L’hobby della scrittura: brevi cenni

Come scrivere? Perché scrivere? Per chi scrivere? Dove scrivere? Quando scrivere?

A queste domande ha risposto lui (questo, questo, questo, questo, questo, e questo qui e altri post) nelle ultime settimane, raccontando alcune sue esperienze e provando a dare qualche dritta. Si tratta di articoli scritti con competenza, pragmatici e utili, che mi hanno appassionato e che consiglio di leggere.

In questi giorni mi son trovato di nuovo a dover buttare giù qualcosa che non riguardi il blog o il lavoro. Narrativa, insomma, narrativa: un racconto per un concorso. Con un limite di 36000 battute e con una scadenza entro cui inviare il lavoro.

Alla rinfusa, elenco qui alcune mie considerazioni sulla cosa, basate sulle mie esperienze e sensazioni personali. Nessun consiglio, per carità – non ho le conoscenze e la bravura sufficienti per darne. Si tratta solo di alcuni miei opinabili pensieri che riguardano vari aspetti del processo di scrittura della narrativa.

Chissà, magari qualcuno potrà ritrovarcisi. Eccoli, così come mi vengono:

  • Scrivere non è (solo) un divertimento. Non lo è del tutto, almeno. Non per me. Mettermi al computer con l’idea di ‘perdere tempo’ davanti a una pagina bianca di Word, quando potrei semplicemente guardare la tv, dormire, rubare in Chiesa, leggere o fare una camminata ascoltando musica, (mi) richiede una ferrea autodisciplina. Soprattutto nelle fasi iniziali del processo di scrittura. Tagliare via le distrazioni, imporsi un tot di ore da dedicare esclusivamente allo scrivere (in questi giorni scrivevo dalle 21 alle 24), imporsi un preciso numero di battute quotidiane… sono tutte delle operazioni che implicano una certa dose di fatica. Del resto ci vuole un determinato quantitativo di energia per frenare l’entropia all’interno di un sistema, no? Ed entropia, nel mio caso, è svaccarsi sul divano e leggere Dylan Dog col gatto che mi dorme sulla pancia.
  • Non posso vivere senza scadenze. E neanche riesco a scrivere, senza scadenze. Le scadenze stimolano. Ma, se vogliamo, hanno anche il loro rovescio della medaglia. Scadono.
    Mi son trovato a scrivere questo racconto – il cui titolo prende spunto da un famoso film di Bunuel – negli ultimi 3 o 4 giorni utili. L’idea era di spedirlo a un concorso che richiedeva l’invio entro il 31 gennaio. L’ho inviato l’ultimo giorno, ovviamente, pochi minuti prima che l’ufficio delle poste chiudesse. Con un solo pensiero in testa, puntuale, fisso, prevedibile: “ah, se solo avessi avuto qualche giorno in più…”.
  • “Più simili ad arcobaleni e miraggi che ad architravi o macigni, siamo imprevedibili poemi che scrivono se stessi”. Molti ritengono che prima di mettersi a scrivere qualcosa uno debba avere in testa, per filo e per segno, l’inizio, l’evoluzione e la conclusione della storia. La trama. Io credo che, invece, quest’aspetto sia parecchio sopravvalutato (1).
    Naturalmente si scrive su un soggetto, su un’idea, su una speculazione filosofica, su un fatto, su una visione, su un’immagine che ci è venuta in mente. Si scrive a partire da una scena iniziale o per arrivare a una scena finale. Da qualcosa bisogna partire. Uno stimolo ci vuole. Ma, d’altra parte, non credo sia necessario sapere in anticipo l’intera storia che andremo a digitare su Word. Anzi. Credo che mettersi a scrivere con la struttura del racconto/romanzo già tutta in testa potrebbe risultare anche parecchio noioso. Proprio perché in questo caso non ci sarebbe più niente da scoprire. Zero sorprese.
    Per me è invece più stimolante prendere il via da un particolare, una scena – che può essermi venuta a mente nei posti più disparati e che, se posso, cerco di memorizzare – e poi lasciare che la storia, in un certo senso, si scriva da sé. I racconti, infatti, scrivono se stessi: non è una frase fatta.  (anzi, ci trovo tante analogie con l’illusorietà del sé, soprattutto con l’idea che sono i pensieri che creano noi stessi, e non noi a creare i pensieri).
    Nessuno si allarmi. Non c’è niente di mistico. Solo che, se ci si pensa su, è un fatto piuttosto ovvio che nel momento in cui ci troviamo a considerare con attenzione una determinata situazione o vicenda, quando siamo con i piedi invischiati nella storia, le soluzioni più interessanti ed efficienti finiscano per emergere in maniera spontanea. Più o meno. Talvolta arrivano subito, talvolta quando la prima stesura è già stata terminata. Ma quando si fanno vive, ragazzi, è festa. F-E-S-T-A.
