I tipi di mente secondo Daniel Dennett

 

La forza dell’immaginazione

Ho sempre sostenuto che per poter arrivare a concepire come la semplice materia possa dare origine ad una (wannabe) coscienza ci vuole solo tanta immaginazione (per poter immaginare A, si deve immaginarlo: e non vedo come si possa uscire da questo ragionamento tautologico). Se uno si sforza di immaginare come possa essersi svolto il lungo processo che dalle particelle elementari e gli organismi unicellulari ha portato all’io, allora potrà afferrarne i passaggi chiave e i meccanismi. Se non saprà mettere in moto la sue capacità immaginifiche, invece, tutto ciò gli parrà assurdo, forse surreale, addirittura metafisico. C’è ben poco da fare al riguardo.

In questo secondo caso, se privo di sufficiente immaginazione , tale individuo avrà bisogno di introdurre elementi discutibili, ad hoc, per dare una motivazione coerente della nascita delle proprie facoltà cognitive. Mi riferisco qui a comode soluzioni come quella di un’anima incorporea, fatta scendere dentro di noi al momento della nostra concezione. O a quel fantomatico oggetto sconosciuto x – da qualche parte deve pur risiedere! – che ci  dovrebbe permettere il ‘salto cognitivo’ necessario per elaborare i nostri pensieri più profondi.

Come posso pensare, finirà per chiedersi quest’ultimo, se non grazie a qualche trucco magico?

In La mente e le menti (Kinds of minds) il filosofo Daniel Dennett ci fornisce in prestito un po’ della sua immaginazione e, con tanta pazienza, si mette a raccontare quella che potrebbe essere stata la storia della cosa mentale. Com’è che noi pensiamo? Dove ha origine quella che oggi ci pare la nostra coscienza? Sotto l’onnipresente prospettiva evoluzionistica, Dennett narra come si è arrivati, passo dopo passo, dal semplice al complesso. Per poi approdare, infine, all’estremamente supercomplesso: NOI. Adottando un atteggiamento intenzionale, il divulgatore descrive il continuo in cui quei veri e propri robot che erano le molecole primordiali si sono tramutati nelle nostre menti moderne. Costruite anch’esse, peraltro, da innumerevoli meccanismi inconsapevoli. L’autore si fa in quattro per cercare di rendere il più chiaro possibile come la cieca selezione naturale abbia potuto, di volta in volta, far compiere ai vari organismi della catena filogenetica quel gradino in più verso una (presunta) consapevolezza dei propri comportamenti.

Il libro è piuttosto succinto, ma non sempre semplicissimo. Forse perché, credo, è davvero arduo trasmettere alla perfezione la visione di un continuum utilizzando il linguaggio come strumento, dal momento che quest’ultimo opera necessariamente su ‘oggetti discreti’. Quando siamo tenuti a tratteggiare le caratteristiche di un flusso tramite il linguaggio (e non possiamo non usarlo), si devono giocoforza selezionare parti di tale flusso, per poi prendere in esame queste e solo queste, tralasciando gli infiniti momenti di transizione. Ciò considerato, è inevitabile che  in ogni spiegazione di questo genere ci saranno – sempre – dei missing link, degli anelli mancanti. La sterile polemica innescata dai creazionisti, che ha il sapore di una versione insipida del paradosso di Zenone, non potrà mai essere del tutto debellata. A meno di non ricorrere, ancora, alla potenza dell’immaginazione. Questa facoltà può venirci incontro per riempire di senso, ad libitum, le inevitabili infinite lacune che il linguaggio scritto/parlato, operando su stati discreti, non può evitare quando cerca di seguire le varie tappe  di un continuum.

(tappe! io stesso mi sto riferendo a oggetti discreti!).

Gran parte delle cose che dice Dennett le avevo più o meno già intuite, anche per merito di altri suoi scritti. Ma i suoi esempi hanno fornito lo stesso un utile supporto alla mia immaginazione.

