiede se ha lo stesso voglia di incontrare Washoe, la piccola scimpanzé con cui avrebbe dovuto lavorare, la quale si trova all’asilo dell’università. Roger inghiotte l’orgoglio e annuisce. Sì, ne ha voglia.

Quando i due arrivano sul posto succede un fatto assai singolare. All’improvviso, una piccola creatura col pannolone – da lontano pare un bambino – corre verso di loro e scavalca il cancello. Si avvicina a tutta velocità, evita Gardner e salta in braccio a Roger, stringendolo calorosamente. Come mai più avrebbe fatto, nei confronti di un perfetto sconosciuto, in tutta la sua restante vita.

Quel fatto cambierà le cose. Cambierà tutto. Quell’abbraccio convincerà Gardner a scegliere Roger, selezionato a sua volta da Washoe. Quell’abbraccio darà una svolta pazzesca alla vita e alla carriera del giovane. E, perché no, all’esistenza e alla dignità di un numero enorme di scimpanzé.

A volte prendere libri a caso, spinti all’acquisto dal titolo o dalla sola copertina, può regalare le sue soddisfazioni. M’è successo spesso in passato. La scuola delle scimmie. Come ho insegnato a parlare a Washoe di Roger Fouts è proprio uno di questi volumi comprati di getto, senza che ci fosse premeditazione, senza aver letto pareri o recensioni. Presi al volo.

Mesi fa mi ero interessato a Koko, la commovente gorilla che comunicava con gli umani, vedendo il film-documentario a lei dedicato e leggendo varie cose che, in tutta franchezza, mi parlavano di un mondo che non conoscevo. Così, quando mi son trovato di fronte al libro di Fouts, ho pensato che potesse regalarmi le stesse sorprese e le stesse emozioni. E non sono rimasto per nulla deluso.

Non so da dove cominciare per parlare di un libro come questo. C’è davvero troppo, dentro. Avrei solo voglia di chiudere qui il commento, con un laconico: “ehi, ragazzi, poche storie: leggetelo e stop“. Potrei descrivere Washoe, la piccola scimpanzé rubata alla madre (uccisa), in Africa, perché venisse utilizzata nei progetti spaziali americani. Potrei dire che questo è un libro che ci fa capire quanto gli scimpanzé, che si sono separati da noi solo pochi milioni di anni fa, ci siano tremendamente vicini (in un modo che molti non conoscono, cioè condividendo con noi quasi il 99% del DNA e gran parte dei processi cognitivi: gli scimpanzé sono più simili a noi che ai gorilla). Potrei dire che questo è un libro sul linguaggio, su come nasce, su come si sviluppa, su come si sia evoluto rispetto alla comunicazione gestuale – piena di “dialetti” – che gli scimpanzé utilizzano quando sono in libertà. Potrei dire che questo è un libro sull’intelligenza, su cosa sia e su come sia poco valutabile in termini assoluti. E’ un lavoro che va alla radice, al cuore della nostra cognizione e del nostro pensiero. Potrei affermare che è un libro sull’evoluzione, e non sbaglierei di molto.

Ma potrei anche dire che La scuola delle scimmie parla di “adozione incrociata“: Washoe viene infatti “adottata” da una famiglia umana e viene posta in un accogliente ambiente in cui tutti quelli che interagiscono con lei – e tra di loro – utilizzano solamente il linguaggio dei segni americano (LSA). Come un neonato fa col linguaggio parlato, Washoe apprende il nuovo sistema di comunicazione e lo utilizza, successivamente, in maniera creativa. Così facendo indirettamente sconfessa sia le ipotesi di Chomsky sia le teorie skinneriane secondo le quali un animale imparerebbe solo con il “metodo dei premi e delle punizioni”. Gli studi su Washoe nella pratica smentiscono tutto ciò che si pensava sulle capacità intellettive degli animali non umani fino agli anni ’60. Washoe è, nella fattispecie, proprio il simbolo del cambiamento di paradigma.

