Communication breakdown: se nessuno ascolta la voce della Terra, la Terra è muta

 

Se un leone potesse parlare, non lo capiremmo comunque.

L. Wittgenstein

 

Le cose simili, così pare, ci assalgono tutte assieme. Contemporaneamente. E se non sono simili, le assimiliamo noi. Con la nostra capacità di sintesi. Con la nostra tendenza innata a cercare un significato univoco. Ad ipotizzare teorie del tutto.

Gli umani, cari alieni, sono fatti così.

In questi giorni

  • la Nasa ha scoperto l’esistenza di un batterio (a suo modo) ‘alieno’. Deludendo alcuni, i quali forse si aspettavano di poter vedere finalmente qualche omino verde zampettare sul prato della Casa Bianca. Incuriosendo altri, che avevano aspettative più ragionevoli. Spingendo altri ancora a gettare acqua sul fuoco. (Forse di alieno non c’è nulla, ma è stato bello crederci)
  • ho saputo che il 24 novembre sarebbe dovuto avvenire – secondo le previsioni degli ufologi – il contatto tra alieni e umani. (Sarà per la prossima volta, ragazzi)
  • ho incontrato il pianeta Tlon. Si trova in questo straordinario racconto di Jorge Luis Borges. Un testo di una complessità pazzesca, che – penso – non può non aver influenzato alcuni lavori di Philip K. Dick.
  • ho letto sul mio sito umoristico preferito (non lo linko, ma parla di Ragione e Fede) che ci si meraviglia perché Margherita Hack ipotizza una qualche forma di vita aliena, ma non una qualche divinità. (Spero sia solo malafede, la loro meraviglia)

E ho continuato ad ascoltare l’audiolibro Pale Blue Dot di Carl Sagan. Un gioiello d’arte divulgativa sulle esplorazioni dello spazio e su cosa significano per noi.

Quando sono capitato nel punto in cui Sagan parla delle missioni delle due navicelle Voyager, sono stato spinto a ripensare al Voyager Golden Record. Ho in questo post rielaborato, dentro un’unica sconclusionata sbrodolata profonda riflessione, tutti gli stimoli che mi son piovuti addosso nell’ultimo periodo.

Mi son messo a rimuginare – queste cose capitano solo mentre si corre in mezzo ai boschi o quando siamo in fila alle poste – su cosa significhi collocare all’interno di una sonda inviata nello spazio una testimonianza (simbolica quanto si vuole) della cultura e della vita umane. Sul motivo per cui abbiamo lanciato una richiesta di comunicazione verso l’ignoto spazio profondo. Verso ignote intelligenze.

Ora, per chi non lo sapesse, il Voyager Golden Record (cito la pagina wiki italiana) è

un disco per grammofono inserito nelle prime due navicelle del Programma Voyager, lanciato nel 1977, contenente suoni e immagini selezionate al fine di portare le diverse varietà di vita e cultura della Terra. È concepito per qualunque forma di vita extraterrestre o per la specie umana del futuro che lo possa trovare. La navetta Voyager impiegherà 40.000 anni per arrivare nelle vicinanze di un’altra stella. Le probabilità che venga trovato da qualcuno sono estremamente remote in rapporto alla vastità dello spazio interstellare. Un suo possibile ritrovamento ad opera di una forma di vita aliena potrà avvenire soltanto in un futuro molto lontano. Il suo lancio è infatti visto più che altro come qualcosa di simbolico che non un tentativo reale di comunicare con forme di vita extraterrestri.

Il disco (sempre dalla medesima pagina)

venne selezionato per la NASA da una commissione guidata da Carl Sagan della Cornell University. Il dottor Sagan e la commissione misero insieme una varietà di 115 immagini e un gran numero di suoni naturali, come quelli prodotti dalle onde, dal vento, dai tuoni e suoni prodotti da animali, come il canto degli uccelli e quello delle balene. Con questi venne inserita una selezione musicale proveniente da diverse culture e diverse epoche, oltre ai saluti di abitanti della Terra in 55 lingue diverse e la riproduzione del messaggio del presidente degli U.S.A. Jimmy Carter e del Segretario generale delle Nazioni Unite Kurt Waldheim.