    Quell’istante in cui acquisti una visione completa, in cui d’improvviso assumi un controllo totale del tuo racconto, quell’istante in cui torni indietro a risistemare i dettagli, in cui ricomponi il puzzle in vista di quel colpo di scena che hai appena pensato, be’, quel benedetto istante è forse il sale della scrittura. Il suo momento più esaltante. Si scrive anche per vivere quel momento, lucido attimo in cui ci sembra di poter dominare tutta la realtà, tutto l’universo, tutto il tutto. Sarebbe un peccato doverne fare a meno.
    Tutto qui. Non sarei così motivato a scrivere se dovessi solo ricopiare su ‘foglio’ ciò che ho pensato nel dettaglio – la trama – qualche giorno prima. Mi perderei quell’attimo. Non potrei godermelo.
  • Prima la fatica, poi il divertimento. Solitudine, la giusta musica (ultimamente ambient ed elettronica), una tazza di tè. E poi parto. Il grosso del lavoro, e qualche volta quello più palloso, è buttare giù la struttura base della storia, le fondamenta. Solo successivamente arrivano i momenti divertenti. La descrizione delle situazioni di svolta, soprattutto, a cui facevo cenno sopra. Il finale. Certi dialoghi. Ma anche, se vogliamo, tutta la fase di editing che viene dopo la prima frettolosa stesura. Queste sono le fasi che regalano maggiori soddisfazioni.
    Usando una metafora calcistica, vedo la prima parte, strettamente necessaria, come il lavoro sporco che un centrocampista di quantità fa per recuperare palloni e appoggiarli a chi sa davvero dare del tu alla sfera. In seconda battuta compare il giocatore di qualità, la mezzapunta, che prova a dare personalità, efficacia e bellezza al gioco della squadra. Il secondo, l’esteta, non potrebbe esistere senza il lavoro di fatica del primo.
  • Tagliare, tagliare, tagliare. Di solito mi impongo – sulla scia di ciò che suggeriva Stephen King in On Writing – di tagliare una certa quantità di battute dalla prima stesura. E’ un’operazione masochistica, perché in sostanza devi cancellare – spesso per sempre – periodi, descrizioni e dialoghi su cui hai perso tempo e che, magari, in un primo momento non trovavi niente male. E’ un autoflagellarsi. Ma è una fase, anche questa, intrigante. Ridurre il proprio racconto all’essenziale è una sfida che mi piace affrontare: alla fine c’è sempre, sempre, sempre, sempre, qualche elemento non necessario che abbiamo infilato nella storia per i più svariati motivi (prolissità, insicurezza, autoindulgenza, tendenza all’abuso di fastidiosi, ripetitivi e pesanti aggettivi e degli eternamente presenti avverbi, etc etc). Di solito mi obbligo a tagliare via almeno un 20% delle battute presenti nella prima stesura.
  • Frasi. Brevi. Brevissime. Visto che tendo, quando sguinzaglio le mani sulla tastiera, a produrre periodi mediamente molto lunghi, di quelli che danno l’impressione di non saper dove andare, pieni di virgole e parentetiche e di mille deviazioni che mostrano più di una difficoltà nel ritornare al nocciolo della questione (guardate! Un drago a pois!), durante la rilettura cerco di spezzare i periodi stessi (se ci riesco!) in frasi più sintetiche, più concise, più chiare. Dicono che funzioni meglio. E pare anche a me. No?
  • Il riposo della prima stesura. E’ buona regola, per quanto mi riguarda, passare alla fase di rilettura-taglio&correzione solo dopo aver abbandonato la prima stesura a se stessa per alcuni giorni. Così facendo se ne prendono le distanze. Ce ne stacchiamo emotivamente.
    In futuro, quando poi ci troviamo a rileggere quelle pagine, esse finiscono per non sembrarci neanche nostre. Paiono scritte da altri. Ed è l’ideale: ciò ci permette di essere critici quanto vogliamo verso quello sconosciuto manoscritto. Di manipolarlo e cambiarlo come più ci piace.
    E’ questo uno dei motivi, peraltro, per cui non sono soddisfatto del racconto appena spedito: non avuto il tempo necessario per estraniarmi da lui, per guardarlo da un punto di vista più oggettivo. Non ho potuto neanche prenderne il controllo, quella conoscenza totale dei suoi meccanismi che mi avrebbe permesso di farlo rendere al meglio. Che avrebbe permesso a lui di far una più bella figura.
  • Io scrivo solo per me stesso! Credo sia una delle bugie più raccontate dagli scrittori o da chi, più modestamente, ogni tanto prova a buttar giù qualche fesseria (come faccio io). Fa molto Artista con la A maiuscola, non so se mi spiego. Io credo che sia impossibile non avere in testa un lettore particolare, o al massimo una tipologia di lettori, quando ci mettiamo a scrivere qualcosa. Può essere un nostro amico, la nostra ragazza, nostro fratello, il nostro professore… ma dev’essere qualcun altro. Qualcuno da incuriosire, impaurire, far ridere, far piangere.
    Mi spingo a dire che tutti scrivono per qualcuno. Senza eccezione.
    Quelli che lo negano, mentono.