 

Grammatiche innate

Ma non tutto mi convince. Non sono un granché d’accordo, in particolare, con le pagine finali del saggio. Qui il filosofo tende a fare una troppo netta distinzione tra la capacità di linguaggio dell’uomo e quella degli altri animali, a tratti smentendo il concetto di flusso continuo  e indistinto di cui aveva parlato fino a pochi momenti prima. E’ chiaro che la nostra facoltà di pensare è sorta per merito del linguaggio e del nostro sempre più intenso ‘parlare a noi stessi’ (lo si vede bene nei bambini piccoli). Ed è chiaro che noi abbiamo più alte facoltà di pensiero proprio perché possediamo un linguaggio di gran lunga più articolato. Ma erigere un muro tra noi e – per esempio – gli scimpanzé, sulla base della teoria della ‘grammatica innata’ di Chomsky, grammatica che avremmo sviluppato solo noi umani, mi pare una forzatura delle cose.

Ho letto diversi libri e visto alcuni video – faccio quel che posso, senza uno scimpanzé in casa – in cui i primati in cattività dimostrano di poter imparare dei linguaggi. Linguaggi semplici quanto si vuole, ma linguaggi. Ma pare che anche allo stato di libertà essi sappiano sviluppare primitivi sistemi di comunicazione basati su gesti, sistemi che variano da gruppo a gruppo e da regione a regione, facendo ipotizzare che gli animali in questione siano in grado di mettere in piedi degli speciali e rudimentali dialetti. I noti esempi della gorilla Koko e della scimpanzé Washoe, che sapevano utilizzare il linguaggio dei segni americano anche in maniera creativa (pur con diversi e ovvi limiti) dimostrerebbero che se esiste una grammatica innata, una sua versione più semplificata è presente anche negli altri primati. Chomsky potrebbe aver torto nel volerla ‘donare’ in esclusiva alla mente umana.

Ciò del resto sarebbe in perfetta sintonia con l’idea di evoluzione come continuo. Proviamo a immaginare. Proviamo a tornare indietro nel tempo, milioni e milioni di anni fa. Si può pensare che un linguaggio primordiale si fosse sviluppato già nel lontano antenato di tutti i primati moderni. Poi, chissà, uno di questi distanti proto-primati ha visto la sua laringe posizionarsi in un certo modo e la  sua lingua acquisire una certa mobilità. Ciò ha facilitato enormemente la creazione di un linguaggio più immediato ed efficace. Il tutto, nei milioni di anni, ha dato la spinta decisiva alla mente (letteralmente fiondata nel futuro) di quel primate: grazie ad un linguaggio complesso a mano a mano introiettato, quel fortunato essere ha sviluppato la più straordinaria macchina del pensiero che si possa incontrare sul suolo terrestre. Se tutto questo fosse vero, l’idea di Chomsky sarebbe errata – o almeno, inesatta.

 

Alla ricerca della coscienza perduta

Avrei qualcosa da dire anche sul concetto di atteggiamento intenzionale, e cioé la tendenza a interpretare come volontari e mossi da desideri i comportamenti degli organismi o  degli altri tipi di entità (magari meccaniche o elettroniche) che incontriamo. O non ho capito il pensiero di Dennett su questo punto – e ci sta benissimo – o lui crede che solo l’uomo possa adottare tale tipo di atteggiamento. Se questo è ciò che davvero intende (1), non sono d’accordo. Ho citato qualche giorno fa l’aneddoto del mio cane che gioca con un semplice-cane-robot-giocattolo, abbagliandogli contro e cercando di attirare la sua attenzione. Chi mi vieta di pensare che il mio cane abbia a sua volta un atteggiamento intenzionale nei confronti del cane-giocattolo?

La cose sono due:

  1. O il mio cane pensa che il giocattolo semovente si comporti come un essere che ha scopi e desideri, come un oggetto vivo (un po’ come fa un bambino con una bambola)
  2. O il mio cane è ingannato in un altro senso, più “stupido”, e la sua percezione di alcuni dettagli attiva in automatico certi comportamenti (abbaiare, senso di protezione, curiosità)

C’è bisogno di sceglierne una sola? E se fossero vere entrambe?