 

Poniamo che tra dieci miliardi di anni una eventuale ‘intelligenza’ aliena individui una navicella Voyager che vaga nello spazio. Poniamo che la raggiunga e recuperi il disco. La domanda da un milione di dollari è:

 

Potrà questa cosiddetta ‘intelligenza’ aliena comprendere cosa rappresenta il disco e cosa rappresentano i suoi dati/suoni?

Prima ho usato il verbo ‘ripensare’ perché il problema non mi è nuovo. L’avevo incontrato, infatti, anche in Godel, Escher, Bach di Douglas Hofstadter.

A pagina 176 del voluminoso volume, Hofstadter, alla ricerca dell’essenza del significato, immagina una situazione simile (un disco con musica inviato nello spazio e recuperato da alieni) e scrive:

Supponiamo allora che una civiltà extraterrestre afferri l’idea che il meccanismo appropriato per tradurre il disco sia una macchina che trasforma le configurazioni dei solchi in suoni. Questo sarebbe ancora lontano da una vera decifrazione. In che cosa consisterebbe infatti una decifrazione riuscita del disco? Naturalmente la civiltà in questione dovrebbe essere in grado di dare un senso ai suoni. La semplice produzione di suoni in sé vale poco, a meno che questi non abbiano l’effetto scatenante desiderato sui cervelli (se questa è la definizione appropriata) degli extraterrestri. […] A questo punto le cose diventano veramente oscure. Gli extraterrestri hanno emozioni? E, ammesso che ne abbiano, queste sono in qualche modo riconducibili alle nostre?

Hofstadter si sofferma per parecchio tempo sulla questione del significato, anche nelle pagine successive. Ad un certo punto infatti dice

[…] il problema è di sapere se esiste un qualche messaggio che, di per sé, possegga una irresistibile logica interna, sufficiente a ripristinare automaticamente il suo contesto ogni volta che un’intelligenza di livello sufficientemente elevato venga in contatto con esso.

 

Sono pessimista. La mia risposta alla domanda, se cioè sia possibile che un’intelligenza aliena comprenda ciò vogliamo dirgli, è negativa. O meglio ancora: credo che qualsiasi tentativo di comunicazione di questo tipo con una eventuale entità aliena abbia scarsissime probabilità di riuscita.

Il discorso è che, se ci si pensa bene, è assai improbabile che un’eventuale vita aliena, perciò sviluppata altrove, condivida con noi anche solo le basi delle nostre facoltà cognitive e dei nostri sensi, e cioé gli strumenti che utilizziamo per acquisire conoscenza e diffonderla. O che abbia, per dirla alla Hofstadter, le nostre emozioni.

Senza queste basi in comune, ogni comunicazione è impossibile, o almeno molto improbabile.

Io vivo in un tunnel tutto mio. Questo corpo e questa mente sono il risultato della contingenza, da un certo punto di vista. Sono stati (e sono) modellati da un serie infinita di fenomeni. Sono il risultato di questo Big Bang (forse l’ultimo di un’infinita serie). Sono il risultato delle leggi fisiche che si sono venute a creare. Sono il risultato delle condizioni di questo pianeta, con la sua gravità, la sua atmosfera, la sua storia, la sua composizione geologica. Sono il risultato di particolari processi chimici. E sono il risultato di un’evoluzione che sarebbe potuta avvenire in altri modi. La mente in particolare, la parte software, è anche il frutto di un’evoluzione culturale che si sarebbe potuta indirizzare – in uno dei miliardi di bivi che ha incontrato – verso altri lidi. E’ anche il prodotto della cultura dell’area in cui sono nato e vivo.

Io sono (ancora, in un certo senso) “figlio del caso”. Preso atto di questo, mi chiedo quante altre forme di vita, figlie di un caso diverso, possa aver generato quest’ultimo Big Bang nel giro di 15 miliardi di anni su (probabili) miliardi di pianeti che girano attorno a miliardi di stelle in miliardi di galassie (vedi anche l’equazione di Drake). E concludo, come fa Margherita Hack, che molto probabilmente qualche altra vita c’è. Ha senso che ci sia. E forse, chissà, c’è anche qualche altra vita intelligente.