Ma questo è anche, se vogliamo, un lavoro che parla del concetto di cultura: quando la scimpanzé, spontaneamente, insegna l’LSA al figlio (adottato) si capisce che la trasmissione culturale non è una nostra completa esclusiva – anche se è un nostro ovvio punto di forza.

Sono troppe le cose da dire su questo libro, peraltro scritto benissimo. Potrei andare avanti per ore. Ma, più che altro, qui mi piace sottolineare come questo sia anche e soprattutto il racconto di una grande amicizia. Quella, più che trentennale, tra lo scimpanzé Washoe e l’umano Roger, che negli anni fa di tutto per salvare l’amica dai tremendi esperimenti della medicina sperimentale, con in testa l’unico obiettivo di renderle una vita sempre più serena, piacevole e dignitosa. Di volta in volta dovrà superare enormi difficoltà, burocratiche e non, per riuscire a sistemarla in un ambiente che sia il più ampio e confortevole possibile per lei e i suoi amici.

Non ho tempo di riportare troppi aneddoti, e vorrei citarne una moltitudine. Tantissimi mi hanno colpito: dalla giovane scimpanzé che si masturba sfogliando Playgirl, per dire, al pio scimmione che si fa il segno della croce ogni sera prima di coricarsi. Ma giuro che quando Washoe perde il proprio cucciolo (BAMBINO) per la seconda volta e si rinchiude per settimane in un silenzioso dolore, vien davvero voglia di essere lì per abbracciarla assieme a Roger. Un libro intenso, divertente, tante volte straziante. Un libro sulle scimmie, tutte, tutte le scimmie. Nessuna esclusa. Scimmie che possono condividere più di quanto comunemente ci si aspetti:

Una delle volontarie che stava con noi da più tempo, Kat Beach, quando aveva incontrato Washoe per la prima volta, si era meravigliata nel vedere uno scimpanzé capace di usare il linguaggio umano, ma dopo aver conosciuto meglio queste creature fu invece impressionata da ciò che comunicava. Nell’estate del 1982 Kat rimase nuovamente incinta; Washoe si era innamorata del suo pancione e le chiedeva continuamente del suo BAMBINO. Sfortunatamente Kat abortì e non venne in lavoratorio per molti giorni. Quando finalmente ritornò Washoe la salutò calorosamente ma poi si allontanò da lei facendole capire che era triste perché se n’era andata. Sapendo che Washoe aveva perso due cuccioli, Kat decise di dirle la verità.

MIO BAMBINO MORTO, le comunicò con i segni. Washoe abbassò lo sguardo a terra, poi guardò l’amica negli occhi e fece segno di PIANGERE toccandosi la guancia proprio sotto l’occhio. Quella singola parola, PIANGERE, mi disse in seguito Kat, le fece conoscere meglio l’animo di Washoe ed ebbe per lei più significato di una frase espressa in maniera grammaticalmente perfetta. Quando Kat dovette andare via quel giorno, Washoe non voleva lasciarla andare e le indicava PER FAVORE ABBRACCIO.

Roger Fouts, La scuola delle scimmie


(il libro è stato scritto nei tardi anni ’90. Washoe è morta nel 2007)

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13 pensieri su “La scuola delle scimmie

    • a te piacerebbe di sicuro, per tutti i motivi che ho elencato, e per la battaglia che Fouts fa per evitare che gli scimpanzé (tanto per cominciare) non siano utilizzati come cavie dalla biomedicina. una battaglia che in pratica lo esclude dal mondo “che conta” accademico, ma che gli porta anche piccole grandi soddisfazioni.

      400 pagine lette di sera, in 5 o 6 giorni. libro preso tra su i remainders di IBS (lo linko direttamente nel post)

  1. Mi sono commossa. E infinitamente rattristata – di una tristezza muta e rabbiosa – al pensiero di tutti gli animali che vengono usati per la vivisezione, sfruttati ed uccisi in ogni modo.
    Leggerò sicuramente questo libro!

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