Ecco. Forse mi verrà a mente qualcos’altro, e forse alcuni di questi punti meritavano un certo approfondimento.

Magari ci torno più in là. Mi sa di sì. Ho scoperto, infatti, che mi piace scrivere di queste cose. Così come mi piace leggerne.

(1) Mi viene a mente un aneddoto che ho sentito una volta. Riguarda Jacques Derrida il quale, ai tempi dell’università, si reca dal suo professore M. Foucault e gli dice “vorrei fare il filosofo, ma non ho intuizioni. Devo scrivere la tesi, ma non so su cosa scriverla. Non ho idee”. Al che Foucault gli risponde, credo piuttosto saggiamente: “Scrivi, scrivi. Vedrai che le idee salteranno fuori da sole”.

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5 pensieri su “L’hobby della scrittura: brevi cenni

  1. Avevo letto ieri sera e pensavo di commentare oggi, ma il sonnellino pomeridiano sta avendo il sopravvento. Giuro che più in là commenterò meglio.

  2. Cazzo, quanto mi piace quello che scrive, e come lo scrive, sto Bartalucci! Porca-miseria-ladra!
    E niente, grazie Gianluca.
    In bocca al… logos, per il racconto! ;)

  3. “… l’autore scopre il proprio romanzo scrivendolo.”
    (Jean Gaudon)

    Che l’atto dello scrivere aiuti a far nascere le idee, credo sia più vero di quanto si immagini. A me è successo spesso: magari c’è la voglia di voler affrontare un argomento ma senza sapere esattamente dove voler andare a parare, come costruire il discorso ecc., poi però basta iniziare a digitare qualche parola e come per “magia” le idee eccole che arrivano, le frasi prendono forma quasi da sole… credo sia quello che molti scrittori intendano per “trance” (una volta Isabel Allende, in un’intervista, affermò di aver scritto La casa degli spiriti come se fosse caduta in uno stato di trance, lì per lì mi sembrò una di quelle frasi un po’ ad effetto, poi però mi sono resa conto che forse voleva indicare proprio quella condizione per cui è solo tramite l’atto dello scrivere che può avvenire la creazione, e del resto non potrebbe essere altrimenti ;-) ).
    Che serva la costanza è altrettanto vero. Così come un pianista deve esercitarsi ogni giorno, come un ballerino deve danzare ogni giorno, anche chi scrive deve tenersi in allenamento.

    Ma che bel blog, questo! Mi piace la eterogeneità dei tuoi interessi ;-)
    Abbiamo qualcosa in comune: Philip K. Dick, Londra, l’antispecismo, la curiosità intellettuale soprattutto, la voglia di conoscere, imparare…
    Ti ho trovato cercando notizie su Massimo Filippi, di cui avevo appena letto una bellissima intervista su un altro blog…

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