Ma cosa significa intelligente? E’ capire questo che fa davvero la differenza. Il problema è che, secondo me, non siamo in grado di stabilirlo. E’ paradossale: la nostra intelligenza non ci permette di stabilirlo.

Senza farci troppo caso, di solito tendiamo a pensare che un’eventuale intelligenza aliena sia simile alla nostra. Tendiamo a ritenere che un’intelligenza aliena, sufficientemente sviluppata, sia tale se e solo se può riuscire a comunicare con la nostra. “Sufficientemente sviluppata” per noi significa “sufficientemente uguale a noi nel dare gli stessi significati agli stessi segni”. Ciò succede perché non siamo capaci di immaginare un’intelligenza che sia intelligente in modo diverso dalla nostra.

Non ci dimentichiamo di quel che ho detto sopra. Che siamo figli del caso. Che, cioè, la nostra vita e le nostre facoltà cognitive sono il frutto di tutta una serie di pressioni selettive e di condizioni, chimiche e fisiche, che difficilmente potremo ritrovare – esattamente identiche – su altri pianeti. Proprio perché manipolati da cause diverse, gli altri pianeti avranno, o avrebbero, intelligenze di tipo diverso.

Intelligenze, è questo il punto, che non possiamo raffigurarci con la nostra. Proprio come non possiamo pensare ad un mondo in quattro dimensioni all’interno del nostro, costruito su tre (tempo escluso). Proprio come non riusciamo ad afferrare del tutto l’idea che non siamo coscienti tramite quella che ci sembra – che è! – la nostra coscienza.

Generalizziamo la nostra situazione. Il nostro caso. Generalizziamo la nostra intelligenza, le nostre emozioni, le nostre aspettative.

Ma l’universo potrebbe presentare incredibili e impensabili varianti.

Per esempio, diamo per scontato che i nostri sensi ci diano un’immagine oggettiva del reale. Perché è quella che ci fornisce l’abitudine, fin dalla nascita.

Eppure, persone con certe sindromi neurologiche (come l’eminattenzione, tra le tante) ci fanno vedere che la nostra via per osservare il mondo non è l’unica.

Pensiamo, che so, ad un alieno che non riesca a vedere la causalità. Non “Se A allora B”, ma “A e poi B”. Non “se premo l’interruttore allora la luce si accende”, ma “premo l’interruttore, poi la luce si accende”.

Pensiamo ad esseri che non vedano un oggetto come una ‘cosa piena’, ma come ad un vuoto saltuariamente punteggiato da nuclei d’atomo (gli atomi son in stragrande parte semplice spazio vuoto).

Pensiamo ad esseri che non vedano gli stessi colori che vediamo noi. I cani vedono solo certi tipi di colori. Gli insetti scovano l’ultravioletto (per noi invisibile) sui petali dei fiori. Stiamo parlando di organismi nati su questo pianeta, che in più hanno lontani antenati in comune con noi. Come possiamo pretendere che un sistema di visione sorto su altro pianeta, in condizioni diverse, possa visualizzare i nostri medesimi colori?

E se gli alieni non vedessero? Pensiamo ad esseri che non siano dotati di visione ma che percepiscano la realtà in altro modo, come fanno i pipistrelli con la loro ecolocazione. Esseri che ‘vedono’ sentendo le variazioni di calore. O che percepiscono la gravità anche di masse infinitesimali e si orientano nel mondo di conseguenza.

E poi, tornando ai meccanismi di interazione, pensiamo ad esseri che non usino metafore – e tutta la nostra comunicazione è metafora. Che non usino simboli. Che comunichino tramite onde radio. Lanciandosi delle pietre. Facendo lampeggiare gli occhi. O gli orecchiocchi. Assumendo un particolare stato fisico (solido=arrabbiato, liquido=ti amo). Pensiamo ad esseri che non si accorgono del fluire del tempo. Che vedono il mondo come un eterno presente. Eccetera.