Se siamo di fronte al caso 1, i cani hanno (un minimo di) atteggiamento intenzionale e possono riempire d’anima certe entità che li circondano. In un modo loro, di certo più povero, i cani pensano. Se è valida la spiegazione 2, i cani si comportano così come reazione automatica a certi stimoli, sono come robot adatti a carpire certi dettagli dell’ambiente ed a comportarsi di conseguenza. Riflettendoci a fondo, mi chiedo se ci sia una differenza sostanziale tra le due opzioni. E se potremo mai scoprirla. E se sapremo cosa dover scoprire.

Ragionamenti di questo tipo mi portano a pensare che di fronte ad un comportamento finalizzato a degli obiettivi, noi tendiamo ad avere un atteggiamento intenzionale (ci pare che quell’azione voglia raggiungere quel fine, che quel sistema brami quel risultato). Ciò ci fa leggere, superato un certo grado di complessità nell’entità che osserviamo, come consapevoli azioni che probabilmente non lo sono. E se, estremizzando ancor di più l’ipotesi, noi adottassimo l’atteggiamento intenzionale anche nei confronti degli altri esseri umani? E se, infine, adottassimo questra strategia anche nei confronti di noi stessi? E se fossimo solo un manipolo di gente assurda (ok, sto citando Woody Allen) che vaga per il mondo nella vana ricerca di vera consapevolezza?

Dopo aver letto Coscienza e la sua teoria sugli zombie filosofici, mi aspettavo, forse, che Dennett arrivasse a conclusioni simili. Invece, almeno in questo libro, il filosofo ha forse la saggezza di fermarsi un attimo prima.

(1) Probabilmente ho davvero capito male io, dal momento che qui Dennett dice chiaramente il contrario di ciò che avevo inteso leggendo La mente e le menti. Quindi questo non è un motivo di divergenza.

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4 pensieri su “I tipi di mente secondo Daniel Dennett

  1. Molto interessante.
    Non penso che Chomsky escluda categoricamente la capacità grammaticale degli animali, intesa come l’assemblaggio di elementi secondo gerarchie e regole a fini comunicativi.
    Piuttosto, la grammatica umana è specie-specifica perchè complessa e potenzialmente infinita, manifesta attraverso il linguaggio parlato.
    “L’organo” di cui parla Chomsky si può intendere come l’apparato fono articolatorio regolato da regioni corticali altamente sviluppate, uniche dell’uomo ma derivanti dai sistemi rudimentali dei primati.
    Come si sia passati dal gesto alla voce, poi, è l’oggetto di ricerca di molti ricercatori della scuola dei neuroni specchio con delle belle sorprese, e ne consiglio la lettura.
    L’uomo ha inoltre l’abilità di ragionare sul linguaggio (meta-linguistica) impiegando proprio mezzi linguistici!
    Ciò è espressione di coscienza di questa funzione cognitiva di altissimo livello: la sintassi consente di sequenziare, raggruppare e verificare il pensiero, quindi alla base della logica.
    La linguistica applicata alle neuroscienze è una materia molto stimolanti.
    Saluti

    • Non ho mai letto Chomsky direttamente (o forse qualcosa di tecnico ai tempi dell’università, ma ora ho rimosso) ma attraverso i libri di altri autori (Fouts di “La scuola delle scimmie”, tra i tanti) mi ero fatto l’idea che vedesse un salto netto, qualitativo, tra le capacità comunicative degli animali e quelle umane. Da qui il suo scetticismo verso quegli studiosi che, nella seconda metà del ‘900, hanno dichiarato di esser riusciti a far ‘parlare’ (seppur utilizzando il linguaggio dei segni) gli scimpanzé o i gorilla. Leggendo i libri di questi ultimi, o guardando il documentario riguardante la gorilla Koko, l’impressione è che la differenza tra noi e loro sia sì netta, ma quantitativa. Hanno strutture cerebrali più povere, ma per certi versi simili (come dici tu, più rudimentali) alle nostre.

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