E’ per tutta questa serie di variabili – solo piccoli e prevedibili esempi – che il messaggio del Golden Record non potrà esser letto in maniera appropriata da nessuno, anche se la sonda che lo contiene entrerà in contatto con altre forme di vita. Gli scienziati stessi, i quali hanno parlato di gesto principalmente simbolico, lo sanno.

Forse gli unici che potranno accedere ai suoni del disco saranno le future generazioni di esseri umani. Essi si lanceranno a tutta velocità nello spazio e ripescheranno, per caso, le due navicelle. Saranno delusi o infastiditi, forse, dal trovare musica non compressa in formato mp2938203.

Carl Sagan, sempre in Pale Blue Dot, ipotizza che la stessa sonda possa essere riconosciuta come un messaggio. Qualcosa come “ehi, vengo da un’altra civiltà!” dovrebbe apparire manifesto all’occhio alieno che individua uno dei due Voyager. Anche questa idea non mi convince: significa immaginare alieni che riflettano sul fatto di essere o meno soli nell’universo, per esempio, o immaginare alieni che cerchino un significato nelle cose, come facciamo noi.

Anche qui: troppo umani, questi alieni.

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3 pensieri su “Communication breakdown: se nessuno ascolta la voce della Terra, la Terra è muta

  1. Madatory Solaris quote :-)
    “Ci crediamo cavalieri dell’ordine del Santo Contatto. Questa è una bugia. Noi cerchiamo solo l’uomo. Non abbiamo bisogno di altri mondi, abbiamo bisogno di specchi. Non sappiamo che cosa farcene degli altri mondi. Uno ci basta, quello in cui sguazziamo. Vogliamo trovare il ritratto idealizzato del nostro mondo!”

    Oltretutto, bisogna anche chiedersi se eventuali alieni si possono accorgere che quello inviato è qualcosa di diverso dal resto dell’ambiente (chissà in che modo considerano l’ambiente e se lo ritengono separato dall’individuo… in senso molto più radicato e profondo di come possiamo fare noi come esercizio mentale). Sempre che abbiano un meccanismo di attenzione, una cosa del genere potrebbe tranquillamente passare sotto il loro naso (o quello che è) senza neppure che per loro sia sufficientemente saliente da attirarli.
    Una cosa simile è raccontata in Incontro con Rama, ed è uno dei temi centrali di Picnic sul ciglio della strada. Dei quali, al momento, non mi ricordo a memoria nessuna citazione obbligatoria. :-)

    Inoltre, noi, considerandoci esseri viventi, diamo una grandissima importanza al fenomeno della vita. Ma si tratta solo di uno dei tanti fenomeni del cosmo, ed un fenomeno, quello della vita come la intendiamo noi, talmente poco probabile, che prendendo a caso un qualsiasi oggetto presente nel cosmo, la probabilità che esso non sia vivo (come lo intendiamo), è estremamente più alta del contrario. La vita (quella nostra) inoltre, richiede una continua quantità di energia per mantenersi, ed è comunque inevitabilmente un fenomeno transitorio.

    • “Ci crediamo cavalieri dell’ordine del Santo Contatto. Questa è una bugia. Noi cerchiamo solo l’uomo. Non abbiamo bisogno di altri mondi, abbiamo bisogno di specchi. Non sappiamo che cosa farcene degli altri mondi. Uno ci basta, quello in cui sguazziamo. Vogliamo trovare il ritratto idealizzato del nostro mondo!”

      In effetti ci sta benissimo. Che poi, come fa dire Borges a uno dei personaggi di ‘Finzioni’, “Gli specchi, e la copula, sono abominevoli, perché moltiplicano il numero degli uomini”. Che non c’entra nulla col discorso, ma è una frase forte :)

      D’accordissimo sul resto. In questo caotico vagare di pensieri sul nulla ho cercato di evitare di prendere in considerazione cosa possa esser considerato ‘vita’, se no facevo notte. :) Ma è un concetto che non si può dissociare da quello di ‘intelligenza’, in effetti.

      La forma di vita FORMA la forma di intelligenza.

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